CLEO HICKMAN: un calcio all’ipocrisia

Diciamo la verità.

Sembra una storia inventata. Perfino neppure credibile per una delle surreali Telenovelas sudamericane. Chi crederebbe che ci possa essere un calciatore che pochi giorni prima di firmare un contratto con uno dei più grandi club calcistici del pianeta decide di dichiarare in un’intervista che “si, l’omosessualità è normale nel calcio anche se si sta attenti a non farlo in ritiro. Io stesso da ragazzo ho avuto esperienze omosessuali”.

E il terremoto che provoca questa dichiarazione, di per sé decisamente banale se non fosse che siamo nei primi anni ’80 e nel “machista” e ipocrita mondo del calcio, porta a scelte e azioni che definire ridicole è solo uno scialbo e insipido eufemismo.

Andiamo con ordine.

E’ il 13 dicembre del 1981.

Il Barcellona gioca al San Mames di Bilbao.

Bernd Schuster, il regista tedesco dei Blaugrana, parte palla al piede dalla trequarti quando, saltato il primo avversario, si appresta ad evitare anche il secondo.

La palla è già passata ma Schuster ancora no.

Si fermerà lì perché Andoni Goicoechea (si, proprio lui …) gli entrerà con la sua solita determinazione (altro eufemismo!) mettendogli un ginocchio fuori uso per il resto della stagione.

Udo Lattek, l’allenatore tedesco del Barcellona, viene a perdere il suo leader e da quel momento inizia una ricerca serrata per chiudere il buco dell’assenza del biondo centrocampista suo connazionale.

Il nome per cui spinge la dirigenza è quello di Toninho Cerezo, nazionale brasiliano che milita nell’Atlético Mineiro.

Udo Lattek non è affatto convinto.

I dirigenti lo portano addirittura in Algeria per un’amichevole tra la Nazionale del Paese e l’Atletico Mineiro, squadra nella quale milita il baffuto centrocampista brasiliano.

L’Algeria vince uno a zero e Cerezo non incanta.

Non se ne fa nulla.

In Brasile però c’è un osservatore del Barça (tale Juan Fyger) che afferma di aver trovato la risposta ai problemi del Barcellona.

“E’ un giovane centrocampista dell’Internacional di Porto Alegre. E’ il regista assoluto della squadra e da quando se n’è andato Paulo Roberto Falcao ne è anche il leader. E assomiglia pure tantissimo a Schuster, alto e biondo”.

Il tre di febbraio Cleo Hickman, nato in Brasile da genitori tedeschi, arriva a Barcellona.

C’è attesa e curiosità ma anche tanto scetticismo verso un calciatore che non ha certo una grande fama internazionale.

E’ in quel momento che arriva la “bomba”.

Poco prima di partire per la Catalogna Cleo Hickman rilascia un’intervista al quotidiano “Folha de Sao Paulo” dove non solo decide di posare completamente nudo coprendo il pube solo con una statua ma di raccontare, senza ipocrisie o inutili pudori, di come l’omosessualità sia parte della vita di tanti calciatori brasiliani ammettendo che lui stesso in età adolescenziale aveva avuto rapporti omosessuali.

In Spagna è un autentico terremoto.

La Spagna bigotta che ha da pochi anni seppellito Francisco Franco inorridisce a queste dichiarazioni.

Il Barcellona deve correre ai ripari e al più presto.

Provano a smentire tutto ma l’intervista c’è stata e c’è il classico “nero su bianco”.

Inizia la classica guerra mediatica tra i due grandi club della Liga.

Interviene Antonio Olmo, il capitano del Barça a fare da scudo al nuovo compagno.

Alla domanda se teme che i rivali possano approfittare di queste voci per attaccare Hickman e il club intero la risposta di Olmo è contundente: “Se il nostro più grande rivale deciderà di fare questo poi pubblicheremo l’elenco di tutti i calciatori omosessuali che hanno giocato per loro nella storia”.

Prima che la cosa scappi definitivamente di mano Joan Gaspart, vice-presidente del Club, trova il rimedio.

Organizza in fretta e furia un “matrimonio” di facciata tra il loro nuovo acquisto e la fidanzata (che qualcuno con tanta malizia dirà che in realtà era la cugina …) Maria José Costa Silva.

Non siamo nel Medio Evo.

Siamo in Spagna nel 1982.

La foto del matrimonio è quanto di più triste si possa immaginare.

