ERWIN KOSTEDDE: i gol, l’alcol e il carcere del primo nero della Nazionale tedesca.

“Sono nato da una notte d’amore tra mia madre, tedesca, e un soldato americano.

Un soldato americano nero. A Munster, dove sono cresciuto, c’erano soltanto altri due ragazzi con lo stesso colore della mia epidermide. Tutti gli altri non volevano giocare con noi. Uno di loro è morto annegato, l’altro cadendo da un camion. Ero convinto che sarebbe toccato anche a me, che fosse una specie di maledizione.”

Invece Erwin Kostedde scopre ben presto che c’è una pratica che gli riesce meglio di tanti altri coetanei con la pelle assai più chiara della sua.

Giocare a calcio.

Si accorge soprattutto che il suo talento è speciale quando si tratta di fare una cosa: mandare la palla in fondo alla rete.

Questa sua abilità diventa il passaporto ideale per essere accettato dai suoi coetanei e dai tanti allenatori che all’inizio storcevano il naso guardando questo ragazzo cicciottello e un po’ irrequieto.

Inizia con l’SC Munster 08 ma è quando si trasferisce in un’altra squadra della città, il Sassonia Munster, che il suo talento sboccia in maniera definitiva.

Qui avviene l’incontro con Felix Gerritzen, suo allenatore ed ex-grande ala della Germania Ovest degli anni ’50. E’ lui che lo affina tecnicamente e lo trasforma in un centravanti completo che ben presto entra nel mirino di squadre importanti.

Dopo due stagioni (e 18 reti) con il SC Preußen Münster è l’ambizioso MSV Duisburg ad acquistare il cartellino del giovane attaccante mulatto.

E’ la sua prima stagione in Bundesliga.

Non fa esattamente sfracelli (5 reti in 19 partite) ma le sue prestazioni sono più che sufficienti per attirare l’attenzione di una delle squadre belghe più forti del momento.

Kostedde non ci pensa un solo secondo, anche perché al Duisburg non è stato esattamente tutto rosa e fiori.

Si trasferisce allo Standard Liegi dove giocherà tre stagioni semplicemente straordinarie.

Con lui al centro dell’attacco “Les Rouches” (i Rossi) vinceranno tre campionati consecutivi ed Erwin Kostedde segnerà la bellezza di 51 reti in 67 partite di campionato, trionfando anche nella classifica marcatori nella stagione 1970-1971, davanti al connazionale Lothar Emmerich.

In questo felice periodo per Kostedde c’è una fortissima pressione da parte della Federazione belga per naturalizzarlo e poterlo così utilizzare in una già fortissima nazionale.

“Sono tedesco e se mai riuscirò a giocare in una Nazionale sarà proprio quella del mio Paese” dichiarerà senza mai alcun tentennamento l’attaccante nato a Munstorf nel maggio del 1946.

L’eco delle sue prestazioni e dei suoi gol arriva ovviamente anche nel suo Paese.

Sono tante le squadre della Bundesliga ad offrirgli un contratto.

La spunta, un po’ a sorpresa, il Kickers Offenbach, squadra della serie cadetta e coinvolta pochi mesi prima in un torbido “giro” di partite truccate.

A convincerlo è probabilmente anche il contemporaneo arrivo nella squadra di uno dei più grandi giocatori tedeschi dell’epoca, l’ala Sigfried “Siggi” Held, uno dei protagonisti assoluti della mitica sfida dell’Atzeca tra Germania Ovest e Italia di due anni prima.

In quella stagione l’Offenbach straccia tutti i record della categoria: 21 vittorie 15 pareggi e nessuna sconfitta. Delle 99 reti segnate ben 27 portano la firma dell’ormai consacrato Kostedde.

C’è curiosità per vedere quale sarà l’impatto dell’attaccante dei Kickers al suo ritorno in Bundesliga dopo i tre anni in Belgio e l’anno di “purgatorio” nella serie cadetta.

Kostedde si confermerà un attaccante di assoluto valore.

Sono diversi gli osservatori che ritengono che meriterebbe una chance in Nazionale ma in una Germania Ovest nella quale non riusce a trovare posto uno straordinario attaccante del calibro di Jupp Heynckes chiuso anche lui da Gerd Muller, ovvero il “9” classico forse più forte di sempre, per lui proprio non c’è spazio.

Kostedde ha problemi ben più impellenti da risolvere.

