DARIO BENEDETTO: nel nome di mia madre

E’ una calda serata d’estate a Berazategui, quartiere del sud-est della “Gran Buenos Aires”. Si sta giocando la finale del torneo “Juegos Evita” istituito nel 1948 in nome di Evita Peron, l’adorata moglie del presidente Juan Domingo Perón e morta di cancro a soli trentatre anni.

In campo non ci sono affermati calciatori di “Primera” ma ragazzini di meno di 13 anni.

In Argentina per riempire una “cancha” è più che sufficiente visto l’amore per il calcio di questo popolo.

Quella sera non fa eccezione. Sulle gradinate di quel piccolo stadio ci sono diverse centinaia di persone ad assistere all’incontro.

Non ci sono solo genitori, parenti e amici dei ragazzi e appassionati del quartiere.

Ci sono decine di osservatori  dei principali club della capitale sempre a caccia di qualche “joya” da inserire nei loro settori giovanili.

La partita è intensa ed equilibrata.

Le due squadre sono sul risultato di uno a uno e siamo già a metà del secondo tempo.

C’è un pallone che viene indirizzato verso il numero “9” della squadra con la maglietta rossa.

E’ un metro fuori dall’area e ha un avversario appiccicato alle costole.

Il ragazzino con la maglia numero “9” e la maglietta rossa controlla il pallone con il piede sinistro, se la sposta lateralmente di meno di un metro e poi lascia partire una “botta” di destro che proprio non ci sta con quel fisico esile e minuto.

La palla s’infila all’angolino alla sinistra del portiere avversario che rimane immobile, stupito e “spiazzato” da tanta precisione e potenza.

Il ragazzino con il numero “9” e la maglietta rossa esplode di gioia.

Corre con le braccia alzate verso i compagni festanti.

Poi si gira, guarda verso la zona dove c’è tutta la sua famiglia al completo che sta guardando la partita.

Alza il pugno in segno di trionfo.

E sorride.

Il ragazzino con il numero “9” e la maglietta rossa a calcio ci sa giocare davvero.

Chissà, tra i tanti osservatori sulle gradinate del piccolo stadio magari c’è anche un emissario del Boca Juniors, la sua squadra del cuore, che si è segnato il suo nome.

Probabilmente, insieme all’adrenalina ancora in circolo dopo quel bellissimo gol, quello è il pensiero che passa per la testa del ragazzino con il numero”9” e la maglietta rossa.

Sta ancora tornando verso la sua metà campo per la ripresa del gioco quando con la coda dell’occhio vede che c’è una strana concitazione sulle gradinate.

Viene dalla zona dove è sistemata la sua famiglia.

Qualcuno si sbraccia verso il campo, qualcuno grida di fare spazio … qualcuno chiede aiuto.

Arriva un ambulanza.

Sull’ambulanza viene caricata una giovane donna.

La partita non è ancora ripresa.

Il ragazzino con la maglia numero “9” e la maglietta rossa guarda nella zona dov’erano sistemati i suoi famigliari.

Ci sono solo la nonna e il fratello maggiore.

«Matute, hanno portato via la mamma. Non si è sentita bene ma stai tranquillo. Andrà tutto bene» gli dice la nonna Dora.

No.

Non andrà tutto bene.

Proprio per niente.

La mamma del ragazzino con la maglia numero “9” e la maglietta rossa morirà prima di arrivare in ospedale.

Il ragazzino con la maglia numero “9” e la maglia rossa si chiama Dario Benedetto e quella, per parecchio tempo a venire, sarà la sua ultima partita di calcio.

Dopo quella tragica serata Dario Benedetto non riuscirà più a mettere piede in una “cancha” per più di due anni.

«Mia madre era la colonna portante della famiglia e il mio punto di riferimento assoluto. C’era sempre lei al mio fianco. Era lei che mi accompagnava alle partite e agli allenamenti, era lei che mi sosteneva e mi diceva di continuare a credere nei miei sogni perché se lotti davvero con tutto te stesso per qualcosa alla fine sarai ricompensato. Non riuscivo più a tornare su un campo di calcio perché ogni volta che ci provavo il ricordo tornava inevitabilmente e angosciosamente a quella sera» racconterà Dario Benedetto di quegli anni.

A quel punto l’unica alternativa è il cantiere edile.

Con il padre.

Fare il muratore è un mestiere duro ma «il bello di fare fatica è che ti impedisce di pensare. E io era esattamente quello che cercavo».

Sono sempre parole di Dario Benedetto ripensando a quei giorni.

La valvola di sfogo diventa la musica.

Il fratello maggiore Lucas forma un complesso di “cumbia”, il canto popolare colombiano diventato praticato e amato anche in Argentina.

Il gruppo si fa presto conoscere, ha un discreto seguito e sono diversi i passaggi in televisione.

