VALERIJ VORONIN: Una vita spezzata in due

Il Campionato del Mondo di calcio del 1966 si è appena concluso. L’Inghilterra, sul suolo amico, ha conquistato il suo primo titolo.

E’ il momento della cerimonia di premiazione e tra i soliti premi, individuali e di squadra, ce n’è uno speciale, mai istituito prima.

A consegnarlo personalmente al vincitore è nientemeno che la Regina Elisabetta.

E’ un servizio di porcellana d’argento che la giovane sovrana consegna ad un giovane calciatore russo.

La motivazione ? Il calciatore più “elegante” di tutto il Torneo.

Il nome di questo calciatore è Valerij Voronin, è russo ed è molto di più di un giovane e affascinante uomo.

Valerij Voronin nasce a Mosca nel luglio del 1939.

La sua è una famiglia benestante. Il padre gestisce un importante magazzino di generi alimentari che in URSS, nel periodo bellico e post-bellico, garantisce “entrate” importanti e contatti con le sfere più altolocate della società del Paese.

L’attività famigliare è locata in Peredelkino, situato a sud-ovest della città e conosciuto come il quartiere degli artisti.

Valerij è ben presto completamente assorbito da quell’ambiente. Legge con avidità i classici russi ma è attentissimo alla nuova frontiera della letteratura del suo Paese che diviene ben presto presa di mira dal potere centrale.

Voronin stringe una profonda amicizia con tanti intellettuali dell’epoca, primo fra tutti il Premio Nobel Boris Pasternak e poeti come Andrej Voznesenskij e Yevgeny Yevtushenko.

In adolescenza, oltre alla passione per l’arte (diventerà anche un amante del Jazz, una delle discipline più invise al potere centrale) scopre però di avere un talento particolare per una disciplina che, finalmente sdoganata da Stalin solo pochi anni prima, sta diventando sempre più amata nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: il calcio.

A sedici anni Valerij entra nella prestigiosa FShM, la scuola calcio d’eccellenza in URSS e che formerà calciatori del livello di Vladimir Fedotov e Igor Chislenko tra gli altri.

Voronin ha un fisico atletico, supera i centottanta centimetri di altezza ma è nella tecnica e nella visione di gioco che ha le doti migliori.

Ha già un idolo dichiarato, anche se ha solo due anni meno di lui.

Si tratta di Eduard Streltsov, talento purissimo e considerato unanimemente “il più forte giocatore russo di campo” … visto che la Russia, tra i pali, ha un certo Lev Yascine …

Ma non sono solo le qualità calcistiche a renderlo così affascinante agli occhi del giovanissimo Voronin. Streltsov è un “outsider”, uno dalla spiccata personalità e molto poco inquadrabile da un sistema di potere che pretende efficienti soldatini ligi ai dettami del Partito.

Streltsov ama le donne, la vodka, la vita notturna e non rappresenta di certo l’esempio migliore per la gioventù russa.

Voronin intanto diventa uno dei giovani più richiesti del calcio russo a quando a diciotto anni riceve l’offerta della Torpedo Mosca, la squadra dove gioca Streltsov, per lui non esiste un dubbio al mondo: la Torpedo sarà la sua squadra.

E poco importa se nella capitale russa è la parente povera di squadroni come la Dinamo, il CSKA e lo Spartak.

Giocare con Streltsov è per Voronin un sogno che si realizza … anche se dura pochissimo.

In quel 1958 Streltsov viene messo in carcere con l’accusa di violenza carnale.

Salterà i Mondiali di Svezia di quello stesso anno.

Quelli in cui sboccerà il talento di Pelé e al quale non potranno partecipare due delle più grandi promesse del calcio mondiale dell’epoca: Streltsov, rinchiuso in un Gulag e Duncan Edwards morto pochi mesi prima del disastro aereo di Monaco di Baviera con il suo Manchester United.

Nell’economia del gioco della Torpedo è proprio Voronin che prende il posto di Streltsov. Non tanto come posizione in campo (Voronin è un centrocampista difensivo) ma soprattutto come figura di riferimento per le doti di leadership, di intelligenza tattica e per la sua notevole forza fisica.

Nel 1960 per la “piccola” Torpedo arriva il trionfo in campionato.

Un risultato inatteso quanto meritato e in barba ai tema del potere centrale (CSKA e Dinamo su tutte).

