FLORIAN ALBERT: Il Pallone d’oro sconosciuto

«Ventotto anni. L’età ideale per un calciatore. Quella dove raggiungi la perfetta miscela tra vigore fisico ed esperienza, tra capacità di gestire gli sforzi e la tecnica che negli anni si è affinata.

Invece io, a 28 anni, sono fermo ai box.

Ho un’ingessatura che parte dalla caviglia e arriva fino all’inguine.

“E’ una brutta frattura Florian. Dobbiamo solo aspettare. E sperare”. Queste la parole del chirurgo che mi ha operato due mesi fa qui a Budapest.

Era il 15 giugno del 1969. Stavo giocando in Danimarca con la mia Nazionale. Era una partita importante, fondamentale. Si giocava per la qualificazione ai prossimi mondiali che si giocheranno in Messico fra meno di un anno.

Pensavo di arrivare sul pallone un attimo prima del portiere danese.

Arrivare prima per toccare la palla quel tanto per fargliela passare sotto il corpo proprio mentre lui si stava lanciando in uscita per bloccare quel pallone.

Invece è arrivato prima lui.

E ha preso tutto.

Il pallone e la mia gamba che è rimasta sotto il suo corpo spezzandosi in due punti.

Ora devo per forza guardare avanti.

Sul fatto di tornare su un campo di calcio non ho un solo dubbio al mondo !

Il problema è un altro: sarò ancora quello di prima ? Sarò lo stesso che due anni fa vinse il pallone d’oro davanti a campioni come Bobby Charlton, Jimmy Johnstone o Franz Beckenabuer ? Sarò lo stesso degli ultimi Mondiali, quelli d’Inghilterra del 1966 ? Quelli in cui dopo che battemmo il Brasile di Gerson, Garrincha e Nilton Santos uscimmo dal campo con il pubblico del Goodison Park che cantava il mio nome ?

Sarò lo stesso che nel 1962 ai Mondiali in Cile vinse la classifica dei marcatori e venne giudicato il miglior giovane calciatore di quel campionato ?

Non lo so, non posso saperlo.

Solo il tempo e il campo potranno dare questa risposta.

… di sicuro c’è che a 28 anni mica posso andare in pensione …»

Ci vorrà praticamente un anno intero prima di rivedere su un campo di calcio Florian Albert, il più grande calciatore ungherese della storia dopo l’inarrivabile Ferenc Puskas.

I timori di Albert erano quanto mai fondati.

Tornerà infatti ad esprimersi a livelli più che dignitosi riuscendo a vincere con il suo Ferencvaros la Coppa d’Ungheria nel 1972, anno in cui i Magiari raggiungeranno il quarto posto agli europei di Germania e dove Albert giocherà solo la finalina per il terzo posto persa contro il Belgio.

Ma non sarà mai più quel fenomenale calciatore che incantò il mondo con la sua Nazionale ai Mondiali del Cile e di Inghilterra o che nel 1965 guidò il suo club alla conquista della Coppa delle Fiere battendo in finale la Juventus di Del Sol, Combin e Castano e superando lungo il cammino squadre del valore di Manchester United, Athletic Bilbao e Roma.

Nel 1974, a 33 anni, chiuderà la carriera, trascorsa tutta nelle file del Ferencvaros.

E’ il 17 marzo e Albert entrerà nella ripresa segnando una rete nella vittoria per tre reti a zero delle sue “Aquile Verdi”. Lui sarà l’ultimo dei grandi talenti magiari apparsi sulla scena internazionale … con l’unica colpa di essere nato con qualche anno di ritardo rispetto ai suoi grandi predecessori Puskas, Koscis e Hidegkuti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Florian Albert perde la madre quando ha solo due anni. La sua famiglia di contadini dal piccolo villaggio di

Hercegszántó, situato ad un passo dal confine jugoslavo, si trasferisce a Budapest. Un giorno il Ferencvaros organizza una giornata di scouting presso la propria sede per tutti i ragazzini della capitale. Florian viene immediatamente inserito nei ranghi del settore giovanile del Club. Ha undici anni. Trascorrerà i ventidue successivi nelle file delle “Aquile Verdi”.

Florian è un ragazzino timido e introverso che si trasforma letteralmente su un campo di calcio. Dopo un pugno di partite nella squadra Juniores i tecnico capiscono che il ragazzo è più che pronto per il passaggio in prima squadra.

Viene fatto esordire il 2 novembre del 1958 in un match di campionato contro il Dioseyor.