Dario, che prima di diventare “Pipa”, il suo soprannome attuale, era per tutti “Matute”, suona le percussioni e il cantiere di giorno e la musica alla sera e nel week end stanno piano piano iniziando a riempire quel buco che si era aperto nell’anima in quella sera d’estate.

E il calcio ?

Nulla. Solo qualche partitella con gli amici in strada o in qualche spelacchiato “potrero” ma senza troppa passione o enfasi.

Semplicemente il calcio non fa più parte della vita di Dario Benedetto.

Poi arriva la svolta.

Un amico che gioca nelle giovanili dell’Arsenal de Sarandì (uno dei club più giovani di Argentina, fondato nel 1957 da Julio Grondona, deus ex machina del calcio argentino per quasi mezzo secolo) invita Dario ad unirsi a lui e lo convince a partecipare ad un provino.

Dario non ha dimenticato come si gioca a calcio e soprattutto dove si trovano i tre pali della porta.

La sua progressione è rapida e impressionante per prestazioni e numero di reti.

Quando viene promosso nella Seconda Squadra del Club (la Reserva) e firma il suo primo contratto da professionista capisce che quella è la sua strada.

La stessa che aveva percorso fino a dodici anni, fino a quella maledetta sera che cambiò per sempre la sua vita.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Dopo un pugno di presenze in prima squadra (e il suo primo gol nel Torneo Clausura 2009) viene ceduto in prestito per “farsi le ossa” nella serie cadetta.
E se è vero che Dario non incanta con il Defensa Y Justicia (due sole reti in ventitre incontri) quando nel 2011 viene ceduto in prestito al Gimnasia Y Esgrima de Jujuy arriva finalmente la consacrazione.

Benedetto segna undici reti in venti incontri e il suo nome inizia a circolare anche tra i grandi club di Primera.

L’Arsenal lo riprende e dopo un inizio un po’ altalenante è Dario Alfaro, il nuovo manager del Club, che gli dà invece quella fiducia di cui “Matute” ha assoluto bisogno per esprimersi al meglio.

Arrivano gol importanti in Campionato (uno indimenticabile al Monumental contro il River Plate) e soprattutto tre reti in Copa Libertadores che certificano in maniera inequivocabile la sua ormai raggiunta maturità.

Le sue prestazioni non passano inosservate a diversi club del Sudamerica.

Benedetto ha un solo obiettivo: la chiamata del Boca.

In Argentina non gli interessa giocare negli altri grandi club e così quando arriva l’offerta del piccolo ma ambizioso club messicano del Xolos de Tijuana “Matute” fa armi e bagagli e si trasferisce nella città sulla costa pacifica del Messico.

Ventitre reti in cinquanta partita in un campionato competitivo come quello messicano convincono il Club America, una delle istituzioni più prestigiose e vincenti del Paese, a rompere il salvadanaio per accaparrarsi le prestazioni di Benedetto.

Si parla di una cifra vicina agli 8 milioni di dollari.

L’inizio della carriera con “le aquile” è strepitoso.

Tocca il culmine nella fase finale della Liga de Campeones della CONCACAF, la Champions League del Nord e Centro America.

All’andata l’America perde per tre reti a zero in casa dell’Herediano, squadra del Costarica, ma nella gara di ritorno Dario Benedetto si scatena con un poker di reti che permettono al Club America di raggiungere la finale.

Qui li attendono i canadesi del Montréal Impact e anche qui le cose non si mettono bene nel match di andata. Il Club America è bloccato sull’uno a uno tra le mura amiche ma nella gara di ritorno in Canada è ancora il bomber argentino ad ergersi a protagonista segnando una tripletta nel 4 a 2 finale.

Nel giro di pochi mesi però le sue prestazioni, complici diversi infortuni, calano sensibilmente di qualità.

E per Benedetto si apre la possibilità sognata da una vita: l’ingresso nel Boca Juniors, la sua squadra del cuore. Sarà talmente tanta la voglia di firmare per i “blu-oro” che Dario contribuirà con un milione di dollari di tasca propria al trasferimento.

E al Boca Dario Benedetto ritrova sé stesso. Anzi, gioca probabilmente il calcio migliore di tutta la sua carriera. Segna a ripetizione e le sue prestazioni lo fanno diventare un idolo assoluto per il popolo “bostero”.

E’ il 19 novembre del 2017. Alla Bombonera arriva il Racing del giovanissimo Lautaro Martinez. Dal suo arrivo al Boca nel giugno del 2016 Dario Benedetto ha segnato la bellezza di 30 reti in 34 partite.

Siamo nel finale di partita. Il Racing sta vincendo per due reti ad una. (la prima è firmata proprio da Martinez) Per il Boca il gol è stato segnato da Benedetto su calcio di rigore. I padroni di casa, in completo giallo, stanno attaccando disperatamente alla ricerca del gol del pareggio. C’è un cross dalla fascia destra. Benedetto cerca di agganciare il pallone ma si scontra fortuitamente con un difensore del Racing che cadendo colpisce il numero nove del Boca. Benedetto rimane a terra. Per lui c’è il peggiore degli infortuni possibili: la rottura del legamento crociato del ginocchio.