In quello stesso anno Voronin farà il suo esordio in nazionale e ben presto ne diventerà un titolare imprescindibile per otto stagioni, partecipando ai Mondiali del 1962 e a quelli del 1966, spiccando in entrambe le manifestazioni e venendo giudicato uno dei centrocampisti più validi e completi in assoluto.

Sono anni meravigliosi per Voronin.

Oltre alla fama come sportivo si aggiunge un grande fascino personale che lo fa diventare oggetto delle attenzioni del pubblico femminile del suo paese e non solo.

Vive questi anni con grande intensità e anche se i suoi interessi personali e le sue amicizie lo mettono al centro dell’attenzione del famigerato KGB Voronin continua a giocare a calcio e a diventare sempre più popolare per pubblico e media.

A questo si aggiunge il ritorno del suo idolo Eduard Streltsov.

Uscito dal carcere nel 1963 riceve finalmente dal nuovo segretario generale del partito comunista russo Leonid Breznev il permesso di poter tornare all’attività calcistica.

I risultati sono immediati.

La Torpedo Mosca rivince, a cinque anni di distanza, il campionato.

Streltsov, anche se appesantito e debilitato dai cinque tremendi anni nel gulag di Butyrka, è ancora un signor calciatore.

“Correre anche per lui è un piacere e un onore. Racconterò con orgoglio ai miei figli e nipoti di aver giocato e vinto un campionato al fianco di Eduard Streltsov” dirà con orgoglio e grande umiltà Voronin al termine di quella trionfale stagione.

Dopo gli ottimi mondiali disputati in Inghilterra che hanno visto l’URSS arrivare per la prima volta tra le quattro migliori nazioni calcistiche del mondo l’appuntamento successivo è rappresentato dagli Europei del 1968, la cui fase finale si disputa in Italia.

Voronin è tra i convocati ma qualche problema disciplinare lo ha fatto scendere di considerazione presso il direttore tecnico della nazionale Mikhail Yakuschin e così Voronin non scende in campo né contro l’Italia (nella famosa semifinale decisa dalla monetina) e neppure nella “finalina” per il terzo e quarto posto contro l’Inghilterra.

Assai più grave sarà quello che capiterà invece poche settimane dopo.

In quell’estate Voronin rimarrà vittima di un grave incidente stradale dal quale si salverà per miracolo. La sua perseveranza gli permetterà anche di tornare in campo con la sua Torpedo l’anno successivo.

Ma è evidente che Valerij Voronin non è più quello di prima.

Ha perso fisicità e lucidità nel suo gioco.

Inoltre l’incidente ha lasciato diversi segni sul viso e sul corpo di colui che era soprannominato “l’Alain Delon russo” per la sua avvenenza e per il fascino che esercitava sul gentil sesso.

Smette con il calcio e a questo punto per lui inizia una triste parabola fatta di amicizie sbagliate, di depressione e di tanto, tanto alcol.

La sua vita finirà nel maggio del 1984 quando Voronin non ha ancora compiuto 45 anni.

Il suo corpo verrà ritrovato in mezzo a degli arbusti poco fuori Mosca con il cranio fracassato.

Nessuno verrà mai accusato o arrestato per la sua morte.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Gli interessi di Voronin verso l’Occidente (testi di scrittori inglesi e americani compresi) e i suoi rapporti di amicizia con diversi calciatori aldilà del muro (George Best, Bobby Charlton e Pelé) lo misero per anni al centro dell’attenzione del KGB che monitorò attentamente i movimenti di Voronin in un periodo, quello dell’URSS post-Stalin dove miti come Gagarin, Yascine e Valerij Brumel venivano presentati come esempi della nuova società russa.

I Mondiali del Cile del 1962 sono la prima grande vetrina internazionale per Voronin.

L’URSS è reduce dai vittoriosi Europei conquistati in Francia due anni prima e arriva al Mondiale con grandi aspettative.

Il girone è vinto agevolmente ma nei quarti di finale cade contro i padroni di casa del Cile. Valerij Voronin però viene inserito nella formazione “All Star” della manifestazione al centro di una difesa composta anche da Cesare Maldini, Djalma Santos e Karl-Heinz Schnellinger.

Agli Europei del 1964 l’URSS chiude al secondo posto, perdendo di misura la finale contro i padroni di casa della Spagna. I sovietici dispongono di uno squadrone. Yascine in porta, Voronin a centrocampo e in attacco il micidiale Ivanov, capocannoniere sia agli Europei del 1960 che ai Mondiali cileni del 1962.

