FULVIO BERNARDINI e un’impresa dimenticata

E’ il 30 maggio del 1957.

Si gioca la finale della Coppa dei Campioni.

Quella che diventerà la competizione per club più importante del continente è solo alla sua seconda edizione.

Partecipano ventidue squadre e a differenza della prima edizione i più grandi campionati europei sono tutti rappresentati.

C’è ovviamente la Spagna che porta i detentori del Real Madrid e l’Athletic Bilbao che ha vinto la Liga, c’è il Nizza a rappresentare la Francia, c’è il Borussia Dortmund per la Germania, i Rangers di Glasgow per la Scozia e addirittura ci sono gli inglesi che avevano rinunciato alla prima edizione di “una coppa che non avrà alcun futuro”.

A rappresentarli c’è il Manchester United di Matt Busby che con la sua squadra di giovani campioni sta dominando già la scena inglese.

Per l’Italia c’è la Fiorentina.

Si, perché per la prima volta nella storia della Serie A il campionato nel dopoguerra non è stato vinto da una delle quattro squadre dell’asse “Milano-Torino” ma dai “Viola”, guidati da un allenatore visionario, competente e preparatissimo: Fulvio Bernardini.

Da una panchina “Il Dottore” (così chiamato per la sua laurea in Economia) può finalmente creare e sperimentare tutto quello che ha appreso nei suoi anni da calciatore … calciatore talmente bravo che Vittorio Pozzo non inserì che raramente nel suo undici titolare perché “troppo bravo e intelligente per potersi capire con i suoi compagni di squadra” …

Non è stato un percorso facile quello che ha permesso alla Fiorentina di arrivare in Finale.

C’è voluta anche un po’ di fortuna, quella che serve sempre, nello sport e nella vita.

Quella che nella serata di quel 30 maggio, al Santiago Bernabeu di Madrid (si, perché il Real ebbe anche la sorte di giocare sul proprio terreno quella finale) disertò completamente Bernardini e i suoi.

Al primo turno ai viola del Presidente Enrico Befani toccano in sorte gli svedesi del Norrköping, di cui si sa pochissimo ma che non dovrebbero essere un ostacolo insormontabile.

Nel primo incontro al Comunale finisce uno a uno.

Ci sono quel giorno solo seimila anime sugli spalti, a dimostrazione dello scarso appeal della competizione. E quando l’attaccante svedese Harry Bild porta in vantaggio i suoi sembra che gli assenti all’esordio della “Viola” in quella competizione ci abbiano visto lungo.

L’ala sinistra Bizzarri ristabilisce la parità ma l’uno a uno finale non lascia grandi speranze ai ragazzi di Bernardini per la partita di ritorno.

E’ a questo punto che la sorte dà un aiuto insperato alla Fiorentina.

L’inverno svedese, anche se siamo solo a novembre, ha già colpito con durezza.

Impossibile giocare la partita di ritorno sul campo di Norrköping.

Viene scelta un’altra sede: Roma.

… in pratica una seconda partita in casa per i Viola che pur faticando, vincono per una rete a zero grazie al bomber Virgili.

Nei quarti alla Fiorentina toccano gli svizzeri del Grasshoppers.

Stavolta al Comunale ci sono più di diecimila tifosi, cifra lontana dai numeri in campionato ma significativa del crescente interesse per la competizione.

In dodici minuti la Fiorentina si porta sul tre a zero grazie ai gol di Segato e alla doppietta di Taccola. Sembra una passeggiata. Invece arriverà solo un altro gol in tutto il match, quello dello svizzero Ballaman che servirà a mantenere vive le speranze di qualificazione degli elvetici.

Al ritorno sarà il brasiliano Julinho, l’uomo a cui Bernardini diede la caccia per due anni prima di riuscire a portarlo a Firenze, a portare in vantaggio i suoi a cui farà seguito un gol di Montuori nel due a due finale.