Rimarrà ai box per otto mesi e quando rientrerà sarà evidente a tutti che non è più lo spietato attaccante di prima. Nella stagione successiva giocherà quindici incontri segnando la miseria di due gol.

Quando arriva il grave infortunio al ginocchio Dario Benedetto è ormai entrato stabilmente nei piani di Jorge Sampaoli, il tecnico della Nazionale Argentina, in vista dei Mondiali di Russia del 2018.

Sarà uno dei più grossi rimpianti di Dario.

«Ero regolarmente nei ventidue di Sampaoli e giocai da titolare le ultime partite di qualificazione. I Mondiali sono la vetrina che ogni giocatore sogna. A me sono stati strappati da quel maledetto infortunio».

Benedetto giocherà in seguito una sola partita con la Nazionale del suo Paese. Entrerà nei minuti finali dell’incontro con il Venezuela nella nuova Nazionale Argentina di Lionel Scaloni.

La buona condizione ritrovata lo riporta prepotentemente nel mirino di diversi club europei. Il più determinato a strappare Benedetto dal “suo” Boca è l’Olympique Marsiglia, allenato dal portoghese Villas-Boas che mette sul piatto quasi 15 milioni di euro per assicurarsi le prestazioni del centravanti argentino.

Come praticamente sempre nella sua carriera la prima stagione con un nuovo club è la migliore.

Per l’Olympique arriva un eccellente secondo posto in classifica alle spalle dell’inarrivabile PSG e per Dario undici reti in ventisei partite, tante eccellenti prestazioni e l’ammirazione dei caldissimi tifosi del Vélodrome.

Nella stagione successiva Dario invece fatica parecchio a ritrovare lo smalto e soprattutto la porta avversaria. In totale saranno solo 6 reti complessive in 40 partite, non certo il “ritorno” atteso da Villas-Boas e poi proprio da Jorge Sampaoli che è succeduto al portoghese a stagione in corso.

Il resto è storia recente.

Per Benedetto arriva il prestito all’Elche, piccolo ma orgoglioso club della Liga il cui Presidente, Christian Bragarnick, è anche l’agente di Dario.

Curiosamente Benedetto è anche uno degli azionisti del club … ma la cosa finora non ha avuto grande influenza su Fran Escribà, allenatore dell’Elche fino a pochissimo tempo fa che a Benedetto preferiva quasi sempre Lucas Boyè e Lucas Pérez.

Per quasi tutti nel mondo del calcio il soprannome di Dario Benedetto è “El Pipa”.

Cosa che Dario Benedetto non ama particolarmente.

«Da sempre il mio soprannome è “Matute”. Così mi chiamano i famigliari, gli amici e quelli del mio Barrio. Se uno di loro mi chiama “Pipa” … semplicemente non rispondo al saluto !»

Il soprannome “Matute” arriva da Angel Morales, giovane talento dell’Independiente che veniva proprio soprannominato “Matute” (il protagonista di un cartone animato argentino). Lo stesso Dario da bambino amavi autonominarsi proprio “Matute” nelle partitelle con gli amici … fino a che il soprannome gli è rimasto incollato addosso !

Dario Benedetto ha sempre ammesso di avere avuto tre idoli calcistici nella sua vita: Diego Armando Maradona, il brasiliano Ronaldo e il “9” per eccellenza nella storia del Boca: Martin Palermo.

«L’unico che non ho potuto conoscere di persona è stato proprio Diego. Abbiamo però avuto diverse videochiamate durante la pandemia ripromettendoci di incontrarci e di berci un “mate” insieme prima o poi. Purtroppo il destino ha voluto diversamente e questo è un altro dei miei grandi rimpianti».

Un altro dei giocatori maggiormente ammirati da Benedetto è l’uruguaiano Edinson Cavani.

Su di lui c’è un gustoso aneddoto raccontato da Benedetto.

“Al termine di una partita contro il PSG dove giocava Cavani volevo disperatamente scambiare la maglia con lui. Ma lo feci praticamente di nascosto … temevo che i tifosi dell’O.M. mi avrebbero ucciso ! Per loro è inaccettabile scambiare una maglia con i “nemici” del PSG».

Sempre in merito a quell’incontro e sapendo che Cavani era sul piede di partenza al PSG Dario Benedetto ammette di aver quasi “supplicato” Cavani.

«Edinson vai al Boca Juniors. E’ la squadra ideale per uno come te e tu sei l’attaccante ideale per il Boca».

Ci fu effettivamente un periodo in cui la cosa pareva fattibile … prima che Cavani decidessi di accasarsi al Manchester United.

Il futuro di Dario Benedetto è quanto mai chiaro: «prima o poi tornerò al Boca. E se non sarà come calciatore sarà come semplice tifoso in mezzo alla “12”, la “barra brava” più calda della Bombonera».

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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