BRYAN ROBSON: Captain Marvel

Quelli che avevano sollevato dei dubbi in merito al denaro speso per lui era evidente che il 30 dicembre del 1978 non erano all’Old Trafford. Quel giorno fu l’assoluto padrone del centrocampo. Giocava nel West Bromwich Albion e la prima cosa che mi colpì di lui non fu certo positiva. Aveva una oscena permanente, tra l’altro tristemente “fashion” in quel periodo, con quei riccioli che lo facevano sembrare un “putto”, quegli angioletti così frequenti nelle pitture del Rinascimento.

Bastarono però pochi minuti di partita per capire che di “angelico” Bryan Robson aveva ben poco. In una delle partite più belle che io avessi mai visto nei tanti anni di frequentazione dell’Old Trafford Robson, che all’epoca aveva solo 21 anni, in quel cinque a tre finale per i suoi non segnò e non fece assist o giocate particolari. Ma solo chi non capiva di calcio poteva non apprezzare il suo gioco.

Era al tempo stesso il cuore e il motore della sua squadra.

Ed era dappertutto.

Lo potevi trovare al limite della sua area a spezzare una nostra trama offensiva con uno dei suoi robusti tackle e un attimo dopo nell’area di rigore avversaria a concludere a rete di testa o in acrobazia.

Quel giorno non fui il solo a pensare che uno così ci avrebbe fatto davvero comodo.

Passò qualche anno.

Nel frattempo arrivarono una finale di FA CUP in quella stessa stagione (persa con l’Arsenal) e un secondo posto in campionato a due soli punti dal Liverpool nella stagione successiva.

Nella stagione 1981-1982 però fu un disastro.

Era evidente che occorreva una svolta. Così sulla nostra panchina arrivò Ron Atkinson, colui che aveva trasformato il West Bromwich in una delle squadre più forti e spettacolari di tutto il calcio inglese.

C’era proprio lui seduto sulla panchina del WBA in quel giorno di dicembre.

Fu allora che mi tornò prepotentemente in mente Bryan Robson, che nel frattempo aveva già esordito in Nazionale e che ormai molti consideravano il più forte centrocampista della First Division.

Atkinson avrebbe rinforzato la squadra e magari avrebbe portato con sé Bryan e magari anche quel fenomeno del loro centravanti, Cyrille Regis.

Allora si che saremmo diventati uno squadrone !

L’estate però passò senza grosse novità.

Arrivò Frank Stapleton dall’Arsenal e questo fu sicuramente un grande colpo.

Ma mancava ancora qualcosa.

Fu allora che iniziò a circolare con insistenza il nome di Bryan Robson.

C’era però un problema, anzi ce n’era più di uno.

Il primo era che il West Bromwich non aveva nessuna intenzione di cedere il suo leader, offrendogli anzi un rinnovo di contratto importante.

L’altro problema è che a volerlo c’era anche il Liverpool di Bob Paisley … che in termini “sportivi” in quel momento aveva molto più da offrire visto che dominava in Inghilterra e in Europa.

Il primo ottobre arrivò la notizia.

Bryan Robson aveva rifiutato l’ultima offerta del suo Club (1000 sterline a settimana !) e, alle stesse condizioni offerte dal Liverpool, decise di venire a giocare per noi all’Old Trafford.

Lo pagammo 1.5 milioni di sterline. Una cifra mai pagata per nessun calciatore fino ad allora sulla nostra isola.

Finalmente era arrivato il leader di cui avevamo disperatamente bisogno.

… e io avevo nel mio team quel calciatore di cui mi ero innamorato quasi tre anni prima, in un freddo pomeriggio di dicembre.

Bryan Robson nasce a Chester-Le-Street nel gennaio del 1957. A quindici anni, dopo diversi provini non andati a buon fine (compreso il Newcastle, squadra per cui faceva il tifo) entra nelle giovanili del West Bromwich Albion. A portarcelo è Don Howe, uno dei più grandi coach della storia del calcio britannico.

Inizia a farsi spazio in prima squadra sul finire della stagione 1974-1975, quando il WBA è in Second Division.

Nell’estate del ’75 sulla panchina dei “Baggies” arriva Johnny Giles, la mezzala irlandese che aveva legato il suo nome ai trionfi del Leeds United di Don Revie.

