TONY ADAMS: Le Guinness e una cintura di sicurezza

E’ il 6 maggio del 1990. L’Arsenal ha appena chiuso una stagione deludente, con un 4° posto non all’altezza delle aspettative. I calciatori sono attesi all’aeroporto di Heathrow per il classico tour di fine stagione che li porterà nel Sud Est Asiatico.

Tony Adams, fra la sorpresa di molti osservatori, non è entrato nei 22 che Bobby Robson porterà con se ai Mondiali che si disputeranno da lì a poche settimane in Italia.

Per Adams è un boccone amarissimo da ingoiare.

Si accorge che c’è ancora un po’ di tempo a disposizione prima di presentarsi al ritrovo con i compagni e lo staff dei Gunners. Decide di fermarsi in un pub per bere “un paio” delle sua amate Guinness.

Alcuni avventori lo riconoscono e con qualche birra in corpo per Tony diventa assai più facile socializzare. Viene invitato da alcuni di loro ad un barbecue organizzato poco distante.

“Che male c’è ?” pensa Adams in quel momento.

Quella piccola festicciola in realtà si trasforma nella possibilità perfetta di dimenticare le delusioni professionali. Adams è l’invitato di lusso, il “re” della festa e lui non ama tradire le aspettative.

Inizia a bere in modo smodato.

Quando guarda l’orologio si accorge che manca meno di un’ora all’imbarco.

Da Billericay ad Heathrow il tempo non è sufficiente.

Sale sulla sua Ford  Sierra e si lancia in una corsa disperata ad oltre 100 miglia all’ora.

Perde il controllo della vettura e si va a schiantare contro un muro nei pressi di Rayleigh.

Quando arriva la polizia gli viene fatto il test alcolico: Tony Adams è quattro volte oltre i limiti consentiti.

“Quel giorno mi misi la cintura di sicurezza. All’epoca non la mettevo mai. Mi dissero che fu proprio la cintura di sicurezza a salvarmi la vita”.

Per Tony arriva una condanna. Quattro mesi in carcere che Adams accetta senza opporsi e senza presentare appello.

“Ho sbagliato. E’ giusto che paghi” dirà Tony con grande dignità.

Potrebbe essere la svolta. Il segnale che occorre dare un taglio netto a certe abitudini.

Non sarà così.

Ci vorranno altri cinque anni d’inferno prima di trovare la forza di riemergere.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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