KENNET ANDERSSON: La terza torre di Bologna

Non è necessario essere un fenomeno per farsi amare.

Anzi.

Spesso sono proprio quei calciatori che non hanno doti naturali eccelse ad entrare nel cuore dei propri tifosi.

Sono quelli a cui madre natura non ha regalato quel dribbling ubriacante, quel tocco di palla magico o quella visione di gioco quasi sovrannaturale,

Ma sono quelli che ci assomigliano di più, che ce li fanno sentire più vicini perché sono più o meno come noi, che magari abbiamo giocato una vita in campetti di periferia in campionati di categoria o addirittura negli amatori.

Ma lottano, corrono, saltano, picchiano, le prendono … e sudano tutte le gocce di sudore che hanno in corpo dal primo all’ultimo minuto di OGNI partita.

Kennet Andersson è uno di questi.

Ci ha messo parecchio tempo prima di riuscire a ritagliarsi uno spazio nel calcio che conta.

E’ nella stagione 1990-1991 nelle file del Goteborg, allora la squadra più forte di Svezia, che finalmente riesce ad emergere.

Kennet non è più un ragazzino … ha quasi 24 anni.

13 reti in 16 incontri (e capocannoniere del torneo) però sono un eccellente bottino che finisce per suscitare l’interesse di qualche club europeo.

Niente di trascendentale per carità !

Sono i belgi del Malines (o Mechelen nella dizione fiamminga) ad assicurarsi le prestazione del longilineo attaccante svedese.

Ma la consacrazione definitiva non arriva.

Due stagioni mediocri e il ritorno in Svezia nelle file del IFK Norrkoping dove ritrova i gol e la fiducia in se stesso.

Arriva la proposta dei francesi del Lilla e Kennet stavolta non tradisce le attese.

11 reti sono un buon bottino ma tutti iniziano ad accorgersi del suo strapotere nel gioco aereo che, se sfruttato adeguatamente, può diventare un’arma letale.

Sicuramente di questo avviso è l’allenatore della Svezia Tommy Svensson che decide di fare di Kennet il punto di riferimento offensivo della nazionale gialloblu da lui guidata ai Campionati del Mondo negli Stati Uniti nell’estate del 1994.

Kennet non solo vince praticamente tutti i duelli aerei, facendo sponde e assist preziosissimi per Dahlin e Brolin, i suoi due compagni di reparto, ma in quel Mondiale segnerà la bellezza di 5 reti, compresa una splendida contro il Brasile e un’altra nei quarti di finale con la Romania, contribuendo in maniera determinante a portare la nazionale svedese al 3° posto, miglior piazzamento di sempre dopo il secondo posto ai Mondiali organizzati in casa nel lontano 1958.

A quel punto ci si attende il suo passaggio in una grande del calcio europeo ma sono in tanti a storcere il naso: Kennet non è esattamente un fulmine, non è leggiadro ed elegante e non ha certo una tecnica sopraffina.

Lascia si il Lille, ma per trasferirsi in una piccola cittadina della provincia francese, Caen.

Un altro ottimo campionato e finalmente arriva la chiamata da quello che in quel momento è il campionato più bello e attraente del pianeta: quello italiano.

Ma anche stavolta non è una squadra di prima fascia a tesserare Kennet ma il Bari che, più lungimirante di tanti altri, vede nel gigante svedese qualità che altri sembra proprio non vogliano riconoscere.

A Bari Kennet gioca una stagione strepitosa formando con il “principe” Igor Protti una delle coppie più letali di tutto il campionato italiano (a quei tempi la vera NBA del calcio).

A fine stagione per Kennet saranno 12 reti ma Igor Protti sarà addirittura capocannoniere con ben 24 reti, davanti a calciatori del calibro di Gabriel Batistuta, Enrico Chiesa, Abel Balbo, Oliver Bierhoff o George Weah.

Due giocatori che insieme realizzano 36 gol garantirebbero praticamente a qualsiasi squadra un posto in Coppa Uefa.

Per il Bari non sarà così.

Anzi, arriverà un amara retrocessione nonostante l’ottavo miglior attacco del campionato.

E’ però evidente che il posto di Andersson è la serie A ma ancora una volta non ci sono gli squadroni a fare la fila per accaparrarsi i servigi del biondo attaccante di Eskilstuna.

Sarà il Bologna del Presidente Gazzoni e di Mister Ulivieri, neo promossa nella massima serie, a puntare su Kennet.

Stavolta la scommessa è vinta in pieno.

E sarà, da subito, una meravigliosa storia d’amore.

Bologna “la dotta” non è una piazza qualsiasi.