Giles agisce da allenatore/giocatore e si mette spesso in campo costringendo Robson a giocare nei ruoli più disparati, come difensore centrale o ancora più spesso come terzino sinistro.

Il WBA conquista la promozione in First Division e Robson inizia a giocare con maggiore regolarità … qualche volta addirittura nel suo vero ruolo, quello di centrocampista centrale !

Sarà una stagione maledetta per “Robbo”. Una serie incredibile di infortuni che diventeranno una costante nella sua carriera tanto da far considerare questa sua “fragilità” come il suo unico vero punto debole.

La stagione dove inizierà a mettere in luce le sue indiscusse qualità sarà proprio quella del 1978-79.

Robson giocherà 41 delle 42 partite di campionato e per il WBA arriverà un prestigioso terzo posto in campionato.

Ma la sua definitiva consacrazione arriverà nella stagione 1980-1981.

I “Baggies” raggiungeranno un altro eccellente piazzamento in campionato (4° posto) e per Bryan Robson arriverà anche l’esordio nella nazionale di Ron Greenwood.

Sarà contro l’Eire a Wembley in un incontro valido per le qualificazioni agli Europei che si giocheranno in Italia in quella estate.

Nell’autunno del 1981 come detto arriverà la firma per il Manchester United dove “Robbo” rimarrà per ben 13 stagioni diventando ben presto “Captain Marvel” e indossando per tante stagioni la prestigiosa numero “7” che fu di George Best e che sarà poi di Eric Cantona e di Cristiano Ronaldo.

Tenace, incombustibile e incredibilmente completo sotto ogni punto di vista: fisico, tecnico e tattico.

Sarà ai Mondiali di Spagna del 1982 che Bryan Robson si farà conoscere al mondo. In un centrocampo formato da per ¾ da giocatori dei Red Devils (Steve Coppel e Ray Wilkins sono gli altri due, il quarto è il mancino dell’Arsenal Graham Rix) “Robbo” gioca a livelli eccellenti. La sua doppietta contro la Francia nel match d’esordio è la ciliegina sulla torta ad una prestazione impressionante.

Negli anni successivi con lo United arriveranno finalmente quei trofei da troppo tempo assenti nella bacheca di un club di tale prestigio.

Ma sono due FA CUP, vinte nel 1983 e nel 1985.

Il campionato invece continua a rimanere nei desideri dei Red Devils.

Tutto però sta per cambiare.

La data della svolta è quella del 6 novembre del 1986.

Sulla panchina del Manchester United si siede un 45enne allenatore scozzese capace di portare il suo Aberdeen a trionfare in Scozia e addirittura in Europa, vincendo una Coppa delle Coppe in finale contro il Real Madrid nel maggio del 1983.

Il successo non è immediato.

Occorre il tempo di rifondare la squadra, per tagliare i rami secchi e immettere nuova linfa nel team.

Dopo un paio di stagioni non all’altezza delle attese Ferguson arriva alla conclusione che la “cultura del bere” radicata da anni all’interno del club va assolutamente ridimensionata.

Sono Paul Mc Grath, Norman Whiteside e lo stesso Bryan Robson ad essere identificati come i leader di queste sempre più frequenti sessioni alcoliche.

Il problema è che sono probabilmente i tre calciatori più forti nel Club.

I mugugni nella dirigenza e nei tifosi sono tanti al punto che la stessa continuità di Ferguson nel club viene messa in discussione.

Ferguson non cede. Whiteside e Mc Grath, anche per via dei tanti infortuni a cui sono soggetti, faranno ben presto le valigie per altre destinazioni.

Bryan Robson rimane.

Non solo perché al club è ormai un’istituzione ma anche e soprattutto perché il suo rendimento in campo è sempre di altissimo livello.

Nel 1990, dopo tre stagioni e mezzo dal suo arrivo, Alex Ferguson riesce a portare all’Old Trafford il suo primo trofeo: la FA CUP conquistata nella doppia finale (la prima si era conclusa in parità, un bellissimo tre a tre) contro il Crystal Palace di Ian Wright & co.

Sarà il primo di una serie interminabile di trofei che permetteranno a Sir Alex di riscrivere la storia di questo fantastico club.

Nella stagione successiva infatti arriva il primo trionfo europeo: la Coppa delle Coppe in finale contro il poderoso Barcellona di Koeman, Laudrup e Barkero.

