LA “GARRA CHARRUA” e un “morto” goleador

Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato un episodio relativo alla famosa e celebrata “Garra Charrùa” ovvero quella caratteristica che secondo molti (Lele Adani su tutti) rende così speciali i calciatori uruguaiani. Quello che vi andiamo a raccontare però batte di gran lunga tutti gli altri aneddoti relativi all’indomito carattere dei giocatori della “Celeste”.

Siamo ai Mondiali svizzeri del 1954.

Si sta giocando la semifinale del torneo fra Uruguay e la grande Ungheria di Puskas, Hidegkuti e Kocsis. La partita sembra incanalata verso la tranquilla qualificazione dei Magiari per la finale.

Il risultato è sul due a zero (reti di Czibor e Hidegkuti) quando manca più o meno un quarto d’ora al termine dell’incontro.

E’ a questo punto  che entra in segna il protagonista di questo incredibile aneddoto, l’attaccante uruguaiano Juan Hohberg che al 75mo minuto segna il gol che rimette in partita la “Celeste”.

L’Ungheria a questo punto perde gran parte delle sue certezze e l’Uruguay si getta in avanti alla ricerca del pareggio che vorrebbe dire portare il match ai supplementari.

… e a quattro minuti dalla fine è proprio Hohberg (che quel giorno faceva il suo debutto assoluto in nazionale) a riportare in parità l’Uruguay.

Hohberg viene sommerso dall’abbraccio dei compagni ma quando questi si rialzano per riprendere il match Hohberg rimane a terra privo di sensi.

Arriva il medico dell’Uruguay che si rende immediatamente conto della gravità della situazione: Juan Hohberg è in arresto cardiaco. Un massaggio e una sostanziosa dose di dopamina lo riportano letteralmente in vita.

Quando iniziano i supplementari l’Uruguay è ovviamente in dieci … ma passano pochi minuti e Hohberg ritorna in campo per disputare insieme ai compagni i minuti finali.

L’Uruguay non riuscirà ad arginare la classe di Puskas e compagni che con una doppietta di Kocsis chiuderanno il match per quattro reti a due classificandosi per la finale (poi persa) contro la Germania Occidentale.

Hohberg, che ebbe poi un’ottima carriera con il Penarol (95 reti in 130 incontri) diventerà poi il selezionatore della nazionale uruguaiana ai Mondiali messicani del 1970, che la “Celeste” chiuderà con un onorevolissimo quarto posto finale.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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