Il più importante di questi è l’idiozia pullulante in tanti stadi tedeschi dell’epoca.

Il suo colore della pelle è oggetto di derisione e insulti.

Sono in particolare i match contro l’Eintracht Francoforte a scatenare il delirio razzista (e omofobo) dei supporter dell’Eintracht che tacciano l’Offenbach come la squadra formata da “10 finocchi e da un negro”.

I problemi però per Erwin Kostedde non sono rappresentati solo dall’ignoranza di qualche tifoso. Fin dai tempi del Liegi inizia a flirtare con qualcosa che per tanti e tanti anni sarà il suo limite e il suo autentico tallone d’Achille: un amore viscerale per l’alcol.

Più di una volta i compagni di squadra sia al Liegi che all’Offenbach gli sentiranno dire “Con il calcio ho chiuso. L’unica cosa che mi interessa è sedermi al bancone di un bar e ubriacarmi”.

Pur continuando a bere spesso in maniera smodata a calcio Kostedde continua a giocarci e sempre con eccellenti risultati.

A tal punto che nella stagione 1974-1975, quella successiva al trionfo nel mondiale organizzato in casa dai tedeschi dell’Ovest, arriva quello che fino a pochi anni prima sembrava un sogno per il ragazzo di Munstorf.

Helmuth Schoen lo convoca per la partita che la Germania Ovest affronterà a Malta per le qualificazioni agli Europei del 1976.

Con Gerd Muller fuori dai giochi per scelta personale pare che sia proprio Franz Beckenbauer a consigliare all’esperto allenatore tedesco il nome di Erwin Kostedde.

Alla prima di campionato infatti il Bayern Monaco, squadra campione d’Europa in carica, viene letteralmente annichilito dal Kickers Offenbach. Un sei a zero finale con Kostedde, autore di una doppietta, inavvicinabile per il Kaiser e per il suo compagno di reparto Schwarzenbech.

Nell’undici che scenderà in campo in quel 22 dicembre del 1974 ci sarà anche lui, Erwin Kostedde, primo calciatore di colore a vestire la maglia della Nazionale della Germania Ovest.

I tedeschi vinceranno per una rete a zero (gol del centrocampista del Colonia Cullmann) ma Kostedde farà la sua parte tanto da confermarsi al centro dell’attacco in altre due partite: quella contro l’Inghilterra a Wembley e quella decisiva per la qualificazione contro la Grecia.

Sarà poi l’esplosione di un altro Muller, Dieter, a rimandarlo ai margini della Nazionale ma con la grandissima soddisfazione di aver raggiunto quello che, fino a pochi anni prima, sembrava solo un sogno: diventare il primo nero a giocare per la Nazionale del suo Paese … in barba agli idioti e ai razzisti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Già quando è al MSV Duisburg, alla sua prima stagione in Bundesliga, è evidente che Erwin ha un carattere assolutamente particolare e non facilmente inquadrabile.

Nell’aprile del 1968, dopo diverse scaramucce con la società quasi sempre per promesse economiche non mantenute, Kostedde decide di vendere tutti i mobili dell’appartamento dove vive a Duisburg.

C’è un problema: l’appartamento e tutta la mobilia sono di proprietà della società che non la prende benissimo.

Per lui arriva una pesante multa e una lunga squalifica interna.

La risposta di Kostedde a questa “punizione esemplare” definisce perfettamente il personaggio.

“Poco male. Andrò a fare le altre due cose che so fare nella vita: il tornitore o spillare birra da un fusto. E sarò l’uomo più felice del mondo !”

Uno dei giorni più “dolci” della carriera di Erwin Kostedde arriva il 7 ottobre 1972.

Il suo Kickers gioca contro l’Eintracht Frankfurt, proprio la squadra con i tifosi più esacerbati e razzisti (Il Kickers dei “10 froci e 1 negro”).

Quel giorno finirà tre a due per il Kickers. Al gol iniziale di Kostedde risponderà con una doppietta il grande Jurgen Grabowski. A cinque minuti dalla fine il risultato vede ancora in vantaggio l’Eintracht con i suoi tifosi che fanno festa sugli spalti con i loro beceri cori.

… solo che in quegli ultimi cinque minuti arriverà la doppietta di Kostedde a ribaltare il risultato !

