BRUNO MORA: L’orgoglio di “Parma vecchia”

Bruno è orfano di padre. Era un ingegnere e la guerra se l’è portato via.

Il ragazzino con il pallone ci sa fare davvero. Gli inizi sono nella Giovane Italia, squadra storica della città e fucina inesauribile di talenti.

C’è un torneo in provincia di Mantova al quale partecipa anche la Sampdoria.

Quel ragazzo magrolino, veloce come un fulmine e che sa accarezzare e all’occorrenza “frustare” la palla è una spanna sopra tutti gli altri.

La Sampdoria non ci pensa un solo secondo.

Bruno a quindici anni parte per Genova con la sua valigia di cartone.

Va a vivere in una famiglia che lo ospita come accadeva allora.

Vitto e alloggio e qualche soldino in tasca per un gelato o un panino.

Nel 1957, a vent’anni, Bruno Mora fa il suo esordio in Serie A con la squadra ligure.

Il pubblico doriano si innamora immediatamente di lui.

Gioca all’ala. E’ magrolino e sveltissimo. Salta l’uomo con estrema facilità e a discapito di quel fisico minuto dispone di un tiro secco, non solo preciso.

La Sampdoria gioca un grande calcio e dopo una prima stagione tribolata (quella del ’57-’58) nelle due stagioni successive arrivano un quinto e un ottavo posto. In attacco con lui ci sono Cucchiaroni e Ocwirk, due grandissimi calciatori. Nel novembre del 1959 arriva addirittura l’esordio in Nazionale, contro l’Ungheria. Finisce uno a uno e l’impressione destata da Mora non lascia dubbi: l’Italia ha trovato la sua ala destra per parecchi anni a venire.

Oggi come allora un giovane davvero forte in una squadra di seconda fascia ci rimane poco.

E’ la Juventus campione d’Italia in carica che batte la concorrenza degli altri squadroni del nord e inserisce nel suo già fortissimo undici titolare il ragazzo di Parma.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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