František Rajtoral: Quando arriva il buio

Tutto è andato esattamente come sognavi da bambino.

Quando nelle strade e nei campetti di Příbram, la cittadina della Boemia Centrale dove sei nato, inseguivi un pallone con i tuoi amici.

Volevi diventare un calciatore e giocare nella squadra della tua città, il FK Příbram.

Ci avevi fatto tutte le giovanili dall’età di otto anni e non ci volle molto per capire che ce l’avresti fatta.

Nel 2004 arrivò il tuo esordio.

Diciotto anni.

A Příbram ti conoscevano tutti e dopo poche partite dalle tribune erano in tanti a gridare il tuo nome. Non è stato difficile farli innamorare.

I tuoi capelli biondissimi e quella corsa rapida e potente.

Giocavi terzino ma di rimanere a difendere tutta la partita non ne avevi proprio voglia.

E allora su e giù per la fascia, a portare palloni in attacco e a mettere in mezzo all’area tanti preziosi cross per i compagni.

Bastarono un pugno di partite per capire che quella squadra e quella città ti stavano strette. Arrivò il Banik Ostrava, una delle squadre più importanti del paese.

Iniziarono a farti giocare più avanti, all’ala destra.

Ti divertivi come un matto! E facevi anche qualche gol, quasi sempre con delle conclusioni da fuori area visto che non solo sapevi correre e fare dei cross ma sapevi anche tirare in porta.

Quattro stagioni e poi ti vuole a tutti i costi il Viktoria Plzeň.

E qui si fa ancora più sul serio.

Qui si lotta per dei trofei e di trofei ne arrivano parecchi.

Nel 2011-2012 giochi addirittura in Champions League.

Sei nello stesso girone di Barcellona e Milan.

Giochi al Nou Camp e al Meazza.

Sembrava ieri quando giocavi in strada a Příbram …

Finalmente arriva il giorno che aspetti da sempre: indossare la casacca della tua Nazionale.

E’ solo un’amichevole, contro l’Irlanda a Dublino. Entri a metà ripresa.

Fai la tua onesta partita.

In Nazionale ci rimani e ci giocherai ancora.

Assaggerai anche il campo agli Europei di quella stessa estate anche se il tuo posto è in panchina. Ma a 26 anni di tempo ce n’è ancora tanto.

E’ tutto perfetto.

Come lo è quando quello che sogni prende forma da sveglio.

Arriva perfino l’interesse di qualche squadra all’estero.

In Germania c’è l’Hannover che ti vuole.

Un prestito di sei mesi, per vedere come ti adatti alla Bundesliga, un campionato tosto.

Non hai paura, sai quanto vali e sai anche che il tuo gioco, di forza, di corsa e di “cuore” da quelle parti è apprezzato parecchio.

Non dovresti avere paura.

E invece ce l’hai.

Perché da qualche tempo tutto è diventato più difficile e soprattutto faticoso.

Se prima potevi correre per centottanta minuti di fila ora arrivi a fine partita che non hai più un briciolo di energia.

Anche negli allenamenti fatichi a reggere il passo degli altri quando si fa sul serio.

In Germania giochi pochissimo ma se non altro ora sai il perché.

Ti è stata diagnosticata la Sindrome da affaticamento cronico.

E se questo è un grosso problema per chiunque svolga una vita normale per qualcuno che fa sport è praticamente una condanna.

Torni al Viktoria Plzeň, dove non hanno smesso un minuto di volerti bene.

Ricominci a giocare.

Non sei più lo stesso ma riesci ancora a fare la tua parte anche se hai dovuto adattare il tuo gioco. Meno corsa, meno scorribande sulla tua adorata fascia destra e qualche passaggio in più.

Ma le “ombre” sono arrivate.

E quando certe “ombre” arrivano è difficile scacciarle.

Nel 2016 arriva la proposta di una squadra turca, il Gaziantepspor.

Niente di trascendentale come squadra ma è un’occasione per rilanciarti e una nuova esperienza.

Ma non è la scelta giusta.

A Plzeň sanno chi sei, ti vogliono bene e sanno che se arriva una partita storta la colpa non è mica tua.

In Turchia no.

Sei “l’acquisto” importante, sei quello che deve fare la differenza e sei quello che non può sbagliare. E le “ombre” intanto si allungano, diventano sempre più ingombranti.

Quando anche la tua ragazza se ne va allora scende il buio.

Sono i giorni in cui anche alzarsi da letto diventa uno sforzo enorme.

Sono i giorni in cui le cose perdono via via di significato e ogni cosa diventa un sacrificio.

Compreso alzarsi per andare ad allenarti diventa una fatica enorme.

Vorresti solo dormire sperando che ogni volta il sonno sia capace di ridarti le energie perdute … salvo accorgerti ad ogni risveglio che è ancora tutto stupidamente e inutilmente uguale a prima.

E invece no.

Sei sempre più stanco.

Ed è sempre più buio.

E’ il 23 di aprile del 2017.

František Rajtoral non si è presentato alla seduta di allenamento con il suo club, i turchi del Gaziantepspor.

Non è da lui.

La sua professionalità è sempre stata impeccabile.

Anche se non sta dando alla squadra quello che ci si aspettava da lui.

Passano le ore, nessuno sa dove sia e nessuno riesce a mettersi in contatto.

I dirigenti del Club chiamano la polizia.

Arrivati nell’appartamento di Frantisek trovano la porta chiusa dall’interno.

Non ci sono rumori.

Non ce ne possono essere.

František Rajtoral ha deciso di farla finita, impiccandosi.

Aveva compiuto 31 anni il mese prima.

Nessuno, come quasi sempre in questi casi, aveva immaginato potesse accadere una tragedia simile.

“Era sempre allegro e sorridente. Un ragazzo solare, educato e disponibile” è la frase che come un disco rotto ripetono compagni di squadra e dirigenti.

Come quasi sempre in questi casi.

Nessuno ha capito … forse perché nessuno ha saputo ascoltare o osservare.

Perché la depressione mica si fa vedere. A volte basta nasconderla dietro un sorriso di circostanza o un banale “Va tutto bene”.

Per František Rajtoral è stato esattamente così.

E’ uscito l’ultimo libro di Remo Gandolfi. “Matti, miti e meteore del futbol sudamericano”.

Qui sotto il link

http://www.urbone.eu/obchod/matti-miti-e-meteore-del-f%C3%B9tbol-sudamericano

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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