Gli anni passano ma “Robbo” è ancora lì nel mezzo a “fare legna” e a lanciarsi nell’area avversaria a segnare i suoi caratteristici gol in acrobazia.

Il titolo però rimane una chimera.

Nella stagione 1991-1992 il Manchester United ci arriverà ad un passo ma lo getterà letteralmente alle ortiche nelle ultime partite della stagione (tre sconfitte nelle ultime quattro partite) consegnandolo di fatto nelle mani del coriaceo e sorprendente Leeds di Howard Wilkinson, Gordon Strachan e Gary Speed.

Il titolo arriverà finalmente nella stagione successiva, quella della nascita della Premier League.

“Captain Marvel” però ha perso di protagonismo nel team anche se le sue 14 presenze sono sufficienti a fargli vincere la medaglia riconosciuta ai campioni.

La carriera di Robson sembra ormai giunta al capolinea.

A maggior ragione quando Ferguson nell’estate del 1993 preleva dal Nottingham Forest di Brian Clough un promettente e determinato centrocampista irlandese: il suo nome è Roy Keane.

Robbo però non molla. Riesce comunque a ritagliarsi ancora il suo spazio in prima squadra anche e fra le varie competizioni metterà insieme 27 presenze complessive.

Nel maggio del 1994, dopo 13 stagioni con i Red Devils arriva il momento dell’addio.

Per lui sono infinite le richieste per averlo come calciatore e come manager. Decide di approdare al Middlesbrough dove riuscirà a riportare il club del Nord-Est dell’Inghilterra in Premier al primo tentativo.

Chiuderà la sua carriera di calciatore il primo gennaio del 1997, dieci giorni prima del suo 40mo compleanno in un match che il “Boro” giocò ad Highbury contro l’Arsenal.

I numeri, 842 partite ufficiali giocate e di 178 reti, di cui 26 nelle 90 partite disputate con la Nazionale maggiore inglese, non sono certo sufficienti a descrivere la grandezza di uno dei più forti centrocampisti della storia del calcio britannico.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

La sua prima stagione al WBA fu come detto costellata da una serie incredibile di infortuni.

Il 2 ottobre del 1976 contro il Totthenam Hotspurs arriva la frattura della gamba destra. Robson rimane ai box per due mesi. A dicembre fa il suo rientro in una partita del campionato Riserve contro lo Stoke City per riprendere fiducia e condizione … e in uno scontro con Denis Smith si frattura la gamba nello stesso identico punto ! Rientra in squadra a febbraio, segna tre gol decisivi nelle vittorie contro Derby County, Arsenal e Totthenam, una tripletta contro l’Ipswich Town … e poi ad aprile si spezza la caviglia destra contro il Manchester City !

E’ lo stesso Bryan Robson a raccontare nella sua autobiografia della decisione di lasciare il West Bromwich per il Manchester United.

“Stavamo diventando una delle più belle realtà del calcio inglese. Ci mancava davvero pochissimo per poter competere contro Liverpool, Nottingham Forest e tutti gli altri grandi club della First Division.

La svolta arrivò quando in un incidente aereo morì Tom Silk, uno dei dirigenti del WBA ma soprattutto il principale finanziatore al club.

Nel giro di un paio d’anni se ne andarono Laurie Cunningham, Len Cantello e infine anche Remi Moses.

A quel punto mi fu chiaro che anche per me era arrivato il momento di cambiare aria”.

Quando Atkinson finalmente vince i timori del Presidente del Manchester United Martin Edwards a sborsare tutti quelle sterline per Robson gli disse “Tranquillo Presidente. Bryan Robson non è un rischio. Bryan Robson è come l’oro !”

La presentazione ufficiale di Bryan Robson avviene il 3 ottobre del 1981, sul prato dell’Old Trafford e poco prima dell’inizio del match tra lo United e il Wolverhampton davanti a 47mila spettatori entusiasti.

“Quel giorno dalla tribuna assistei ad una splendida prestazione dei miei futuri compagni di squadra. Vinsero per cinque reti a zero e a segnare una tripletta fu Sammy Mc Ilroy … il giocatore che a detta di tutti avrei dovuto sostituire nel team !”.

Agli Europei in Germania del 1988 per la Nazionale inglese fu un autentico disastro. Tre partite e tre sconfitte contro Eire, Olanda e URSS.

