ROBERT ENKE: L’ultimo tuffo

La Nazionale del tuo Paese, il Barcellona, il Benfica, il Borussia Monchengladbach.

I contratti a sette cifre, l’adulazione dei tifosi, i titoli dei giornali.

Sembra passato un secolo, quasi una vita intera.

Anzi, peggio.

A volte sembra addirittura la vita di qualcun altro.

Tutte quelle cose non ci sono più.

Non ti appartengono più, non le senti più tue.

Sono state inghiottite da quel buco nero senza fondo che si chiama depressione.

La depressione si porta via tutto, compresi i tuoi sogni, le tue emozioni … il tuo futuro.

C’è solo apatia.

C’è quella fatica immensa, improba, di alzarsi dal letto ogni mattina sapendo che quel giorno non sarà diverso dal giorno precedente o da quello prima ancora.

… e probabilmente non sarà diverso neppure dal giorno dopo.

Il piacere di fare il “mestiere più bello del mondo”, quello di volare da un palo all’altro di una porta per evitare che un pallone finisca alle tue spalle dando felicità a te stesso, ai compagni e ai tuoi tifosi non ha più alcun senso.

Eppure sei sempre stato bravo.

Fin da ragazzino nella tua città della Turingia, Jena, dove hai giocato fin da quando avevi otto anni per poi esordire in prima squadra a diciannove.

Ora quando scendi in campo, quando ti metti tra i pali di quella porta non solo non c’è più questa gioia ma c’è solo apprensione … spesso autentica paura.

La paura di essere tu a sbagliare, di essere tu con un errore a condannare i tuoi compagni alla sconfitta, di essere tu l’oggetto delle ire dei tifosi.

Quando è cominciato tutto questo?

Quando il tuo mondo si è capovolto?

Forse quella sera in Spagna in Coppa del Re quando tutto quello che poteva andare storto ci andò? In Turchia quando ti fecero giocare una sola partita (per di più un derby!) e perdeste tre a zero con te come facile e scontato capro espiatorio?

No. Non ci credo.

Non può essere “solo” questo.

Giocare ti piaceva e anche se come diceva tuo padre “Se Robert non si sente il migliore allora si sente il peggiore. Per lui le vie di mezzo non esistono”.

C’è di più, c’è molto di più.

E’ il 10 novembre del 2009. Le prime ombre della sera sono già arrivate.

Robert Enke dopo l’allenamento con l’Hannover, la squadra nella quale militava ormai da cinque anni e con la quale si era rilanciato, tornando ad essere, a trentadue anni, quello che era sempre stato: uno dei migliori portieri tedeschi in circolazione, non va a casa dove lo aspettano la moglie Teresa e una bimba adottiva di dieci mesi, la piccola Layla.

In testa quel giorno c’è qualcosa d’altro.

C’è un pensiero che prima faceva capolino ogni tanto in mezzo alle sue paure, ai suoi improvvisi silenzi e ai suoi sbalzi di umore. Solo che ora quel pensiero ha messo radici e sta diventando ogni giorno più forte, prepotente e arrogante.

Quel giorno quel pensiero copre tutti gli altri, proprio come la nebbia quando arriva sulla pianura.

Tutto il resto sparisce.

Arriva nei pressi di un passaggio a livello della cittadina di Eilvese.

Parcheggia la macchina.

Cammina in mezzo alla campagna. Addosso ha la sua tuta dell’Hannover ’96 ma né il freddo né la fitta pioggerellina di novembre possono aiutarlo a scacciare la nebbia che non è solo fuori ma che è soprattutto nella sua testa.

Quando si gira vede ancora probabilmente le luci della sua Mercedes nella quale ha lasciato i suoi effetti personali e una lettera per la moglie e il medico che lo aveva in cura.

Davanti a se ci sono i tralicci di una ferrovia e ormai è vicino ai binari.

Il treno Regionale diretto a Brema dovrebbe passare da lì fra pochi minuti.

In fondo i treni in Germania sono sempre puntuali.

La sua sorte l’ha decisa.

Ma non quel giorno, non in quel tardo pomeriggio di novembre.

La sua anima già fragile, ferita e vulnerabile aveva sopportato anche troppo.

Albert Camus che aveva fatto il portiere in gioventù diceva che “morire poco alla volta è la specialità dei portieri”.

Robert Enke aveva cominciato a morire tre anni prima quando la sua piccola Lara se n’era andata, a soli due anni, per colpa di una rara malattia cardiaca.

E anche se nel calcio era piano piano ritornato ad essere sé stesso guadagnandosi perfino il ritorno nella Nazionale tedesca nel 2007 con il nuovo manager Joachim Löw, nella vita stava continuando, giorno dopo giorno, a morire.

Il treno è puntuale, come è normale che sia in Germania.

E’ ora per Robert Enke, di fare l’ultimo tuffo.

Robert Enke se ne andrà così, a trentadue anni.

Per un portiere e ancora di più per un uomo a quell’età si è nell’estate piena della vita.

