FRANKLIN LOBOS: Nessuna resa mai

“Quanti secoli sono passati da quando giocavo nella Serie A del mio Paese ?

Ma soprattutto … siamo sicuri che questa sia la stessa vita ?

A me a volte non sembra proprio.

Guardo le poche foto che ho ancora in casa e faccio molta fatica a pensare che quello che vedo lì sia la stessa persona che vedo oggi nello specchio.

Doppio mento, rughe e una bella calvizie che avanza inesorabile.

Giocavo a calcio.

Ho giocato anche nel Cobresal e ci ho pure vinto un Campionato guadagnando la promozione nella Primera Division del Cile.

In quel periodo in squadra con noi c’era un ragazzino fenomenale.

Ogni volta che riceveva un pallone decente all’interno dell’area sapevi già come andava a finire; con il portiere che raccoglieva la palla dal fondo della rete.

Si chiamava Ivan Zamorano  e ha scritto pagine importanti nella storia del calcio del mio Paese.

In quella vita lì io giocavo a centrocampo.

Correvo come un matto, in campo lottavo come una guerriero Lakota e dove c’era il pallone c’ero quasi sempre anch’io.

Facevo anche gol.

Neanche pochi per un centrocampista anche se praticamente sempre e solo in unico modo: su calcio di punizione.

Mi chiamavano “El mortero magico”.

Tiravo di potenza (tanta potenza) e quando la palla superava la barriera c’erano davvero tante possibilità che il portiere non la vedesse neppure.

So di tanti calciatori avversari che a quei tempi si inventavano ogni tipo di scusa pur di non andare in barriera.

Sono arrivato perfino in Nazionale !

Ho giocato diverse partite di qualificazione per le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 ma poi a quelle Olimpiadi ci andarono altri e io mi accontentai di vedere i miei compagni alla tv.

Ovvio, un po’ di delusione la provai, ma sapevo benissimo che c’erano giocatori più bravi e meritevoli del sottoscritto.

E poi cos’era quel piccolo dispiacere in confronto alla gioia pazzesca, infinita e indimenticabile provata solo 3 anni prima ?!?!

Copiapò è una cittadina del nord del Paese.

Nel bel mezzo del deserto di Atacama.

Io è qui che sono nato e cresciuto.

Ci sono poche cose; il caldo, la polvere e le miniere.

Con l’apertura di queste trappole per uomini arrivarono dalle mie parti il lavoro, un po’ di denaro ed una dignitosa possibilità di vita.

Con i soldi derivanti dalla miniera fu costruito un piccolo ma accogliente stadio e con lo stadio anche una squadra decente. Con me c’erano giocatori del valore di Ramon Climent, Mario Caneo e Diego Solis. Amici veri, in campo e fuori dal campo.

Squadra talmente “decente” che nell’anno di grazia 1981 nell’ultima partita in casa della stagione noi del “Regional Atacama” arrivammo a disputare il match che mai avremmo pensato di giocare: quello che poteva significare la promozione nella Prima Divisione Cilena.

Un sogno per la squadra, la regione e tutti gli abitanti di questa zona, dimenticata da Dio e dal resto del Paese.

Per tutti i lavoratori della miniera poi era molto di più di una semplice partita di calcio: era la rivincita.

Significava tanta forza in più per tornare il giorno dopo a scavare laggiù in fondo, nel buco del culo del mondo.

Io ero il capitano di quella squadra anche se a 24 anni ero addirittura uno dei più giovani.

Ricordo che negli spogliatoi poco prima di scendere in campo regnava un silenzio totale, assoluto.

Lo stesso silenzio a cui pensi di esserti abituato dopo aver vissuto tanti anni in un deserto.

L’unica cosa che fummo in grado di dirci fu quella di promettere a noi stessi che se avessimo vinto quella partita saremmo andati tutti insieme ai piedi del Santuario di San Pedro di Atacama.

Lo stesso posto dove la madri, le sorelle, le mogli e le fidanzate dei minatori vanno a pregare perché la terra restituisca loro ogni giorno i propri cari.

Quei 90 minuti volarono via in un lampo.

L’arbitro fischiò la fine.

Avevamo vinto.

Diego, Ramon, Mario, io e tutti gli altri.

Bastò guardarci negli occhi.

Sebbene fossimo tutti allo stremo delle forze non ci fu nemmeno bisogno di parlare.

Non entrammo neppure negli spogliatoi.

Ci incamminammo così, in maglietta e calzoncini verso il Santuario, lungo la Statale 5, nel caldo torrido di quel giorno, con la polvere del deserto che ci riempiva i polmoni.

9 km e dietro di noi i nostri tifosi, il nostro popolo, festante e gioioso.

In questa vita qua invece è tutto diverso.

Oggi di anni ne ho 53, ho due figlie che fanno l’Università e purtroppo con il calcio in Cile negli anni ’80 non diventavi mica ricco.

Ho provato a fare il taxista. Guidare mi piace ma non si guadagna abbastanza.

E così ora guido qualcos’altro e la strada che faccio è sempre la stessa.

Tutti i santi giorni che il buon Dio manda in terra e più volte al giorno.

Si, perché ora sono al volante di una specie di pulmino che porta i miei amici minatori fino a 700 metri sotto terra, a raschiare la roccia per 8 ore al giorno per cercare rame e oro.

Sperando che queste ore passino in fretta per poter tornare alle nostre famiglie e alla luce del sole del deserto di Atacama.”

E’ il 5 agosto del 2010.

Sono passati 29 anni da quel giorno meraviglioso, scolpito per sempre nella memoria di Franklin Lobos e di tutti gli abitanti di quella zona del Mondo dimenticata da Dio e dal resto del Cile.