La Fiorentina è in semifinale.

Tra le quattro squadre più forti del continente.

“Fuffo” Bernardini ha già fatto un miracolo.

Quando arriva nel capoluogo toscano nel gennaio del 1953 la Fiorentina, dopo l’eccellente quarto posto della stagione precedente, è invece invischiata nella lotta per non retrocedere.

Con il suo carisma, la sua grande intelligenza tattica e quella grande capacità di trovare la sistemazione migliore in campo per i suoi giocatori, Bernardini pezzo dopo pezzo assembla una squadra organizzata, fortissima in fase difensiva e capace di trovare la via del gol con più soluzioni, anche con l’inserimento dei centrocampisti fatto abbastanza nuovo visti i rigidi dettami tattici dell’epoca.

Con i “Viola” sono rimasti tre autentici squadroni: il Real Madrid, detentore del trofeo, il Manchester United di Matt Busby e la Stella Rossa di Belgrado.

Il sorteggio sorride ai toscani.

Real e Manchester vengono evitate ma gli slavi, con giocatori del valore di Rajko Mitic, Bora Kostic e Dragoslav Sekularac nelle proprie fila, non sono certo da sottovalutare.

Sono due partite intensissime e all’insegna del massimo equilibrio.

Nel match d’andata giocato a Belgrado la Fiorentina si difende con ordine dall’assalto della Stella Rossa e a due minuti dalla fine è un gol di un rincalzo, Maurilio Prini, a dare la vittoria agli uomini di Bernardini.

Al ritorno al Comunale di Firenze sugli spalti ci sono 70 mila spettatori a sostenere e spingere la squadra verso la finale di quella seconda edizione della Coppa dei Campioni.

Finirà zero a zero e la Fiorentina staccherà il biglietto per la finale di Madrid.

Il Santiago Bernabeu è stracolmo.

124 mila spettatori.

I favori del pronostico, inutile dirlo, sono per i “Blancos” di Alfredo Di Stefano, Paco Gento e Raymond Kopa.

Ma la Fiorentina non ha nessuna intenzione di fare da “sparring-partner” per i padroni di casa.

I “Viola” sono disposti tatticamente in maniera perfetta. Orzan, Magnini e Cervato proteggono con grande attenzione la porta di Giuliano Sarti, il giovane portiere voluto a tutti i costi da Bernardini al suo arrivo a Firenze. L’intelligenza tattica di Montuori, attaccante che sapeva arretrare a centrocampo in caso di necessità, la forza fisica e la determinazione di Armando Segato e Guido Gratton bloccano per settanta minuti il potenzialmente devastante attacco del Real Madrid.

Ci sarà un’unica grande occasione per i “Blancos”. Un tiro dai venti metri del centravanti Di Stefano che pare diretto all’incrocio dei pali. Sarti, con un balzo prodigioso e con la mano di richiamo compie un autentico miracolo deviando il pallone sopra la traversa.

A venti minuti dalla fine arriva la svolta.

E il vero protagonista non è uno dei ventidue in campo … ma il ventitreesimo, ovvero l’arbitro dell’incontro l’olandese Leopold Horn.

Il centrocampista del Real Enrique Mateos riceve un pallone filtrante dalle retrovie e si sta involando verso la porta di Sarti. Il guardialinee alza prontamente la bandierina per segnalare il fuorigioco del numero 8 dei “bianchi”. L’arbitro fa proseguire e mentre Mateos si appresta ad entrare in area di rigore viene steso dal terzino destro della Fiorentina Ardico Magnini.

Il fallo è commesso almeno un metro fuori dall’area di rigore ma l’arbitro Horn, sorpreso dal capovolgimento di fronte e molto lontano dall’azione, decreta il calcio di rigore.

Le proteste dei toscani sono veementi.

Invitano l’arbitro a consultare il proprio guardalinee e insistono sul fatto che il fallo è stato commesso fuori dall’area di rigore.

