GIUGNO 1979

“Io non dimentico.

Come potrei ? Tutto quello che ho fatto nella mia carriera lo devo a questa società, a questi colori, a questa famiglia che mi ha accolto, mi ha aiutato a crescere e che mi ha dato una possibilità quando tutto sembrava perduto.

No, io non dimentico che alla fine del 1971 terminava il mio contratto e io non avevo fatto nulla per meritarmene uno nuovo.

Giocavo titolare quando nel 1970 siamo tornati in Primera ma poi nei due anni successivi ho fatto molta più panchina che campo.

E quando mi mettevano in campo era quasi sempre un disastro.

Facevo il terzino a quei tempi ma il mio fisico massiccio non mi aiutava.

Anzi.

Ormai lo avevano capito tutti i miei avversari.

Buttavano la palla avanti, mi battevano in velocità e poi andavano a fare il cross … e spesso anche a segnare.

Non dimentico che in quel 1971 mi era nato un figlio e i soldi che guadagnavo mi bastavano si e no per mantenere lui e la mia adorata Graciela.

Ero certo che non mi avrebbero rinnovato il contratto. Io stesso non me lo sarei rinnovato.

Cosa avrei fatto ? Chi mai avrebbe acquistato un terzino lento e goffo che in Primera non era riuscito a giocare non più di un paio di partite decenti ?

Tornare a lavorare in una fabbrica di scarpe o in una officina meccanica come avevo fatto da ragazzo ?

Non ci dormivo la notte.

Poi un giorno mi chiama il Presidente della squadra, il Signor Santiago Carlos Leyden.

“Cacho, come hai visto in squadra di possibilità di giocare non ne hai tante. Ma sappiamo della tua situazione famigliare. Per questo motivo ti rinnoviamo il contratto per un altro anno in modo che tu possa avere il tempo di decidere cosa fare per te e per la tua famiglia”.

Non ci volevo credere. Mi sembrò di impazzire dalla gioia.

Un altro anno.

Un anno intero per capire cosa potevo fare nel calcio o eventualmente fuori dal calcio.

Ma nel frattempo avrei dato un tetto, vestiti e cibo alla mia famiglia.

Pochi mesi dopo cambiammo allenatore.

Al posto di Antonio Imbelloni arrivò Carlos Calvagnaro.

Da quel giorno cambiò tutto.

Mi mise la maglia numero “5”, quella per intenderci del “volante defensivo” il centrocampista cioè a protezione della difesa.

Nel giro di poche settimane ero diventato un titolare inamovibile.

Ero sempre nel vivo del gioco, conquistavo palloni su palloni e poi li smistavo sulle fasce o ai nostri centrocampisti offensivi.

Il mio fisico robusto in quel ruolo era diventato un pregio e la mia lentezza un difetto che quasi non si notava.

Arrivai perfino a giocare in Nazionale !

Menotti mi chiamò non appena prese in mano la Nazionale Argentina dopo il Mondiali del 1974.

Giocai tre partite ma poi arrivò una proposta da una squadra della Liga Spagnola.

L’Hercules di Alicante.

Era un’occasione imperdibile per me, la mia famiglia e per il Club che incassò una bella cifra per la mia cessione.

Ci ho passato 4 anni meravigliosi … sempre giocando da “5” ovviamente !

Ora però è tempo di tornare a casa.

I dirigenti dell’Hercules vogliono che mi fermi qui, almeno un altro anno.

Ma ho quasi 30 anni ed è tempo di tornare a casa.

Mi vuole il Boca Juniors.

L’offerta economicamente è eccellente.

In squadra ci sono giocatori come Gatti, Pernia, Mouzo, Suné e Mastrangelo e il grande Juan Carlos Lorenzo mi vuole a tutti i costi.

Ma io ho fatto una promessa quando me ne andai quattro anni fa.

Che l’unica squadra argentina in cui avrei mai giocato è solo ed unicamente il FERRO CARRIL OESTE.

E così farò … anche se il Presidente del Ferro, il Sig. Leyden, continua a dirmi che sono matto a rifiutare i soldi del Boca !

Geronimo Saccardi tornerà nell’estate del 1979 al Ferro.

Ci tornerà per restarci per sempre.

Lui che, nato il primo ottobre del 1949, nel Ferro Carril Oeste ci entrò all’età di 13 anni debuttando in prima squadra nel marzo del 1969.

