Non c’è una sola persona ad Ascoli che non conosca il suo nome.

Mio figlio ha 16 anni, va in Curva Sud da 3 e ama l’Ascoli da sempre.

Lui è uno di quelli che si mette dietro la nostra bandiera più grande.

In quella bandiera c’è l’immagine di un calciatore con la nostra maglia.

Ha lunghi capelli riccioli che gli arrivano fino alle spalle e la barba incolta.

Sembra più il chitarrista di un gruppo heavy-metal che un calciatore.

Invece era proprio un calciatore … e che calciatore !

Il suo nome è WALTER JUNIOR CASAGRANDE.

Mio figlio sa tutto di lui, molto più di quello che so io che invece ho avuto la fortuna di vederlo giocare.

Arrivò da noi nell’estate del 1987.

Veniva dal Porto, fresco campione d’Europa.

Anche se lui in quella finale fu un semplice spettatore non pagante, seduto per tutto il match sulla panchina dei portoghesi.

L’anno prima aveva giocato i Mondiali del Messico con il Brasile e l’idea che un nazionale brasiliano venisse da noi ad Ascoli non fu facile da credere.

Sapevamo anche che aveva avuto qualche guaio con la giustizia per qualche vizietto non proprio legale …

Ma il nostro grande presidente, Costantino Rozzi, sborsò più di un miliardo delle vecchie lire per lui.

Una cifra importante per lui e per l’Ascoli.

“Tutti da ragazzi abbiamo fatto qualche sciocchezza” minimizzò il nostro presidente all’epoca.

E se Rozzi, notoriamente … molto attento (eufemismo) con il suo denaro aveva sborsato una cifra del genere si poteva stare tutto sommato abbastanza tranquilli.

Lo vidi per la prima volta in Corso Vittorio Emanuele, posto abituale di ritrovo per noi tifosi.

Era appena arrivato ad Ascoli.

Capelli lunghi, barba, occhiali scuri, jeans sdruciti e tracolla di cuoio.

… sembrava scappato da una comune hippie.

Qualche tifoso commentò “quiste me pare nu barbone !”.

Casagrande sentì il commento … e sorrise.

Probabilmente lo aveva preso per un complimento …

In campo era davvero tanta roba !

Fortissimo nel gioco aereo, aveva una eccellente tecnica di base e pur non essendo certo un fulmine di guerra con il suo metro e novanta abbondante si muoveva su tutto il fronte d’attacco, facendo da punto di riferimento per i compagni, appoggiando palloni su palloni e lasciando il giovane Scarafoni negli ultimi 16 metri con il compito di metterla dentro.

Fu una stagione tribolata e bellissima.

Ci salvammo proprio sul filo di lana, con un solo punto di vantaggio sull’Avellino, sconfitto al nostro “Del Duca” alla terz’ultima giornata di campionato.

Fu un pochino meno sofferta la stagione successiva dove il nostro “Casao Meravigliao” (così lo chiamavamo tutti quanti ai tempi) giocò pochissimo a causa dei tanti infortuni ma trovammo un Bruno Giordano che ci regalò grandi prestazioni e i gol sufficienti per mantenerci nella massima serie.

Alla fine della stagione 1989-1990 però arrivò la retrocessione nella serie cadetta.

Fu una stagione bastarda dove tutto quello che poteva andare storto ci andò.

Arrivammo ultimi.

In quella estate la preoccupazione di tutta la tifoseria dell’Ascoli era quasi palpabile.

Temevamo che la squadra potesse sfaldarsi.

Ormai ci eravamo abituati alla serie A e tornare tra i cadetti avrebbe potuto togliere entusiasmo a tutti quanti, tifosi e dirigenza.

Non al nostro grande Presidente Rozzi però.

Lui di lottare non ha mai smesso un secondo, pur sapendo che occorreva ridimensionarsi un po’ e che gli stipendi, soprattutto ai giocatori più importanti, non potevano essere gli stessi.

A questo punto però entro prepotentemente in scena lui, il nostro riccioluto centravanti.

Eravamo tutti convinti che sarebbe stato il primo ad andarsene, sia per l’alto ingaggio sia perché, nonostante gli ultimi due anni costellati da tanti infortuni, era uno dei pochi ad avere richieste concrete e importanti.

Invece accadde l’incredibile.

“Presidente, io da qua non mi muovo” disse il nostro “Casao” a Rozzi.

“Voglio restare qui e dare il mio contributo per riportare l’Ascoli in Serie A”.

Sembrava inizialmente solo il classico gesto di riconoscenza verso una dirigenza ed una città che lo aveva accolto e amato fin dal primo momento.

Niente di più sbagliato.

Walter Junior Casagrande faceva sul serio, tremendamente sul serio.

Insieme a Rozzi si inventarono una formula di contratto quasi a “cottimo”, in base al rendimento.

Pur avendo avuto tanti problemi fisici e pur non essendo esattamente un “goleador” Casagrande propose a Rozzi questo patto: giocare più di 30 partite e fare più di 20 gol.

Sembrava una follia.

Walter Casagrande giocò 33 partite, segnò 22 reti e l’Ascoli tornò in Serie A.

… entrando nel cuore di tutti noi per non uscirci mai più.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

In quella stessa estate il Torino farà un’offerta sensazionale per “Casao”: 5 miliardi di lire per portarlo al Comunale.

Casagrande gioca due eccellenti stagioni a Torino.

Nella prima arriverà un terzo posto in campionato e soprattutto una fantastica cavalcata in Coppa Uefa che porterà i granata fino alla finale, persa solo per la regola dei gol segnati in trasferta contro l’Ajax.