Come sempre in questi casi non c’è nulla da fare.

E’ calcio di rigore e Di Stefano, nonostante Sarti riesca a toccare il pallone, porta in vantaggio i suoi.

La Fiorentina abbozza una reazione ma è il Real Madrid che negli spazi lasciati dalla retroguardia dei Viola troverà la possibilità di segnare il secondo gol con l’ala Gento che chiuderà di fatto l’incontro.

In quella stessa stagione la Fiorentina chiuderà il campionato al secondo posto, alle spalle del Milan.

Fulvio Bernardini rimarrà soltanto un’altra stagione nelle file dei toscani.

Arriverà un altro secondo posto a sancire comunque la forza dei toscani, ormai una delle realtà consolidate del calcio italiano.

Al termine di quella stagione del 1957-1958 Fulvio Bernardini e il brasiliano Julinho lasceranno il club.

Bernardini andrà alla Lazio mentre per il brasiliano la “saudade” è diventata insopportabile e per lui c’è il rientro in Brasile nelle file del Palmeiras.

“Fuffo” Bernardini scriverà ancora pagine gloriose nella storia del calcio italiano.

Innanzitutto vincendo la Coppa Italia alla sua prima stagione con la Lazio e in seguito sarà sempre lui, con il Bologna nel 1964, a rompere ancora una volta l’egemonia degli squadroni del Nord, trionfando in campionato dopo l’epico spareggio dell’Olimpico contro l’Inter di Helenio Herrera.

Dopo il lungo legame con la Sampdoria nel 1974, a coronamento di una splendida carriera, arriva il posto più ambito: quello di Selezionatore della nostra Nazionale.

Bernardini raccoglie le ceneri del fallimento dei Mondiali tedeschi del 1974 e incurante delle critiche di una buona parte di media e opinione pubblica inizia a lavorare per il futuro, fedele al criterio che lo ha accompagnato per tutta la carriera: in campo solo giocatori dai “piedi buoni”, ovvero con capacità tecniche importanti in grado di disimpegnarsi in ogni situazione che si presenti.

Alla sua prima convocazione con la Nazionale per un’amichevole contro la Jugoslavia ci sono Giancarlo Antognoni e Francesco Rocca, entrambi ventenni e che si sono affacciati da pochissimo nel campionato italiano.  Antognoni diventerà l’uomo di riferimento per gli azzurri per la decade successiva e solo la sfortuna toglierà a Francesco Rocca la possibilità di diventare un calciatore di fama mondiale.

Nel 1977 passerà definitivamente la mano al suo assistente, Enzo Bearzot, che solo un anno dopo, in Argentina, metterà in campo una delle più belle nazionali della storia del nostro calcio.

Durante il suo mandato con gli azzurri debuttarono anche Ciccio Graziani e Marco Tardelli, altri due protagonisti della Nazionale e anche loro come Antognoni campioni del mondo nel 1982 in Spagna.

Fulvio Bernardini tornerà alla “sua” Sampdoria come direttore tecnico tra il 1977 e il 1979.

Morirà nel 1984 all’Ospedale Villa San Pietro di Roma.

Sarà la terribile SLA (Sclerosi lateriale amiotrofica) a portarselo via … anche se si saprà solo vent’anni dopo la sua dipartita.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Sono davvero innumerevoli gli aneddoti sulla carriera di questo grande protagonista della storia del calcio italiano.

Quando si trasferì dalla Lazio, la prima squadra nella quale aveva militato, all’Inter (allora ancora “Ambrosiana”) dovette pagare di tasca propria il trasferimento. Ventimila lire, una cifra importante per l’epoca che con l’aiuto del fratello Vittorio riesce a pagare.

Milano però vuol dire non solo la possibilità di giocare con i nerazzurri allenati dal grande  Árpád Weisz ma soprattutto di ottenere un posto di lavoro in una banca cittadina e la possibilità di continuare gli studi universitari presso il celebre Istituto Commerciale Luigi Bocconi.