Ma per lui i colori se ne sono andati da un pezzo.

Eppure sembrava tutto facile all’inizio.

L’esordio con il Carl Zeiss Jena, la squadra della sua città, dove bastano poche ottime prestazioni per attirare l’attenzione di un grande club come il Borussia Monchengladbach.

Aspetta pazientemente il suo turno ma quando arriva la possibilità dell’esordio dopo due anni di Under-23 Robert Enke non si fa trovare impreparato.

Anzi.

Gioca talmente bene che al termine della sua prima vera stagione da professionista arriva una chiamata importante: quella del Benfica, allenato dal suo connazionale Jupp Heynckes.

L’impatto è eccellente.

Enke stupisce tutti per la sua bravura e per la sua grande professionalità.

Non sono anni facili per il Benfica che dopo decenni ai vertici del calcio lusitano è ora nel bel mezzo di un periodo di transizione.

La squadra fatica a tornare ai vertici. Con Heynckes arriva un discreto terzo posto ma dopo un brutto avvio nella stagione 2000-2001 il manager tedesco viene licenziato.

Al suo posto arriva José Mourinho, alla sua prima esperienza su una panchina.

Dura poco più di due mesi prima di venire a sua volta licenziato.

Il sesto posto finale di quella stagione e il quarto di quella successiva non sono certo quelli che ci si attende da una squadra di tale blasone ma Robert Enke non è praticamente mai sul banco degli imputati.

Lui la sua parte la fa sempre.

Nell’estate del 2002 c’è una disputa contrattuale decisamente aspra tra Enke e il Benfica.

Le due parti non trovano un accordo per il rinnovo del contatto.

A quel punto però per Enke arriva una chiamata di quelle a cui è praticamente impossibile dire di no: lo vuole il Barcellona, anche se non gli è chiarissimo chi lo ha voluto nel club catalano e soprattutto con che ruolo.

Louis Van Gaal di sicuro non lo vede.

A lui preferisce l’argentino Roberto Bonano.

Per Enke è una situazione non facile da accettare.

C’è la Nazionale tedesca che lo sta seguendo e si parla di lui come una delle più importanti alternative al titolare Jens Lehmann ma questo brusco stop al Barcellona rischia di compromettere tutto.

In campionato per lui non c’è spazio anche per l’arrivo sulla scena del giovane e promettente Victor Valdés.

L’occasione arriva per Enke nel primo turno della Copa del Rey in cui il Barça deve affrontare un piccolo club di Terza Divisione, il Novelda.

Sarà difficile per Enke mettersi in mostra visto che considerato il divario non sarà certo lui il portiere sotto pressione in quella partita.

Invece accadrà proprio il contrario.

Il Novelda gioca la partita della vita.

Il Barcellona esce sconfitto per tre reti a due e alla umiliazione e al senso di colpa di Enke, non certo impeccabile nel terzo e decisivo gol, ci si mettono pure alcune “manifestazioni” assai poco corrette e lusinghiere di alcuni suoi compagni di squadra come i plateali gesti di insofferenza di Frank De Boer verso il proprio compagno di squadra.

E più o meno in quel periodo che quello stato di malessere che Enke stesso definiva “una malinconia infinita” si trasforma in quello che è: depressione conclamata.

Le cose non migliorano nella stagione successiva.

Con l’arrivo di Frank Rjikard sulla panchina degli “azulgrana” e la definitiva consacrazione di Valdes, Enke viene ceduto in Turchia, al  Fenerbahçe, come contropartita nello scambio con il portiere turco Rüştü Reçber.

In Turchia, se possibile, le cose vanno anche peggio.

Gioca una sola partita, il derby contro l’Istanbulspor.

Arriva una pesante sconfitta per tre reti a zero.

Il colpevole è uno solo: Robert Enke, che non giocherà più un solo minuto in prima squadra.

Ad inizio del 2004 va in nella serie cadetta spagnola con il Tenerife.

Gioca un pugno di partite prima di tornare in patria.

Lo vuole l’Hannover ’96.

Non solo fa suo immediatamente il posto di titolare ma le sue prestazioni sono di un livello tale che nel 2007 arriva la chiamata ormai insperata della sua Nazionale.

E’ il 28 marzo del 2007.

Alla soglia dei trent’anni Enke realizza quello che da sempre era il suo sogno: vestire la casacca della sua Nazionale.

Ci giocherà altre sette volte, l’ultima nell’agosto del 2009, a Baku contro l’Azerbaigian in una partita di qualificazione ai mondiali del 2010.

Per la quinta volta in otto partite manterrà la sua porta inviolata.

“Enke è tornato”.

Lo pensano tutti. Il suo medico, la moglie, i compagni di squadra, i dirigenti e i tifosi.

No, quel buco nero è troppo grande dentro di lui.

E’ convinto di non riuscire mai più a colmarlo.

L’unico che può farlo è il treno regionale “Hannover-Brema”.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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