A Bologna i tifosi sanno aspettare e soprattutto sanno capire quando ci sono le qualità … che non sono solo quelle squisitamente calcistiche.

Ci sono, soprattutto, quelle umane.

Impegno, dedizione, sacrificio, amore per i colori e per la città fanno, a Bologna, la differenza.

Kennet s’innamora di Bologna e i bolognesi di questo lungagnone biondo che è impossibile non notare … ma che in campo non si nasconde mai, neppure nelle giornate meno ispirate.

E nemmeno fuori dal campo, quando lo puoi trovare nei locali di questa meravigliosa città nel pieno della notte.

In più, c’è un allenatore, il sanguigno Renzo Ulivieri, che è talmente intelligente da capire immediatamente quello che Kennet sa fare, quello che non sa fare e … quello che sa fare meglio di tutti !

E allora alla faccia dei “puristi” del bel gioco palla a terra, tecnico e creativo, il Bologna decide invece di giocare quasi solo esclusivamente su Kennet Andersson.

Niente trame intricate, passaggi corti, manovre partendo dalla difesa creative e strutturate.

No, niente di tutto questo.

Palla lunga su Kennet che ha da sempre questa incredibile capacità di “sgonfiare” qualsiasi pallone anche quelli che sembrano imprendibili, portandolo dalla ionosfera al prato del Dall’Ara, appoggiarlo ai compagni e mettendoli spesso in condizione di segnare.

Andersson si sacrifica, salta, lotta, apre spazi e prende botte.

Quasi mai gli arbitri lo tutelano (vero Sig. Nicchi ?) perché è grande e grosso e pensano che forse sia giusto che prenda anche qualche calcione o gomitata in più.

Andersson vive Bologna appieno … di giorno e di notte.

Impossibile non notare i suoi 193 centimetri e la sua chioma bionda.

Ma Bologna sa proteggere, tutelare e coccolare i suoi figli.

A Bologna rimane tre stagioni e del suo altruismo e delle sue qualità “approfitteranno” giocatori come Roberto Baggio e Beppe Signori, sempre per’altro prontissimi a riconoscere le qualità di Kennet.

L’ultima stagione di Kennet al Bologna è memorabile … e avrebbe potuto diventare leggendaria se un gol su calcio di rigore di Blanc ad una manciata di minuti dalla fine non avesse strappato ai felsinei una meritata finale di Coppa Uefa.

Torneo che per i rossoblu era iniziato il 18 luglio dell’anno prima in una partita di Intertoto contro il National Bucarest !

Al termine della stagione arriva la chiamata di una grande squadra.

Finalmente.

E’ la fortissima compagine biancoceleste di Patron Cragnotti, zeppa di fuoriclasse come Nesta, Veron, Salas, Boksic, Almeyda, Nedved e Mihailovic, che vede in Kennet il perfetto uomo-squadra per tutte le occasioni.

Kennet è ovviamente combattuto. Lasciare Bologna non è facile anche perché il Bologna è ora una squadra con progetti e ambizioni diverse da quella in cui era arrivato Kennet tre stagioni prima.

Ma ad ottobre di quell’anno gli anni saranno 32 e per Kennet è un’occasione da non perdere.

Purtroppo per lui le cose non andranno come previsto.

Gli spazi per lui sono ridotti al lumicino e il gioco praticato dai laziali, squadra davvero bella e con un tasso tecnico impressionante, non esalta certo le caratteristiche di Kennet.

Il Bologna, con l’ex portiere Buso in panchina, stenta in campionato.

Occorre correre ai ripari: la Lazio è stato un brevissimo flirt ma l’amore è ancora il Bologna.

Kennet torna nella città dove è stato felice e Bologna lo accoglie a braccia aperte.

La squadra, passata nelle sapienti mani di Francesco Guidolin, è pronta per risalire la china.

Al Dall’Ara arriva l’Inter di Ronaldo, Zamorano, Zanetti, Baggio, Vieri, Paulo Sosa e Peruzzi.

E’ il 7 novembre del 1999.

Kennet Andersson quel giorno sarà devastante.

Blanc e Domoraud, la coppia di difensori centrali francesi, passerà un pomeriggio infernale. Con il lungagnone svedese non la prendono mai.

Quando vanno al duello aereo sono regolarmente superati … quando si “staccano” per poter coprire la sponda di Andersson allora lo svedese “sgonfia” il pallone di petto e lo rende giocabile per i compagni.

Nel tre a zero finale Kennet segnerà due reti. Entrambi, “marca della casa” con due perentori colpi di testa e sempre su cross di Beppe Signori.

Kennet Andersson è tornato a casa e non è cambiato di una virgola.

Il Bologna giocherà un ottimo girone di ritorno terminando la stagione in una tranquilla posizione di metà classifica.