Segnerà due reti e non uscirà più di squadra.

La sua ascesa è impressionante. Sette mesi dopo il suo esordio in campionato, nel giugno del 1959, fa il suo esordio nella Nazionale ungherese. Di fronte c’è la Svezia che l’anno prima è arrivata in finale nel Mondiale organizzato sul suolo amico, sconfitta solo dal Brasile di Pelé e Garrincha. Gli ungheresi vinceranno per tre reti a due e Albert sarà determinante con due preziosi assist.

Da quel giorno Albert diventa un punto fermo anche in Nazionale, cominciando proprio dai Giochi Olimpici di Roma dell’anno successivo che l’Ungheria chiuderà con un prestigioso terzo posto e con Albert autore di cinque reti in quattro partite.

In questi primissimi anni di carriera Florian Albert agisce da attaccante puro.

Eccellente nel dribbling, dotato di un tiro potente e preciso con entrambi i piedi e anche molto abile nel gioco aereo grazie anche ai suoi 185 centimetri di altezza.

Nel 1960 e nel 1961 vincerà la classifica marcatori del campionato ungherese e nel 1962, anche se in coabitazione con altri quattro calciatori, vincerà questo trofeo anche ai Mondiali in Cile.

Subito dopo inizia però la sua trasformazione tattica. Albert inizia ad arretrare il suo raggio d’azione e a diventare sempre di più il fulcro della manovra sia con il Ferencvaros che con la nazionale del suo Paese. A questo contribuisce anche la comparsa sulla scena magiara di un ottimo centravanti classico: Ferenc Bene, che, dopo gli esordi da ala destra finirà per accentrarsi sempre di più diventando lui la prima punta della squadra. Sarà lui dai successivi Campionati Europei di Spagna a ricoprire il ruolo di attaccante principale in seno alla squadra lasciando così ad Albert i compiti di costruzione del gioco. Per l’Ungheria arriverà un altro terzo posto.

“L’imperatore” questo il soprannome di Albert fin dagli esordi con i “fradi”, i “muratori” come viene anche soprannominato il Ferencvaros, arriva all’apice della carriera nei due anni successivi: il 1965 e il 1966.

Nel 1965 sarà decisivo nella conquista della Coppa delle Fiere (a tutt’oggi unico trofeo continentale vinto da una squadra ungherese) giocata contro la Juventus al Comunale di Torino in gara unica ma saranno soprattutto le sue performance al Mondiale inglese del 1966 a catapultarlo all’attenzione di tutto il mondo calcistico. Su tutte quelle contro il Brasile nel turno di qualificazione.

Il Brasile, che si presenta senza l’infortunato Pelé, letteralmente massacrato dai bulgari nel primo incontro, presenta una formazione di altissimo livello comprendente sia gli esperti Gilmar, Bellini e Garrincha che i giovani e promettenti Gerson, Tostao e Jairzinho.

Ma sarà la classe e la visione di gioco di Albert e la velocità e l’opportunismo di Bene a fare la differenza quel giorno.

Sarà proprio Bene che partendo dalla sua preferita posizione di esterno destro dopo aver saltato un paio di avversari stringerà verso il centro e batterà Gilmar sul suo palo.

La reazione del Brasile è affidata ai giovani Jairzinho, Gerson e Tostao mentre per Garrincha pare evidente che lo smalto dei tempi migliori sia ormai solo un ricordo.

Sarà proprio Tostao con una gran botta di sinistro dal limite a riportare in parità l’incontro.

Ma è solo una fiammata. Nella riprese gli ungheresi, guidati da Albert che agisce da centravanti di manovra permettendo gli inserimenti dagli esterni di Bene e Farkas, passeranno prima con un gran gol al volo di Farkas su un cross dalla destra e poi con un calcio di rigore trasformato da Meszoly a un quarto d’ora dalla fine. Sarà l’azione che porterà a questo gol che coronerà la sontuosa partita di Albert, più volta ovazionato dal pubblico di Goodison Park, felice di vedere i favoriti brasiliani (e principale spauracchio per la nazionale inglese) soccombere contro gli ungheresi.

Albert si farà dare il pallone sulla propria trequarti difensiva per poi partire palla al piede con una progressione davvero impressionante. Lascerà sul posto due avversari prima di appoggiare la palla a Bene che verrà steso in area da Paulo Henrique.