Quando torna nel suo amato “Verde” (il colore predominante del Club) come allenatore è arrivato Carlos Timoteo Griguol.

Il Ferro, con Griguol a dirigere le operazioni dalla panchina e Saccardi come sua estensione in campo, diventa nel giro di pochissimo tempo una delle formazioni più forti del campionato argentino.

Con Carlos Barisio in porta, una difesa solidissima con Oscar Gerré, Juan Rocchia e Hector Cuper (si proprio lui, il futuro allenatore di Valencia e Inter) Claudio Crocco e l’uruguaiano Julio Cesar Jimenez a centrocampo e attaccanti del valore di Adolfino Canete, Alberto Marcico e Miguel Angel Juarez il Ferro inizia a lottare per i primissimi posti della classifica.

Saccardi è la bandiera, l’icona del club.

Il suo coraggio, la sua combattività e la sua efficacia sono ammirati e rispettati in tutta l’Argentina.

In un Paese dove il calcio è vissuto visceralmente e dove l’amore per i propri colori viene al di sopra di ogni altra valutazione Geronimo Saccardi è una eccezione assoluta.

Il rispetto per “El Cacho” è generalizzato e unanimemente riconosciuto.

Ma quello che succede in un Boca Juniors vs Ferro va oltre anche la migliore forma di rispetto per un calciatore.

In quella che si rivelerà la partita decisiva nell’assegnazione del titolo del Torneo Metropolitano.

E’ il 2 agosto del 1981.

E’ la terz’ultima “fecha” del campionato Metropolitano.

Il Ferro Carril Oeste è la grande rivelazione di quel campionato.

La lotta per il titolo è ormai ristretta tra i “Ferroviarios” e il possente Boca Juniors di Diego Armando Maradona e di Miguel Angel Brindisi.

Quel giorno si gioca proprio alla Bombonera.

Il Ferro Carril ha la miglior difesa del campionato. Ha subito fino a quel momento solo 16 reti. Su questo aspetto i “verdi” di Saccardi e compagni impostano la partita.

Bloccare “Dieguito” e Brindisi e cercare di fare male con i letali contropiedi di Miguel Angel Juaréz, Claudio Crocco e di Adolfino Cañete.

Tra le due squadre c’è solo un punto di differenza a vantaggio del Boca che però ha un calendario decisamente peggiore dovendo andare a giocare a Rosario con il Central e poi aspettando alla Bombonera il Racing mentre per il Ferro ci sono Huracan e il Platense che ha appena raggiunto la salvezza.

Insomma, uno pareggio sarebbe visto come una vittoria per gli uomini di Carlos Griguol.

La partita è giocata ad un’intensità altissima. Il Ferro lotta su ogni pallone e va anzi vicino al gol trovando però sempre sulla sua strada “El Loco” Gatti, al rientro proprio quel giorno da un lungo infortunio.

Saccardi, fedele al suo stile, prende in consegna Maradona ogni volta che “El pibe de oro” supera la linea di centrocampo. E dopo solo un minuto di gioco si fa “sentire” con una vigorosa entrata.

Dopo un quarto d’ora di gioco “El Cacho”, al terzo fallo su Diego, si prende il suo cartellino giallo.

Non a caso in Spagna nel suo periodo all’Hercules veniva soprannominato “Mister Tarjeta” per la sua propensione ad accumulare cartellini.

Il Ferro però non cede. La difesa, guidata da Hector Cùper, tiene ottimamente.

Ma la storia di questo match si farà dopo meno di tre minuti dall’inizio del secondo tempo.

Su un cross dalla sinistra di Carlos Cordoba il difensore del Boca Oscar Ruggeri arriva con veemenza. Sembra la palla perfetta per portare in vantaggio gli “Xeneizes”.

Ma all’ultimo istante Ruggeri viene anticipato da Saccardi.

L’impatto è inevitabile.

Ruggeri rimane a terra immobile mentre Saccardi si accorge immediatamente che esce parecchio sangue dalla zona sopra l’orecchio sinistro.

Ma mentre Ruggeri rientra dopo poco più di minuto, il capitano del Ferro lo si vede infilare la porta degli spogliatoi. Non c’è alcun movimento sulla panchina degli uomini di Griguol.