Nessun amico, nessun compagno di squadra … solo il Presidente del Barcellona Josep Lluís Núñez con la moglie, Gaspart, Parera (altro dirigente del Club) e il prete.

Il risultato però è raggiunto.

Dopo pochi giorni le voci si placano e il pallone torna ad essere il protagonista.

Non per Cleo però che non solo troverà l’ostracismo di Lattek che non lo impiegherà mai in partite ufficiali ma che non riuscirà mai ad entrare in sintonia con i compagni che non esitano a riservargli un trattamento speciale in allenamento (Rafale Zuviria lo mandò ai box per qualche giorno con un duro intervento alla caviglia).

A fine stagione, dopo solo quarantacinque minuti giocati con la maglia del Barcellona in un’amichevole con l’Hospitalet, Cleo Hickman farà il suo ritorno in Patria nelle file del suo Internacional, dove vincerà due campionati statali prima di trasferirsi al Palmeiras e al Flamengo, altre “grandi” del calcio brasiliano. Dovrà lasciare il calcio a soli trent’anni a causa di un grave infortunio al ginocchio.

Cleo Hickman, felicemente sposato e padre di famiglia, è oggi un apprezzato procuratore in ambito calcistico.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Prima del suo arrivo a Barcellona nel 1982 a soli ventidue anni Cleo Hickman era come detto un importante membro dell’Internacional de Porto Alegre, una delle più forti squadre sudamericane dell’epoca pur avendo perso da poco le due stelle della squadra, Paulo Roberto Falcao e il grande difensore cileno Elias Figueroa.

Pare che fu proprio una sua grande prestazione nell’ultima partita del  campionato Gaúcho contro i grandi rivali del Gremio ad attirare su di sé le attenzioni del Barcellona.

In quella partita all’Internacional era sufficiente un pareggio per laurearsi campioni mentre con una sconfitta ci sarebbe stato il sorpasso da parte dei grandi rivali dei “Colorado”.

L’incontro finì uno a uno e Hickman giocò una partita di altissimo livello, dettando i tempi del gioco grazie alle sue grandi doti tecniche e tattiche.

Subito dopo il suo arrivo a Barcellona la celeberrima rivista “Playboy” gli offrì una grande quantità di denaro per rilasciare un’intervista dove affrontare ancora più nel dettaglio il discorso dell’omosessualità tra i giocatori.

Cleo Hickman rifiutò spiegando che “Raccontare senza ipocrisie le cose mi è già costato tantissimo … ora spero solo che questa cosa finisca per essere dimenticata il prima possibile”.

In realtà non sarà mai così.

Per tutto il resto della carriera Hickman sarà sempre il bersaglio di qualche idiota (a volte anche tra i compagni di squadra) che lo accuserà di aver “sputato nel piatto dove anche lui mangia” con dichiarazioni fuori luogo.

L’ostracismo patito a Barcellona da Lattek e in generale da tutto il club fu così evidente che il fatto di non essere utilizzato neppure una volta in una squadra che senza Schuster non brillava certo in qualità non ha in realtà altre ragioni se non quella relativa alle sue dichiarazioni.

Il Barcellona che a metà marzo di quella stagione aveva il campionato in mano, riuscì a non vincere nessuna delle ultime sei partite, consegnando di fatto il titolo in mano ai Baschi della Real Sociedad che la spuntarono per soli due punti.

Come spesso accade “il vento fa il suo giro” a volte in tempi neanche troppo lunghi.

Cleo Hickman che ha lasciato il Barça alla fine di aprile di quel 1982 torna al Nou Camp in quella stessa estate, finalmente per giocarci.

Il suo Internacional infatti è invitato per quel torneo insieme ai padroni di casa, agli inglesi del Manchester City e ai tedeschi del Colonia.

In Semifinale il sorteggio mette di fronte proprio il Barcellona, che sfoggia il neo-acquisto Maradona, contro l’Internacional.

Saranno proprio i brasiliani a vincere ai calci di rigore dopo lo zero a zero dei tempi regolamentari dove Cleo Hickman sarà uno dei migliori in campo.

L’Internacional arriverà addirittura a conquistare il trofeo battendo in finale per tre reti ad una il Manchester City … con Cleo ancora protagonista.

Davvero niente male per uno che pochi mesi prima era stato descritto da un dirigente blaugrana come “il peggior acquisto della nostra storia” …

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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