Dopo il 2 a 2 di Torino infatti (con doppietta di Casagrande) arriva il pareggio a reti inviolate di Amsterdam che consentirà ai lancieri di alzare il trofeo.

Nella sua parentesi granata oltre alla finale suddetta e al trionfo in Coppa Italia della stagione successiva ci sarà una partita in particolare che farà entrare Casagrande anche nel cuore dei tifosi granata.

E’ il 5 aprile del 1992 e una sua doppietta permetterà al “Toro” di aggiudicarsi il derby della Mole ai danni dei cugini bianconeri.

Con una soddisfazione doppia: quella di cancellare completamente i sogni di scudetto della Juventus in quella stagione.

Il nome di Walter Junior Casagrande è legato indissolubilmente ad una delle pagine più straordinarie della storia del Corinthians, club nel quale “Casao” ha iniziato la carriera ed è tornato a più riprese.

Nel 1982, durante il periodo della feroce dittatura di  João Baptista de Oliveira Figueiredo il Corinthians intraprende una strada coraggiosa e rivoluzionaria. E’ la famosa “Democracia Corinthiana” che con una totale autogestione di tutte le attività della squadra (allenamenti, ritiri, premi partita, tattiche di gioco ecc.) dà una spallata importante ad una dittatura che mostra sempre più crepe.

Socrates, Vladimir e il giovanissimo Casagrande sono i leader di questa autentica rivoluzione.

A cominciare proprio dalla parola “Democracia”, vietata dal regime e addirittura impressa sulle maglie dei calciatori del Corinthians.

Casagrande, il dottor Socrates e compagni trionferanno in due campionati “Paulista” consecutivi prima che, con la partenza dei due nel 1984 il Corinthians non ritorni ad essere una squadra “normale” … finalmente però in un Paese democratico.

Proverbiale un suo diverbio con il portiere Leao, titolare in Nazionale e non esattamente “simpatizzante” del movimento “democratico”. Al termine di una partita Leao se la prende arrabbiatissimo con alcuni suoi compagni della difesa rei di aver lasciato troppo spazio agli attaccanti avversari.

“Qui non esistono “colpevoli”. Qui siamo tutti responsabili e tutti in egual misura. Tu compreso” fu la secca risposta del diciannovenne Casagrande al navigato portiere.

Dopo una stagione al San Paolo “Casao” fa ritorno a casa.

E’ il 1985. Inizia a segnare con continuità e il livello delle sue prestazioni è tale che Telé Santana, il CT del Brasile, lo inserisce stabilmente nel suo “11” titolare.

Casagrande ricambierà appieno la fiducia segnando  gran parte dei gol che permetteranno al Brasile di qualificarsi per il Mondiale Messicano dell’estate successiva.

In quel Mondiale però Casagrande non terrà fede alle attese e dopo le prime due partite giocate da titolare contro Spagna e Algeria verrà relegato in panchina in quelle successive.

Al termine della carriera calcistica però la vita di Casagrande prende completamente un’altra piega, la peggiore.

E’ lo stesso Casagrande a raccontarsi in diverse interviste.

“Quando smisi di giocare mi sembrò che la mia vita intera smettesse di avere un senso. Non avevo più alcun stimolo per alzarmi dal letto alla mattina. Mi sentivo vuoto e inutile. Per colmare questo vuoto ho scelto la maniera peggiore possibile: la droga.

Non ero mai stato un santo in gioventù ma adesso non era più qualcosa per sballare un po’ o “aprire nuovi spazi della mente” come mi raccontavano i miei idoli da ragazzo Jim Morrison e Jimi Hendrix.

Stavolta era molto peggio. Era l’unica cosa che mi interessava veramente fare. Mi facevo di tutto, cocaina ed eroina comprese. Passavo giornate intere in casa da solo a fumare, sniffare, bere e bucarmi. Ero avido di droga, come prima lo ero di calcio.

Toccai il fondo nell’ottobre del 2007.

Non riuscivo più a chiudere occhio.

Vedevo mostri, bestie, demoni dappertutto. Erano veri e propri incubi ad occhi aperti.

Presi la mia auto e scappai, senza una meta precisa.

Mi addormentai al volante. Quando mi risvegliai ero in ospedale. Mi ero ribaltato con la macchina e finendo per investirne altre cinque.

Ero vivo per miracolo.

La mia famiglia mi obbligò ad andare in un centro per disintossicarmi.

Mio figlio più grande, Victor Hugo, fu determinante. Non aveva ancora 20 anni ma si comportò da uomo.

“Papà, non voglio che tu muoia. E se per evitarlo ti devo trascinare a calci dove possano prendersi cura di te sappi che lo farò”.

Nell’autunno dell’anno successivo Walter Casagrande esce da quel centro. Da allora quel vuoto lo ha colmato con il calore della sua famiglia con tante nuove passioni.

La lettura e la scrittura, la palestra e le tante visite nelle scuole, in carceri minorili e in centri di riabilitazione a raccontare la sua esperienza di vita.

A 56 anni di cose da fare ce ne sono ancora tante.

Walter Casagrande è tornato ad Ascoli nel maggio del 2016.

L’affetto dei tifosi bianconeri non è mutato.

Anzi. Evidentemente il racconto dei padri ai figli, come avveniva nella più pura tradizione contadina, ha se possibile ulteriormente ingigantito il mito, trasformandolo nella icona assoluta della curva sud ascolana, popolata per lo più da ragazzi che, quando Casagrande giocava, non erano ancora nati.