Al termine di quegli Europei Valerij Voronin è l’unico a non dimenticarsi di Streltsov, da pochi mesi uscito di prigione. “Non so dove saremmo arrivati con anche Eduard in squadra” dirà alla stampa al termine della manifestazione.

In quello stesso anno, come detto, sarà il nuovo segretario del Partito Comunista Leonid Breznev a togliere a Streltsov la squalifica a vita dal calcio professionistico.

In quegli anni Voronin è probabilmente ai vertici della sua carriera. Sia al termine del 1964 che del 1965 viene eletto “Miglior calciatore del campionato” e l’anno seguente, ai Mondiali inglesi, arriva per lui la definitiva consacrazione.

L’URSS vola nel girone di qualificazione.

Tre vittorie su tre contro la Corea del Nord (che eliminerà clamorosamente gli azzurri)  la nazionale Italiana e il Cile.

Nei quarti di finale ai sovietici tocca l’Ungheria nelle cui file gioca il grande Florian Albert (che vincerà il Pallone d’oro l’anno successivo).

L’allenatore dell’URSS Nikolay Morozov è perfettamente consapevole che limitare l’influenza di Albert nel match può risultare decisivo.

A Voronin, che fino a quel momento aveva giocato da centrocampista, viene chiesto di occuparsi personalmente della marcatura del talentuoso calciatore ungherese.

Sarà la mossa vincente.

Voronin giocherà una partita sontuosa, dimostrando ancora una volta le sue grandi doti eclettiche.

L’URSS cadrà in semifinale sotto i colpi della Germania dell’Ovest piazzandosi però per la prima volta tra le quattro nazioni calcistiche più forti del mondo.

Al rientro in patria Voronin è diventato un’autentica star.

Ha una bellissima moglie e la coppia è invitata a tutti i ricevimenti mondani e alle feste della capitale.

Voronin inizia a perdere le coordinate e la passione per la bottiglia, mai nascosta, si fa sempre più costante.

Si arriva così a quel giorno d’estate del 1968.

Voronin è in ritiro con la Nazionale ma la sera precedente non ha rispettato le regole imposte ai giocatori della squadra rientrando in albergo ben oltre l’orario consentito.

Per lui scatta il provvedimento disciplinare e viene allontanato dal ritiro.

Proprio mentre percorre il tragitto che dovrebbe riportarlo a casa perde il controllo della sua auto invadendo la corsia opposta e scontrandosi frontalmente con un mezzo pesante.

Uno dei migliori amici di Voronin nell’ultimo tragico periodo della sua vita è stato l’attore, poeta e cantante Vladimir Visotsky. Un autentico “genio maledetto” della scena culturale moscovita e noto da sempre per i suoi abusi di alcol e droghe.

Furono diversi i tentativi degli ex-compagni di squadra di Voronin di ricondurlo nei binari di una condotta di vita meno trasgressiva e distruttiva ma fu tutto inutile.

Uno dei più vicini a Voronin fu uno dei suoi allenatori alla Torpedo, Yuriy Stepanenko.

Fu uno dei più assidui nel tentativo di salvare Voronin dalla spirale autodistruttiva nella quale era entrato.

E fu lui l’ultimo amico a vederlo vivo.

“Lo vidi il giorno prima della sua morte. Era in compagnia di tre personaggi davvero poco raccomandabili. Dissi a Valerij che non era quello il tipo di gente per lui. Si fece una delle sue amare risate e poi salì in auto con loro. Il giorno dopo il suo corpo fu trovato nei pressi  di Varshavkoe Shosse con la testa fracassata”.

Infine qualche dato che può aiutare a definire la bravura di questo quasi sconosciuto campione.

Nella classifica del Pallone d’oro Valerij Voronin si classificò 10mo nel 1964, 8° nel 1965 e 11mo nel 1966 … non male per uno “sconosciuto”.

Nota dell’autore:

Questo pezzo è stato scritto attingendo da varie fonti giornalistiche, la maggior parte inglesi. Una di queste fonti però è italianissima ed è il tributo a Voronin scritto dall’amico Simone Cola nel suo bellissimo blog “Uomo nel pallone” da cui ho attinto diverse preziosissime informazioni. Grazie Simone.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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