ROBERTO BETTEGA: Una “testa” diversa dalle altre

Siamo nell’estate del 1969.

Nils Liedholm è da poco diventato l’allenatore del Varese, squadra che milita nel campionato cadetto.

E’ in programma una partita tra le due squadre “Primavera” del suo Varese e della Juventus.

Quasi non crede ai suoi occhi.

In attacco nella Juve gioca un ragazzo alto, con movenze compassate ed eleganti che “tocca” la palla con grande sensibilità quando questa è per terra ma che diventa un’iradiddio quando la palla è in cielo. Elevazione e potenza di una qualità che il “Barone” ha visto raramente in carriera.

E’ però convinto che sia un “fuoriquota” e che comunque abbia più dei diciotto anni che dicono che abbia quel ragazzo. Troppo maturo per quell’età.

Lo chiede espressamente a Vittore Catella, presidente dei bianconeri.

«Quel ragazzo da noi potrebbe fare molto bene. E con me giocherebbe sempre. Questo posso garantirglielo fin da ora» sono le parole con cui Liedholm si rivolge al Presidente bianconero.

L’affare si fa.

Un anno in prestito in un campionato competitivo come quello di Serie B può solo far bene a quel dinoccolato ragazzo di origine veneta che è nelle giovanili della Juve da sempre.

Liedholm sarà di parola.

Roberto Bettega giocherà praticamente sempre nelle file della compagine lombarda e i suoi tredici gol contribuiranno in maniera determinante alla conquista della promozione in Serie A del Varese.

Ma non sarà con i lombardi che Bettega farà il suo esordio in Serie A.

Dopo una stagione a quei livelli la Juventus lo rivuole nei ranghi.

Armando Picchi, neo allenatore dei bianconeri, non esita a gettarlo nella mischia fin dalla prima giornata. Roberto lo ripaga con il gol della vittoria a Catania.

Alla fine di quella stagione i gol saranno venti in totale tra campionato e coppe.

Dalla formazione titolare dei bianconeri Roberto Bettega non ne uscirà per tutte le successive dodici stagioni chiudendo la sua carriera come secondo miglior realizzatore nella storia del Club dietro solo a Gianpiero Boniperti e superato diversi anni dopo da Alessandro Del Piero.

E’ il 31 ottobre del 1971.

Si gioca la quarta di campionato. In programma Milan – Juventus.

Le due squadre che insieme all’Inter di Boninsegna e Mazzola si dividono i favori del pronostico per la conquista dello Scudetto.

Ci sono tantissimi grandi giocatori in campo.

Nelle file dei rossoneri spiccano i nomi di Gianni Rivera e Pierino Prati, “mente” e “braccio” del Milan, ma ci sono eccellenti giocatori come Romeo Benetti, il tedesco Schnellinger e il “ragno nero” Fabio Cudicini. La Juventus ha invece ormai la sua fisionomia e in campo ci sono già i giovani che porteranno i bianconeri a dominare la scena italiana in quella stagione e in quelle successive (quattro titoli e due secondi posti). Pietro Anastasi, Fabio Capello, Franco Causio e Giuseppe Furino sono tutti titolari inamovibili.

Dopo un quarto d’ora di gioco la partita si sblocca.

Causio porta palla sulla fascia destra, rientra sul piede sinistro e dà un’occhiata in area. Lì c’è Bettega che scatta sul primo palo a dettare il passaggio. La palla è esattamente lì che arriva. Bettega stacca e schiaccia il pallone sul primo palo, lasciando di sasso Cudicini.

Cross di Causio e “zuccata” vincente di Bettega. Sarà un classico per tante stagioni a venire, nella Juventus e nella Nazionale italiana.

Il Milan prova a reagire ma la Juve si chiude con attenzione e riparte con rapidità e precisione.

Poco prima della mezz’ora è Bettega che appoggia sulla sua destra verso Anastasi.

Il guizzante numero “9” bianconero sembra chiuso dalla marcatura di Anquilletti e dal “raddoppio” di Sogliano. Fa una serie di finte, ruba qualche metro ai difensori milanisti e poi dalla destra mette un pallone rasoterra un metro fuori l’area di porta milanista. Anche stavolta Bettega ha “letto” prima di tutti le intenzioni del suo compagno di squadra e anticipa Sabadini, il suo marcatore.

La palla però sembra troppo arretrata per il numero “11” bianconero.

Sembra.
Perché con il tacco del piede destro Bettega accarezza la palla quel tanto per mandarla all’angolino sul palo lontano di un esterrefatto (e probabilmente ammirato) Cudicini.

Un gol meraviglioso, con una qualità tecnica impressionante.

Per tanti anni a venire ogni gol segnato con quella parte del piede sarà chiamato “un gol alla Bettega”.

E’ il 4 novembre del 1981.

La Juventus è impegnata negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni.

Di fronte i belgi dell’Anderlecht che nella partita di andata tra le mura amiche hanno sconfitto i bianconeri per tre reti ad una.

Occorre un’impresa in quella sera di nebbia al Comunale.

Da subito però si capisce che la dea bendata non ha nessuna intenzione di assistere i bianconeri.

Dopo quattro minuti di gioco un cross di Gentile dalla destra arriva al centro dell’area. Sono i palloni che Roberto Bettega predilige. Stacco e coordinazione perfette. Munaron, il portiere belga è battuto. La palla però va a sbattere sul palo e torna in campo.