Nel successivo match l’Ungheria suggellerà la qualificazione battendo la Bulgaria prima di uscire nei quarti di finale per mano dell’Unione Sovietica di Yascine, Chislenko e Voronin.

Il nome di Florian Albert è ora conosciuto a livello mondiale.

Nella classifica del Pallone d’oro si piazzerà al quinto posto dietro mostri sacri come Bobby Charlton, Eusebio, Franz Beckenbauer e Bobby Moore.

Il trofeo lo vincerà l’anno successivo, mettendo in fila tre di coloro che lo avevano superato l’anno precedente (Charlton, Beckenbauer ed Eusebio) e lo scozzese Jimmy Johnstone, vincitore con il suo Celtic della Coppa dei Campioni pochi mesi prima.

Florian Albert è anche l’unico ungherese ad aver vinto il Pallone d’Oro, nonostante l’impatto avuto dalla Grande Ungheria negli anni 50. Divertente l’aneddoto della consegna del Pallone d’oro che avrebbe dovuto essere effettuata prima del quarto di finale degli Europei tra Ungheria ed Urss e davanti ai 70 mila del Nepstadion di Budapest. Per quell’incontro però Albert è infortunato. A quel punto i rappresentanti di France Football decidono di consegnare il prestigioso riconoscimento ad Albert nella Hall dell’albergo che ospita la Nazionale. Il nuovo allenatore degli ungheresi, Karoly Sòs, si oppone. Il premio gli verrà consegnato a casa sua qualche giorno dopo … in cucina e con la moglie come unica spettatrice all’evento !

Molto onesta a questo proposito la dichiarazione resa da Albert al momento della nomina. “Sono il primo ungherese a vincerlo solo perché è stato creato nel 1956, l’anno in cui l’URSS invase il mio Paese. Nel 1954 tutti i più forti calciatori del mondo venivano dal mio Paese. Ci sarebbe solo stato l’imbarazzo della scelta”.

Assai poco noto al grande pubblico è quanto accadde nei primi mesi del 1967. Il Flamengo, forse la squadra più famosa di Rio de Janeiro, invita Albert in Brasile. E’ solo una gita ma il Flamengo ha le idee chiare: vorrebbe far firmare un contratto ad Albert e trattenerlo in Brasile, in barba ai severi regolamenti che impedivano ai giocatori ungheresi di trasferirsi all’estero. Albert rimarrà solo due settimane a Rio … ma in tempo per giocare con il Flamengo uno dei derby più sentiti dai “Carioca”: quello contro il Vasco de Gama.

Molto divertente anche il racconto di Albert al suo arrivo a Rio.

“Quando arrivai all’aeroporto c’erano centinaia di persone. Un accoglienza incredibile quanto inaspettata. Ricordo che salì sul taxi che mi doveva portare la mio albergo e alla radio sentii nominare il mio nome. Chiesi al taxista cosa stavano dicendo. Mi spiegò che dietro di noi c’era una troupe di una radio di Rio che ci seguiva durante il tragitto e lo speaker stava raccontando il tutto in diretta alla radio !”

Poi ci sono i “numeri” per quanto possano valere in una carriera così straordinaria.

258 reti in 350 partite con il Ferencvaros e 31 in 75 partite con la Nazionale.

Molto toccante il saluto del popolo del suo Ferencvaros. Migliaia di persone avevano assistito ai suoi funerali, celebrati nella mattina del 6 novembre del 2011 e ripresi in diretta dalla Televisione di Stato e alla quale presenziarono tutte le più alte cariche del Paese.

Ma fu ciò che accadde nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno che è rimasto indelebile nella memoria di tutto il popolo ungherese.

Il Ferencvaros quel giorno era atteso da un incontro di campionato contro il Paksi.
Poco prima dell’inizio del match tutti i riflettori dello stadio vennero spenti … ma si accesero migliaia di candele dei tifosi presenti.

I calciatori del Ferencvaros scesero in campo in completo nero in segno di lutto e sulle tribune apparve un grande striscione con la scritta “Dio ora è vicino a te, Imperatore”.

Florian Albert, il “Pallone d’oro” meno conosciuto e celebrato della storia … ma un calciatore meraviglioso e ultimo vero erede della grande scuola Magiara.

Un calciatore, come lo definì Lajos Baroti, allenatore per tanti anni della Nazionale Ungherese, “che era altrettanto bravo nel creare occasioni da gol per i compagni quanto come nel realizzarle in prima persona. E tutto con la sua grande eleganza”.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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