Nella gara di ritorno, in casa dell’Eintracht, finirà addirittura tre a zero per il Kickers con doppietta di Kostedde e il terzo gol segnato dal compagno Manfred Ritschel su calcio di rigore.

Dopo alcune stagioni ricche di gol ma di diversi problemi soprattutto fuori dal campo (“ci provavo a stare lontano dall’alcol … ma potevo farcela per qualche giorno poi l’attrazione diventava davvero troppo forte”) pare che per Erwin Kostedde sia arrivato il crepuscolo della carriera.

Nel 1978, quando ha ormai 32 anni, per lui c’è un romantico ritorno allo Standard Liegi. Sei sole reti in quindici partite non sono la media realizzativa che ci si attende da un centravanti del suo valore.

Al termine di quella stagione Kostedde si convince che è giunta l’ora di pensare al futuro. Prende contatti per aprire un albergo quando, inattesa e insperata, arriva una proposta da un  Club della Ligue 1 francese.

E’ il Laval che gli offre un contratto.

Quando Kostedde si presenta in ritiro è quasi dieci chili sovrappeso e per uno alto 177 centimetri e con il peso forma “normale” di 82 chilogrammi non è certo un bel vedere.

I dirigenti e il mister della squadra, Michel Le Milinaire, sono già probabilmente pentiti.

Kostedde però ci mette l’anima negli allenamenti e dopo qualche partita di ambientamento esplode letteralmente.

Il 6 ottobre del 1969 nel match interno contro il Nimes segna una tripletta.

Non si fermerà più diventando in breve l’idolo del pubblico del Francis Le Basser, lo stadio del Laval.

A fine stagione Erwin Kostedde vincerà addirittura il trofeo del miglior marcatore del campionato con 21 reti a pari merito con il grande Delio Onnis, l’italo-argentino del Monaco.

In questa stagione oltre ai risultati agonistici c’è un altro aspetto assolutamente particolare e degno di nota. La moglie Monika (con la quale Kostedde ha celebrato poco tempo fa i 50 anni di matrimonio) non fu d’accordo con la scelta del marito preferendo rimanere in Germania.

A quel punto, dopo aver dimostrato le sue qualità in campo, “Monsieur But” (come veniva chiamato dai tifosi del Laval) ottiene di tornare in Germania al termine di ogni partita, allenarsi in patria e fare ritorno in Francia solo poco prima delle partite.

… cosa che, viste le statistiche, non ha certo influito sul suo rendimento.

Dopo l’eccellente stagione in Francia Kostedde decide di tornare in patria. Lo vuole il Werder Brema che grazie ai suoi gol (29 in campionato) risale immediatamente in Bundesliga. E’ qui che ritrova  Otto Rehhagel (già suo mister al Kickers Offenbach) con cui darà vita a scontri epici ma anche ad una più che proficua collaborazione professionale. Non si sa se sia stato proprio Rehhagel o qualche altro dirigente del club fatto sta che la frase “Kostedde non ha neppure più bisogno di correre. Basta che si metta in mezzo all’area con quel suo culone che i gol li segna comunque !” è entrata di diritto nella leggenda del Club e di Kostedde.

Finita la carriera il demone dell’alcol (altra “somiglianza” con il povero e indimenticabile Gerd Muller) entra prepotentemente nella vita di Kostedde.

Investimenti sbagliati lo riducono sul lastrico.

Finisce per ottenere un lavoro di autista di un autobus per disabili e quando sembra che ormai la sua vita abbia toccato il fondo arriva addirittura una accusa di furto in una sala giochi.

Il titolare è sicuro che sia stato Kostedde a rubargli l’incasso.

Kostedde passerà diverse settimane in carcere dove tenterà, per fortuna senza riuscirci, di togliersi la vita. Pochi giorni dopo verrà completamente scagionato con tante scuse (“è stato un errore di persona”) e tremila marchi come risarcimento.

Oggi, a settantacinque anni, Erwin Kostedde vive nella sua Munster insieme alla famiglia, lontano dalla bottiglia ma con qualche rimpianto.

“Sono sempre stato troppo onesto e impulsivo e ho spesso preso decisioni sbagliate. Ma questo non giustifica il fatto che tutti si siano dimenticati di me” conclude Kostedde.

Per fortuna ci ha pensato un giornalista tedesco, Aleksander Heflik, a raccontare per intero la sua storia nella bellissima biografia “Erwin Kostedde: il primo giocatore nero della nazionale tedesca”.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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