Franklin mette in moto la sua “camioneta” per andare  a recuperare i suoi amici e colleghi minatori che stanno terminando il loro turno.

E’ con un collega a fianco e stanno scendendo giù per questa lunga spirale che lì porterà laggiù in fondo, a 700 metri sotto terra, a raccogliere i suoi compagni che vedono in Franklin Lobos una specie di moderno Caronte, il loro traghettatore che li riporta ogni giorno alla vita e ai loro cari.

Solo che sono persone stavolta, non anime.

Però c’è qualcosa che non va quel giorno.

Rumori sinistri, rocce che si sgretolano e cadono davanti e dietro Franklin e il collega.

A poche centinaia di metri dal punto stabilito dove recuperare i colleghi c’è un’esplosione.

Poi un crollo.

La montagna intera sembra scoppiare dietro di loro … sopra di loro.

Enormi pezzi di roccia e terra cadono sul percorso quotidiano di Franklin che accelera mentre dietro di lui la strada si riempie di detriti.

Riescono ad arrivare al punto stabilito.

Ci sono 31 minatori che li attendevano pronti a tornare in superficie dopo il loro turno di lavoro.

Il frastuono provocato dal crollo a pochi metri da loro è però peggio di un pugno allo stomaco.

C’è stato un crollo, di enormi proporzioni.

Tutte le vie di uscita sono bloccate.

Chi prende il coraggio di andare a vedere cosa è successo torna dai compagni con la disperazione negli occhi.

Sembra che una roccia enorme ostruisca il passaggio.

No, in realtà sarà molto, molto peggio.

E’ crollato il tetto della miniera e tra loro e la salvezza c’è in mezzo mezza montagna.

Quella è l’unica via di accesso … e anche l’unica via di fuga.

Sono in 33 e sono bloccati a 700 metri sotto terra … nel buco del culo del mondo.

La notizia inizia a filtrare piano piano.

Non ci sono comunicazioni ufficiali da parte della compagnia titolare della miniera ma le famiglie che non vedono tornare a casa i loro cari fanno molto presto a capire che qualcosa di grave è accaduto.

Si teme il peggio.

Passano i giorni e le speranze diminuiscono ogni volta che il sole tramonta.

Arriva la notizia che nel rifugio dove si spera siano almeno una parte dei minatori i viveri sono sufficienti per 48, forse 72 ore.

Troppo pochi ovviamente.

Passano 17 interminabili giorni quando finalmente arriva la notizia più bella e ormai quasi insperata: i 33 minatori sono vivi, tutti quanti e in buona salute.

A raccontarlo a coloro che sono fuori da quell’inferno sarà un biglietto attaccato ad una sonda mandata fin laggiù nella speranza di stabilire un contatto.

Franklin Lobos è là e con gli uomini di quel gruppo (il più anziano ha 62 anni e fra meno di un mese lo attende la pensione mentre il più giovane ne ha soli 19 e in superficie lo attende la fidanzata con un figlio in grembo) riuscirà a formare una SQUADRA, la più coesa, determinata e unita che mai si era vista in nessun campo di calcio del mondo.

Tutti per uno uno per tutti non è un semplice motto.

E’ la loro regola, unica e assoluta.

Il loro “jefe”, il capo, laggiù è Luis Urzua.

E’ stato anche allenatore di calcio. E’ lui il più anziano quello che se risaliranno da quel buco maledetto si godrà la pensione, i nipotini e il meritato riposo.

E’ lui che si fa carico di organizzare la squadra.

Per prima cosa il cibo sarà razionalizzato al massimo.

Il tempo è la cosa più preziosa che hanno.

Resistere un giorno, un’ora, un minuto in più può essere fondamentale.

Allungarlo vuol dire vivere.

2 cucchiai di tonno, ¼ di bicchiere di latte e mezzo biscotto a testa.

Ogni 48 ore.

Avete letto bene. Ogni 48 ore …

L’acqua viene presa dai serbatoi dei tanti macchinari presenti in miniera.

Le luci di quei mezzi vengono accese di giorno e spente di notte.

Perché tutto deve sembrare il più normale possibile … e per non impazzire.

Riescono a comunicare ogni giorno con la superficie, con i propri cari e tramite un passaggio di poco più di 15 cm arrivano loro viveri, vestiti, bevande.

Intanto i trapani scavano e via via si fanno sempre più vicini.

Il tempo passa ma la speranza aumenta.

Fuori, in superficie c’è un vero e proprio villaggio che è nato spontaneamente e dove ormai vivono stabilmente i famigliari dei 33 minatori.

Di giorni ne passeranno 69 prima che l’ultimo minatore, ovviamente “Mister” Luis Urzua, venga estratto da quella maledetta trappola nella miniera di San Josè di Copiapò, nel deserto di Atacama … in quel posto dimenticato da Dio e dal resto del Paese.

Franklin Lobos è uno degli ultimi a risalire.

Potevano farlo solo uno alla volta e tra il primo e l’ultimo passa più di un giorno.

Al ritorno in superficie, per Franklin Lobos come per tutti gli altri, la famiglia è lì ad aspettarlo.

In mezzo a loro anche 3 volti che, anche se il tempo li ha riempiti di rughe, ha regalato loro qualche chilo in più e tanti capelli in mano Franklin Lobos ha riconosciuto subito: quelli di Ramon Climent, Mario Caneo e Diego Solis.

Si, c’erano tutti e tre ad attenderlo.

“Perché non eravamo amici solo in un campo di calcio. Siamo amici per la vita”.

Per chi volesse saperne di più in Internet è facile trovare documentari e soprattutto il film completo “Los 33” girato e distribuito pochissimi anni fa … purtroppo non in Italia.

Questo è il trailer del film

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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