E’ Gary Lineker che anni dopo racconta questo curioso aneddoto, tenuto per vari motivi nascosto per anni.

“Eravamo in un pub con tutta la squadra a leccarci le ferite per quel disastroso europeo. Classica occasione per fare gruppo e affogare con qualche pinta la delusione per le prestazioni offerte. Peter Shilton, come suo costume, iniziò a lamentarsi del gioco della squadra puntando il dito su praticamente ogni membro del team. Ad un certo punto Bryan Robson si alzò dalla sua sedia. Non disse nulla. Si avvicinò a Shilton e gli sferrò un pugno dritto in faccia. Shilton andò in terra come un albero appena tagliato. Robbo tornò a sedersi. Nessuno aprì bocca. Posso però confermare che non ricordo più un solo lamento di Shilton verso i proprio compagni !”.

Una delle qualità principali di Bryan Robson era sicuramente la generosità. In campo non dava mai meno del 100% e con l’esempio più che con le parole esercitava la sua evidente leadership. I suoi tanti infortuni derivavano anche da questo: non “calcolava” mai, sia quando si lanciava in acrobazia nell’area avversaria sia nei suoi proverbiali tackle per recuperare il pallone.

Di pari passo con questo aspetto veniva il suo altruismo.

La squadra, per Robbo, veniva sempre prima.

L’esempio più eloquente di questo suo approccio accade nella finale di FA CUP del 1983 contro il Brighton. Il Manchester United, dopo il sofferto pareggio del primo incontro, sta agevolmente vincendo la ripetizione. Siamo già tre a zero per i Red Devils e Robson ha realizzato una doppietta. Nel secondo tempo viene assegnato un calcio di rigore al Manchester United. Occasione storica per una prestigiosa (e rarissima) tripletta in finale di FA CUP a Wembley. (Unico a riuscirci su Stan Mortensen nel 1953)

Staff e compagni invitano Robson a calciare lui il rigore.

Non se ne parla neanche ! Robson rifiuta senza indugi.

Il rigorista della squadra è l’olandese Arnold Muhren. E’ lui che secondo Robson deve calciare quel rigore.

Muhren tirerà il penalty e realizzerà il definitivo quattro a zero.

Altro esempio di “altruismo” è in questo aneddoto raccontato da Ryan Giggs.

«In una delle mie prime partite da titolare nel Manchester United c’è il mio avversario diretto, terzino dello Sheffield United, che continua a minacciarmi e ad entrare su di me con estrema durezza.

Decido di dirlo al mio capitano, Bryan Robson.

“Robbo, c’è il loro terzino che continua a dirmi che se lo salto un’altra volta in dribbling mi spaccherà una gamba”

 “Ti ha detto così ?” mi chiede lui.

Io annuisco

“Ok. Vado io all’ala sinistra. Tu mettiti in mezzo al mio posto”.

Dopo meno di dieci minuti Robson torna da Giggs.

“Torna pure al tuo posto Giggsy. Problema risolto”.

Il mio terzino era diventato più silenzioso di un pesce e più mansueto di un cagnolino !» ricorda divertito Giggs.

TRIBUTI

Se tutto questo non fosse stato sufficiente per fare capire chi è stato Bryan Robson ecco alcuni riconoscimenti di chi lo ha conosciuto, allenato o ha giocato con lui.

“Il centrocampista più completo che io abbia mia visto. Il mio calciatore preferito di sempre. Un leader assoluto, un vincente in campo e una persona meravigliosa fuori.

P. GASCOIGNE

“Bryan Robson era tre giocatori in uno. Centrocampista difensivo, regista e uomo-gol”

Sir BOBBY ROBSON

“Quello che Bobby Charlton è stato per mio padre, Bryan Robson è stato per me. Un simbolo, un punto di riferimento assoluto. Fortissimo quando attaccava, insuperabile nel riconquistare il pallone ed eccellente nel distribuirlo. Io non sono mai stato neanche lontanamente capace di fare tutto questo”.

DAVID BECKHAM

“Alex Ferguson nello United e Bobby Robson  in Nazionale quando facevano la formazione quello di Robson era il primo nome che scrivevano. E io non conosco nessuno più bravo di loro nel giudicare i calciatori.

JIMMY GREAVES

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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