Passano quattro minuti abbondanti.

Quando Saccardi si ripresenta in campo ha una vistosa fasciatura alla testa.

Non c’è stato modo di convincerlo a rinunciare a tornare in campo.

“Aveva perso tantissimo sangue. Faceva fatica a rimanere in piedi dalla botta subita. Gli demmo 6 punti lì, negli spogliatoi. Due minuti dopo era in campo a lottare con il suo solito, indomito stile” ricorda il medico del Ferro Carril dottor Rottemberg.

Però anche il coraggio da solo non può bastare. Passa poco più di un quarto d’ora e dopo l’ennesimo pallone conquistato a centrocampo Saccardi prima si inginocchia, richiama l’attenzione della sua panchina e poi si corica al suolo. Viene accompagnato fuori a braccia con le gambe che non lo sorreggono più.

In quel momento, dalle tribune della Bombonera, si leva un grido, limpido quanto sorprendente.

“Saccardi Corazon”.

E’ il tributo dello stadio più caldo d’Argentina non solo ad un rivale ammirato profondamente per la sua lealtà e per il suo coraggio … ma per un giocatore che per ben due volte in carriera ha saputo rifiutare le offerte dello stesso Boca Juniors, nel 1974 e poi l’anno del suo ritorno in Argentina, nel 1979.

La partita intanto sembra avviarsi senza sussulti verso il finale.

Mancano dieci minuti alla fine quando Maradona riceve palla sulla sua trequarti. Salta in progressione un avversario e quando sta arrivando su di lui un raddoppio di marcatura con l’esterno del suo sinistro inventa un passaggio filtrante con il contagiri che mette el “Mono” Perotti solo davanti a Carlos Barisio. Il tocco del numero 11 del Boca è perfetto. Palla all’angolino a firmare la vittoria del Boca.

Boca che perderà il successivo incontro con il Rosario Central ma il Ferro Carril non saprà approfittarne in pieno facendosi fermare sul tre a tre dall’Huracan.

Nel successivo Nacional il Ferro Carril si confermerà una squadra di grande caratura e stavolta sarà con i “Millionarios” del River Plate che verrà giocata la finale di quel torneo che prevede una fase a gironi e poi l’eliminazione diretta dai quarti di finale in avanti.

Saranno due sconfitte, entrambe per una rete a zero, a condannare il Ferro Carril ad un altro secondo posto.

Ma mister Griguol, uno dei più grandi allenatori della storia del calcio argentino, dirà, con parole quasi profetiche che “se riusciremo a mantenere gli stessi giocatori, lo stesso spirito di sacrificio e la stessa professionalità non possiamo fare altro che migliorare ancora”.

Nel 1982 per il Ferro Carril arriverà un trionfo indimenticabile nella storia di questo Club, che vincerà il suo primo titolo nazionale battendo in finale il Quilmes.

Va ricordato ad onor del vero che la fase finale di quel torneo si giocò solo a fine giugno vista la concomitanza con la guerra delle Malvinas/Falklands e con i giocatori argentini più importanti impegnati in Spagna con la nazionale Argentina.

Al termine della stagione successiva, nel dicembre del 1983, Geronimo Saccardi dice basta.

L’infortunio al ginocchio che si trascina da tempo ne ha ormai limitato le prestazioni.

Saccardi è troppo onesto per pensare di rimanere nel suo adorato Ferro Carril senza poter dare il 100%.

I “Ferroviarios” perdono il loro uomo-guida, il suo leader ma i suoi valori e la struttura del team costruito da Griguol rimangono.

Nel 1984 i “Verdi” conquisteranno il loro secondo, e ultimo ad oggi, titolo di Campioni d’Argentina battendo il finale il poderoso River Plate.

“El Cacho” rimarrà diversi anni lontano dal calcio.

Ma nel 1997 la chiamata dal Club del suo cuore non può rimanere inascoltata.

Si siederà sulla panchina del Ferro per due stagioni, senza ottenere i risultati sperati … ma con il solito totale impegno verso i suoi colori.

Sarà un infarto mentre stava giocando a tennis a portarselo via il 4 maggio del 2002, quando Geronimo Saccardi aveva solo 52 anni.

Se esiste una bandiera nel calcio argentino, se esiste qualcuno che ha messo il suo Club davanti a tutto il resto, compresi denaro, successi e titoli costui è proprio Geronimo Saccardi.

