RICARDO BOCHINI

Il Maestro. Così lo chiamavano tutti quanti. A cominciare da Diego Armando Maradona che non ha mai nascosto la sua ammirazione per uno dei più forti numeri “10” della storia del calcio, non solo argentino.

Ma la definizione che ci piace di più è quella che gli è stata data da un altro grande argentino, forse più grande “fuori” da una cancha nelle vesti di scrittore, opinionista, giornalista, direttore sportivo e allenatore. Stiamo parlando di Jorge Valdano che definì Ricardo Bochini il “Woody Allen del calcio” per la sua genialità tutta in quel fisico da perdente, poco appariscente e slanciato.

Tratto da http://www.urbone.eu/obchod/matti-miti-e-meteore-del-f%C3%B9tbol-sudamericano vi proponiamo un breve stralcio prima dei soliti video dove ammirare l’incredibile talento del “Bocha”.

«Noi lo sapevamo già.

E da parecchio tempo.

Era appena arrivato nella “Settima” del Club. Aveva solo 16 anni ma bastarono poche partite che si era già sparsa la voce tra tutti gli “hinchas” del “Los Diablos Rojos”,

Dopo poche settimane dal suo arrivo c’erano il triplo degli spettatori della stagione precedente ad assistere alle partite di questi ragazzini.

Era la “Joya” del settore giovanile.

Neanche due anni dopo esordì in prima squadra (al Monumental contro il River, mica in una cancha qualsiasi !) e diventò ben presto uno dei riferimenti assoluti di un team che era da tempo ai vertici del calcio argentino.

Quando segnò quel gol in Italia e contro una squadra italiana nella finale del Coppa Intercontinentale tutto il mondo scoprì chi era Ricardo Bochini.

Era il 28 novembre del 1973.

La Juventus dominò l’incontro. Solo i pali della porta e qualche miracolo del nostro portiere Santoro ci tennero in partita. Mancavano una decina di minuti alla fine del match. Bochini si fece dare il pallone sulla linea di centrocampo. Partì in progressione saltando un paio di giocatori juventini. Arrivato nei pressi dell’area bianconera cercò il suo “gemello”, Daniel Bertoni. Gli passò la palla e Bertoni, di prima intenzione, la restituì a Bochini. “El Bocha” si trovò all’interno dell’area di rigore. Due difensori juventini strinsero su di lui mentre Dino Zoff, il portiere della Juve, gli stava uscendo “a valanga” sui piedi. A questo punto Bochini rallentò la corsa, alzò la testa e con un delicatissimo pallonetto scavalcò Zoff lanciato in uscita. Fu un gol meraviglioso.

Fu il gol che decise la partita.

Eravamo Campioni del Mondo.

Ma da quel giorno in poi iniziammo ad avere paura.

Eravamo convinti che sarebbe stata solo una questione di tempo prima che arrivasse qualche grande Club dal Brasile, dal Messico o addirittura dall’Europa a portarcelo via.

Aveva solo 19 anni ma la Nazionale argentina si era già accorta di lui.

L’anno successivo ci sarebbero stati i Mondiali di calcio in Germania e tutto il mondo avrebbe conosciuto questo fenomeno che noi avevamo la possibilità di vedere in azione tutte le settimane.

Poi però accadde qualcosa di assurdo, di inspiegabile, di totalmente inatteso.

Bochini per quel Mondiale non venne neppure convocato.

Non ci poteva credere lui e non potevamo crederci noi che ormai da un paio di anni ci lustravamo gli occhi e ci scaldavamo il cuore con le sue incredibili giocate.

C’era il blocco dell’Huracan allora.

Grandissima squadra che contribuì tantissimo a riportare il calcio argentino alla sua tradizione più pura.

Brindisi, Houseman, Babington, Carrascosa … tutti grandissimi calciatori.

Il “Bocha”, in mezzo a loro, sarebbe stato come un diamante in una bellissima corona.

Non fu così.

I più egoisti fra di noi dissero che in fondo era meglio così.

Senza quella vetrina avremmo potuto forse tenere con noi Bochini ancora per un po’.

“In fondo ha solo 20 anni. Ne giocherà almeno tre di mondiali”.»

… CONTINUA …

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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