Per Kennet sarà l’ultima stagione con gli amati colori rossoblù.

Andrà in Turchia e darà un contributo importante alla conquista del titolo da parte del Fenerbahce, dopo quattro anni di dominio ininterrotto da parte degli acerrimi rivali del Galatasaray.

Un secondo anno non altrettanto positivo e poi il ritorno in Svezia dove chiuderà la carriera a 38 anni in una squadra dilettantistica.

Kennet poco tempo fa è tornato a Bologna.

A ritrovare i vecchi amici, a passeggiare per le vie del centro e a far conoscere quella Bologna che porta ancora nel cuore anche ai suoi due figli, Stella e Liam.

Ovviamente è tornato anche al Dall’Ara, dove è stato accolto con il solito calore, da cori e striscioni.

… e dove, al centro dell’attacco, ci sarebbe anche oggi un grande bisogno di un giocatore come Kennet Andersson.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

L’amore di Kennet Andersson per il pallone nasce nel 1974. Kennet ha 7 anni e in quell’estate c’è il Mondiale di Germania. Davanti alla tv insieme al padre appassionato di calcio segue la nazionale del suo paese che gioca un ottimo mondiale. Il suo primo idolo è Ralf Edström, il fortissimo centravanti di quella nazionale svedese che aveva caratteristiche molto simili a quelle del biondo attaccante di Bologna e Bari.

Ancora oggi in Svezia Ralf Edström e Kennet Andersson sono considerati i due più forti colpitori di testa della storia del calcio svedese … con buona pace di un certo Zlatan Ibrahimovic.

In assoluto però il giocatore preferito di Kennet Andersson è stato un altro “lungagnone” con un fisico molto simile … ma con caratteristiche completamente diverse: il brasiliano Socrates.

Dopo l’eccellente mondiale negli Stati Uniti la Svezia però non riesce a dare continuità fallendo la qualificazione sia agli Europei del 1996 che ai Mondiali successivi del 1998 in Francia. Queste sono da sempre considerate le due più grandi delusioni della carriera di Andersson. “Avevamo una squadra molto forte ma senza più riuscire a giocare ai livelli che avevamo raggiunto in quell’estate negli Stati Uniti” ricorda ancora oggi con rimpianto il gigante svedese.

Un curioso ricordo dei Mondiali di USA 1994. Nella prima partita con il Camerun Kennet Andersson parte dalla panchina, con Brolin in attacco al fianco di Martin Dahlin. Nel finale però Kennet viene messo dentro al posto dell’amico Ingesson, andando a sistemarsi in attacco con lo spostamento di Brolin sulla fascia destra di centrocampo. Visto l’impatto dell’aitante centravanti nel match l’allenatore degli svedesi Svensson decide di riproporre questo tipo di formazione per l’incontro successivo, quello con la Russia.

A Brolin viene chiesto di giocare come centrocampista di destra nel 4-4-2 utilizzato dagli svedesi. Il biondo giocatore del Parma non la prende benissimo. E’ la star riconosciuta della squadra e si permette qualche mugugno e qualche capriccio.

Ci pensa il terzino destro Roland Nilsson a sistemare la questione. “Tomas, tu vai dove vuoi in campo e non preoccuparti di dover difendere. A quello ci penso io” lo rincuora il terzino ai tempi in forza allo Sheffield Wednesday.

“Da quel momento in poi giocammo un mondiale strepitoso e Brolin, potendosi muovere liberamente in campo, diventò per noi determinante. Ai gol ci pensavamo Dahlin ed io e in quel Mondiale insieme ne facemmo la bellezza di nove ! Neppure la coppia Romario-Bebeto del Brasile riuscì ad eguagliarci !” ricorda ancora oggi con orgoglio Kennet.

In una recente intervista, parlando di calcio e di consigli da dare ai giovani, Andersson ne ha dato uno decisamente particolare, che è raro sentire di questi tempi dove è sempre più frequente sentire di genitori invadenti e spesso maleducati sui campi di calcio dei settori giovanili.

“Ai ragazzi dico sempre di rispettare e di ascoltare il proprio allenatore. E’ lui la figura di riferimento e anche se magari non è il più bravo o preparato sulla faccia della terra è lui e solo lui che ha la responsabilità di farlo e anche dall’allenatore più scarso si possono imparare comunque tante cose.”

Detto da un calciatore che della disciplina, del lavoro sul campo e dello spirito di sacrificio per i compagni di squadra e allenatori ne ha fatto le sue principali caratteristiche è sicuramente un consiglio importante.

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

Leave a Comment

Your email address will not be published.

Start typing and press Enter to search