Emiliano Sala: Non è giusto

Emiliano Sala non ha mai smesso di crederci.

Mai.

Non lo ha fatto da ragazzino quando non cresceva, non lo ha mai fatto quando in tanti non credevano in lui e nelle sue doti, non lo ha fatto quando da ragazzo se n’è andato in Francia a cercare il suo spazio nel mondo del calcio.

Non lo ha mai fatto quando lo mandavano in giro per il Paese in squadre minori.

Quando, dopo tanta fatica, ha dimostrato di avere ragione lui, un destino bastardo, ignobile e cieco se lo è portato via.

Tratto da https://www.urbone.eu/products/matti-miti-e-meteore-del-futbol-sudamericano

uno stralcio della biografia a lui dedicata.

Ciao Emi.

A 14 anni giocavamo negli allievi del San Martin, il club più importante (e l’unico !) di Progreso.

Io facevo il difensore centrale e adoravo Roberto Ayala.

Lui giocava da attaccante e nella testa aveva solo un giocatore: Gabriel Batistuta.

Stravedeva per lui.

Per mesi ci supplicò di chiamarlo “Bati”.

Non c’era verso ! Non solo perché dopo anni che chiami uno “Emi” fai fatica a cambiargli nome !

E poi perché fino ad allora non aveva proprio niente in comune a Batistuta !

Emi era magrissimo e piccolino, svelto e con un grande tecnica.

Il dribbling e la velocità erano le sue armi migliori.

Tanto che più di una volta in allenamento mi toccava usare le maniere forti per fermarlo.

Lui non faceva neanche una piega.

Non si lamentava mai.

“Non ci sono amici nella cancha” mi ripeteva sempre.

“Tu fai il tuo lavoro amico mio e io faccio il mio … e a fine allenamento ci andiamo a bere una Coca !”.

La cosa di cui però eravamo tutti assolutamente convinti era che di tutti noi Emi era il più forte di tutti.

Quando lo chiamò per un provino il Colon di Santa Fè, squadra di prima divisione, non c’era nessuno che dubitasse sul fatto che lo avrebbero messo sotto contratto senza alcuna esitazione.

Invece lo scartarono.

Quando tornò a Progreso quelli più dispiaciuti eravamo noi.

Eravamo già convinti di vedere uno di noi, delle “12 meraviglie” come ci piaceva farci chiamare giocare in Prima Divisione nel campionato argentino.

Quello più tranquillo di tutti invece era proprio lui.

“Nessun problema. Andrà meglio la prossima volta” ci disse quando tornò dal provino.

Aggiungendo con il suo splendido sorriso che “Vorrà dire che al Colon segnerò una tripletta quando giocherò contro di loro in campionato !”.

Passò qualche mese e per Emiliano si fece avanti una squadra di San Francisco, nella provincia di Cordoba.

Più che un club vero e proprio era un settore giovanile, molto organizzato e che prestava grande attenzione alla formazione di giovani calciatori.

Si chiamava “ Proyecto Crecer”.

Emi entrò in quella Accademia anche se questo voleva dire mollare tutto il resto.

Vivere nel pensionato del Club con tanti altri giovani ragazzi di belle speranze e tornare ogni tanto a Progreso.

Per Emiliano non era un problema.

Stava semplicemente dando forma al suo sogno.

“Sarò un calciatore professionista” ci diceva ogni volta che tornava in mezzo a noi.

Nel frattempo si era irrobustito ed era cresciuto tantissimo in altezza.

Adesso si che iniziava davvero ad assomigliare al “suo” Batistuta !

In uno dei suoi sempre più rari ritorni a Progreso un giorno ci disse una cosa che ci lasciò senza parole, completamente spiazzati.

“Andrò a fare uno stage in Francia”.

Non ci volevamo credere.

Molti di noi erano stati fuori dalla provincia di Santa Fè un paio di volte al massimo e dello storico gruppo delle “12 meraviglie” erano più della metà quelli che non avevano mai visto Buenos Aires.

… e adesso il nostro amico Emi andava in Francia.

Ci disse che Bordeaux aveva una squadra nella prima divisione francese ed era stato scelto per allenarsi con loro in vista di un suo possibile ingaggio.

Emiliano aveva già vent’anni.

… C O N T I N U A …

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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