Passano pochi minuti quando arriva un altro cross, stavolta dalla sinistra ad opera di Cabrini.

Munaron decide di intervenire sapendo del rischio che corre a lasciare di nuovo colpire Bettega in acrobazia. La sua uscita permette di anticipare il numero “9” bianconero ma nel farlo lo travolge. Il corpo di “Bobby-gol” rimane sotto quello del robusto portiere belga.

Bettega si rialza. Riprende a giocare ma si rende conto che non può essere utile alla causa.

Trapattoni è costretto a sostituirlo.

Roberto Bettega, un quarto d’ora dopo lo scontro con Munaron, esce dal campo per lasciare il posto a Pierino Fanna.

Lo fa corricchiando, con solo un accenno di zoppia.

E’ una botta, forse una distorsione al ginocchio e forse per qualche settimana dovrà stare ai box.

Quando arriva il responso dei medici è devastante: nessuno riesce a crederci.

Rottura del legamento crociato del ginocchio.

Il peggio che possa capitare ad un calciatore.

Roberto Bettega, il più forte attaccante italiano dopo l’addio al calcio di Gigi Riva, salterà il resto della stagione, compresa la spedizione ai mondiali di Spagna che vedrà l’Italia trionfare.

Enzo Bearzot lo aspetterà fino alla fine, lui, sempre fedele ai suoi ragazzi, sa che l’intelligenza calcistica, le doti di leadership e la qualità di Bettega non sono semplicemente rimpiazzabili.

Qualcuno dirà che «abbiamo vinto un Mondiale senza il nostro giocatore più forte»

… sono in molti a pensarlo, non solo quelli di fede juventina.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Dopo la prima eccellente stagione nelle file della Juventus la seconda parte addirittura con il botto. Bettega è semplicemente inarrestabile.

Segna dieci reti nelle prime quattordici partite. L’ultimo di questi nella vittoria interna con la Fiorentina. A questo punto però accade qualcosa.

Già da tempo “Bobby-gol” si porta dietro problemi di respirazione e la fatica durante e dopo le partite si fa sentire in modo esagerato per un ragazzo di ventuno anni nel pieno della forza fisica.

Sarà una pleurite acuta che lo terrà fuori dal campo praticamente per tutto il resto della stagione.

Tra i suoi 178 gol con la maglia della Juventus alcuni hanno fatto semplicemente la storia del Club.

Il più importante di tutti è forse quello segnato in un infuocato San Mames di Bilbao nella partita di ritorno della finale di Coppa Uefa.

Dopo l’andata vinta a Torino per una rete a zero (il famoso gol di spalla di Marco Tardelli) c’è da difendere lo striminzito vantaggio nella “Catedral” del calcio iberico.

Sarà un assedio che però grazie al gol di testa di Roberto Bettega in avvio permetterà ai bianconeri, sconfitti per due reti ad una, di portare in Italia il prestigioso trofeo, il primo internazionale vinto dalla Juventus tutta italiana di Giovanni Trapattoni.

Altrettanto si può dire delle reti fondamentali segnate da Roberto Bettega con la Nazionale.

Se più o meno tutti ricordano quel meraviglioso gol contro l’Argentina ai Mondiali del 1978 ce ne sono diversi altri assolutamente decisivi.

Durante le qualificazioni proprio per i Mondiali di Argentina Bettega prima segna il secondo gol che chiude i giochi all’Olimpico nel big match contro gli inglesi, nostri principali rivali e poi segnerà addirittura quattro reti nel sei a uno contro la Finlandia che si rivelerà decisivo visto che l’Italia si qualificherà solo grazie alla differenza reti per quel mondiale argentino.

Altrettanto importante fu il gol segnato da Bettega in Jugoslavia nell’ottobre del 1981 che permise agli azzurri di pareggiare quell’incontro e di terminare al secondo posto nel girone proprio dietro ai “plavi”.

L’ultimo incontro di Bettega con la sua Juve fu la nefasta finale di Coppa dei Campioni del 1983, quella giocata ad Atene contro l’Amburgo e persa per uno a zero.

A neppure trentatre anni però per Bettega, che trovava semplicemente inimmaginabile giocare nel campionato italiano con altri colori, arriva l’offerta dei Toronto Blizzard.

E’ una nuova ed eccitante sfida che Bettega accetta con grande entusiasmo.

Giocherà con il club canadese due ottime stagioni anche se quella del 1984 sarà purtroppo l’ultima per il campionato NASL, costretto a chiudere i battenti per problemi economici.

Al rientro in Italia il destino torna a presentargli il conto, per l’ennesima volta. Con la sua A112 è vittima di un grave incidente stradale che per qualche giorno fa temere per la vita di “Penna Bianca” (l’altro soprannome di Bettega) che per fortuna riuscirà a recuperare completamente.

A Roberto Bettega per oltre dieci anni (tra il 2002 e il 2014) è stato intitolato addirittura uno stadio. Un club di  Asunción , il Tacuary, gli dedicò uno stadio. Pare che il Presidente del Club paraguaiano, Francisco Ocampo, fosse un grande ammiratore dell’attaccante italiano fin dai tempi del mondiale argentino … tanto da dedicargli il suo stadio.

Infine una curiosità. Roberto Bettega ha segnato oltre duecento reti in carriera.

Tra queste soltanto sei su calcio di rigore.

E considerando che in totale i rigori da lui calciati in competizioni ufficiali sono esattamente sei … forse Juventus e Nazionale si sono perse un rigorista coi fiocchi.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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