E la gente del Ferro Carril Oeste lo sa … lo ha sempre saputo.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Rimane celebre la sua intervista al Grafico, la meravigliosa rivista argentina, al momento di rifiutare il trasferimento al Boca Juniors al suo ritorno dalla Spagna.

“Sono lusingato che una squadra così importante si interessi a me. Però ho una casa, un’auto e posso portare in vacanza la mia famiglia. Stiamo bene e abbiamo tutto quello che ci serve. E poi un po’ di soldi in più non fanno la differenza quando vivi dove sei cresciuto e sei circondato da amici”.

Da bambino, grazie ad uno zio paterno tifosissimo dell’Independiente, anche Geronimo simpatizzava per i “diavoli rossi” di Avellaneda.

Ma come racconterà sempre lo stesso Saccardi “questa simpatia finì il giorno stesso in cui entrai nelle giovanili del Ferro”.

In quell’inverno del 1971 quando la carriera di Saccardi nel Ferro pareva giunta al capolinea ci fu addirittura una delegazione formata da compagni di squadra del Ferro Carril che si presentarono al Presidente Leyden per chiedere di dare un’altra possibilità al “Cacho”.

E’ sua moglie Graciela che ricorda questo aneddoto “Gli volevano davvero bene tutti. Ma credetemi: era impossibile non volergliene. La sua generosità non aveva davvero limiti”.

C’è un bellissimo aneddoto raccontato da Alejandro, il figlio maggiore di Geronimo Saccardi.

“Durante la partita di ritorno della finale del Nacional del 1981 al Monumental contro il River mio padre ebbe diversi scontri molto accesi con Daniel Passarella, capitano e leader del club della “banda”. Addirittura ad un certo punto i due vennero alle mani quando mio padre, su un calcio di punizione per il River, si mise davanti al pallone per dare tempo ai suoi compagni di preparare la barriera. Passarella diede un pestone a mio padre che reagì prendendo per il collo il libero della Nazionale. Ne uscì una mezza rissa bloccata a stento dai compagni di squadra. I due se le diedero ad ogni occasione per il resto della partita.

Al fischio finale, con la sconfitta del Ferro grazie ad un gol di Mario Kempes, mio padre scoppiò in lacrime.

Fu proprio Passarella che si avvicinò a lui per consolarlo, chiedendo il motivo di tanta disperazione.

Fu allora che mio padre spiegò a Passarella che poche settimane prima era morto suo padre Ottorino e che prima di morire gli aveva promesso il titolo di campione.

Pochi minuti dopo, mentre i suoi compagni stavano festeggiando il titolo, Passarella andò negli spogliatoi, abbracciò mio padre e gli regalò la maglia numero 6 che aveva indossato quel giorno.

Da allora fra i due nacque una grande amicizia a tal punto che con Passarella allenatore della Nazionale argentina una delle prime amichevoli che organizzò fu proprio contro il Ferro Carril che stava allenando in quel periodo mio padre”.

E’ il 29 novembre del 1981.

Il Ferro Carril, che ha già conquistato un posto per il turno successivo del Nacional, attende nel suo stadio il San Lorenzo de Almagro.

Per il “Ciclon” sarà l’ultima partita in Primera. L’anno successivo infatti il grande Club di Boedo dovrà ripartire dalla serie cadetta.

Il Ferro Carril sta vincendo per tre reti a uno quando nei minuti finali si leva dagli spalti un grande e commovente coro dei tifosi del San Lorenzo che, nonostante la retrocessione (la prima di una delle 6 grandi nella storia del calcio argentino) continuano ad incitare e a sostenere i propri calciatori.

“Ho la pelle d’oca” dice ad un certo punto El Cacho ai suoi compagni “E’ una delle cose più belle che io abbia mai visto in una “cancha de futbol” aggiunge evidentemente commosso.

Riunisce i suoi compagni e prima ancora di andare dai propri tifosi li porta sotto il settore degli ospiti, ad applaudire e a rendere omaggio ai tifosi del Ciclon … gesto che sarà sempre ricordato con molto affetto dai tifosi del San Lorenzo che da quel giorno accoglieranno “El Cacho” Saccardi con grande sportività.

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Remo Gandolfi

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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