Fulvio Bernardini rimarrà solo due anni a Milano, giocando sempre ad altissimi livelli. E’ proprio durante il suo soggiorno nella città meneghina che un giorno Bernardini, assistendo ad una partita della Primavera della squadra, nota un ragazzo, di soli cinque anni meno di lui ma con un talento davvero particolare.

Ne parla con Weisz che non indugia un secondo ad inserirlo in prima squadra.

Quel giovane e talentuoso ragazzo altri non era che Giuseppe Meazza.

Al termine di quelle due proficue stagioni il neo-laureato Fulvio Bernardini torna a Roma, questa volta nelle file dei giallorossi.

Ci rimarrà per dodici stagioni diventando il simbolo di quella squadra che nel 1930-1931 si piazzerà al secondo posto in campionato dietro la Juventus di Carlo Carcano.

Dopo le formative esperienze sulle panchine di MATER (che portò fino alla serie B) Roma, Reggina e Vicenza, nel gennaio del 1953 arriva la chiamata del facoltoso imprenditore tessile pratese Enrico Befani che per la Fiorentina ha grosse ambizioni. Bernardini raggiunge un insperato settimo posto ma capisce che per quella squadra occorre un intervento deciso e radicale. L’attacco è il peggiore del campionato. Solo 31 reti segnate. Il peggiore attacco di tutto il campionato, comprese le due squadre retrocesse, Como e Pro Patria.

Bernardini corre subito ai ripari. La sua prima mossa sarà emblematica su quella che è già la sua filosofia di gioco: occorrono calciatori con i “piedi buoni”. Per questo motivo dal Milan arriva il centrocampista svedese Gunnar Gren. La mezzala svedese ha ormai trentatre primavere sul groppone ma la sua geometria e il suo senso tattico saranno fondamentali nell’economia del gioco dei Viola. Dal Bologna arriva anche il centravanti Giancarlo Bacci che, anche se solo per una stagione, risolverà con i suoi tredici gol il problema-gol per i toscani.

Sembra l’anno buono. La Fiorentina si laurea Campione d’inverno ma un inatteso crollo nel finale di campionato (nessuna vittoria nelle ultime nove partite) non le permetterà di andare oltre il terzo posto, in coabitazione con il Milan.

Dopo un quinto posto nella stagione successiva finalmente Bernardini riesce a mettere le mani, nell’estate del 1955, sui due ultimi pezzi del puzzle: l’attaccante argentino Miguel Montuori e l’ala destra brasiliana Julinho. Quest’ultimo, ammirato l’anno prima ai Mondiali di calcio in Svizzera, fu considerato da Bernardini il suo talismano.

“Se riusciamo ad acquistare Julinho vinceremo lo Scudetto” questa era l’incessante richiesta del “Dottore” al suo Presidente Befani.

Julinho era un’ala vecchio stampo, capace di saltare con estrema facilità l’avversario e di mettere in mezzo all’area palloni invitanti per gli attaccanti.

Cinquemila e cinquecento dollari fu l’esorbitante prezzo per il suo cartellino, di proprietà del Portuguesa, club di San Paolo.

Ma Bernardini aveva ragione. Con i suoi cross, secchi e a pelo d’erba, mise in condizione il non raffinatissimo Virgili e lo stesso Montuori di segnare 34 dei 59 gol complessivi della squadra al termine di quel trionfale campionato che portò a Firenze il titolo per la prima volta nella sua storia.

Bernardini come detto riuscì a ripetere il miracolo di Firenze pochi anni dopo con il Bologna, altra squadra costruita con pazienza e sagacia e in grado di trionfare in un campionato che pareva dominio assoluto dei grandi club del nord del Paese.

… ma questa, come si usa dire, è un’altra storia …

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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