DAVID ROCASTLE: La triste parabola di “Rocky”

E’ stato uno dei simboli della rinascita dell’Arsenal nella seconda metà degli anni ’80.

Dopo oltre un lustro di delusioni con l’arrivo di George Graham sulla panchina dei Gunners i biancorossi londinesi ritrovano quella competitività che si era smarrita nell’ultimo periodo della gestione Neill-Howe.

Niall Quinn, Tony Adams, Michael Thomas, Martin Hayes e David Rocastle sono il manipolo di ragazzotti su cui punta il manager scozzese per la rinascita.

“Rocky” tra loro è il giocatore di maggior classe ma che ha tecnica e dribbling sa unire capacità di lotta e sacrificio.

Poi però il destino decide di prenderlo di mira.

Prima un ginocchio malandato che gli impedirà di tornare agli strepitosi livelli delle prima tre stagioni con i Gunners e poi addirittura un male terribile che si porterà via David Rocastle nel marzo del 2001 … a soli trentatre anni.

A seguire prima uno stralcio dalla sua biografia (che potrete trovare per intero in http://www.urbone.eu/obchod/storie-maledette e poi il suo ricordo in immagini, con un breve video assai significativo delle grandi doti di questo sfortunato ragazzo.

«Sono chiuso nella mia auto.

A 500 metri dal nostro campo di allenamento.

Sto piangendo come un bambino.

Ancora non riesco a crederci.

Sono uscito mezz’ora fa dall’ufficio del nostro Boss, George Graham.

Non potevo credere alle sue parole.

“David, ti ho appena venduto al Leeds United.” mi dice.

“Ma … Boss … io non voglio andare al Leeds United !”

“Io sono felice qui, nell’Arsenal”.

E mentre glielo dico le prime lacrime iniziano a gonfiarmi gli occhi.

Qualcuna inizia a scivolare giù …

“Raccogli la tua roba. Dopodomani Howard Wilkinson ti aspetta a Dublino per unirti alla squadra”.

Adesso le lacrime arrivano copiose.

Lo so che non dovrei. Lo so che non serve a nulla.

George Graham non ha mai cambiato idea una volta.

Sono 6 anni che lo conosco.

E’ arrivato all’Arsenal che ero poco più di ragazzino.

Ma non ha esitato un secondo a buttarci dentro in prima squadra !

Tony, Martin, Niall, Michael ed io …

E con lui abbiamo vinto subito.

La Coppa di Lega.

A Wembley, in finale contro il Liverpool.

Poi sono arrivati trofei ancora più importanti.

Due campionati di Prima Divisione.

Ora però il Boss mi ha detto di andarmene.

Andarmene dall’Arsenal.

Da casa mia.

Sono qua da quando avevo 15 anni e l’Arsenal è l’unica squadra per la quale voglio giocare a calcio.

Non riesco a smettere di piangere.

Qui ci sono tutti i miei amici, molti dei quali hanno fatto tutte le giovanili con me.

Prima di entrare nell’ufficio del Boss alcuni di loro mi prendevano in giro

“Ehi Rocky, vai dal Boss. Maledetto bastardo ti beccherai un aumento di stipendio”.

La scorsa stagione è stata una delle più belle della mia carriera.

L’anno prima avevo avuto dei guai seri ad un ginocchio.

Ho fatto fatica a tornare ai miei livelli.

Dicevano che era un problema serio.

“Degenerativo” lo hanno definito i dottori.

E’ vero, ho perso un po’ di quello spunto in velocità che caratterizzava il mio gioco e giocare in fascia se non riesci a saltare l’avversario è dura !

Il Boss allora mi ha messo in mezzo al campo.

Mezz’ala.

Non ci avevo mai giocato ma mi sono subito trovato a mio agio.

Ho giocato praticamente sempre e ho fatto anche qualche gol.

Probabilmente ho giocato la più bella stagione della mia carriera !

E poi quel gol all’Old Trafford !

Che gioia ragazzi !!

… e ora invece me ne devo andare …

E ancora non riesco a smettere di piangere».

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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