ALAN HUDSON: vita, morte e rinascita di un “maverick”

E’ il 12 marzo del 1975. A Wembley si gioca una prestigiosa amichevole.  Di fronte i “Leoni d’Inghilterra” contro la Nazionale campione del mondo in carica, la Germania Ovest.

Sulla panchina inglese dal luglio precedente siede Don Revie, il popolarissimo allenatore del Leeds United, che avrà il compito di riposizionare ai vertici del calcio mondiale l’Inghilterra dopo il fallimento dei Mondiali del 1974, dove venne eliminata nelle qualificazioni dalla Polonia.

La Nazionale tedesca è in realtà abbastanza sperimentale, con calciatori di seconda fascia come Kostedde, Ritschel e Korbel, ma la presenza di Beckenbauer, Maier, Vogst e Holzenbein garantiscono la solita competitività dei tedeschi.

Con Leeds United e Ipswich Town impegnate nella ripetizione di un match di FA CUP anche Revie si lancia in qualche esperimento.

I due terzini, Whitworth e Gillard sono all’esordio assoluto così come esordiente è con il numero 10 in cabina di regia Alan Hudson, centrocampista dello Stoke City.

E’ sicuramente l’inclusione più sorprendente in assoluto visto che Alan Hudson fa parte di quella categoria di talentuosi ma decisamente “anarchici” calciatori di cui l’Inghilterra è particolarmente ricca in quel periodo storico.

Anche Revie, come il suo predecessore Sir Alf Ramsey, non ama particolarmente i vari Charlie George, Rodney Marsh, Tony Currie, Frank Worthington o Stan Bowles. Troppo individualisti, troppo difficili da integrare in un sistema di gioco rigido ma collaudato.

Hudson, che tra l’altro viene da una lunga squalifica per aver rifiutato qualche anno prima di aggregarsi alla nazionale Under-23 inglese per un tour di fine stagione preferendo andare in vacanza, fa proprio parte di questa “speciale” categoria.

“Mavericks” vengono chiamati per la loro ritrosia ad accettare regole e dettami precisi … dentro e fuori da un rettangolo di gioco.

Nel classico 4-3-3 schierato da Revie c’è un’altra presenza sorprendente: quella del bomber Malcolm “Supermac” Macdonald, attaccante del Newcastle, autentica macchina da gol ma anche lui egocentrico e individualista e inserito nell’undici titolare più dalle pressioni dei media che dalle proprie convinzioni di Revie.

In attacco con lui ci sono Kevin Keegan, il talento del Liverpool e Mick Channon, attaccante del Southampton, all’epoca in Second Division.

A centrocampo con Hudson ci sono il capitano Alan Ball, unico sopravvissuto dei campioni del Mondo del 1966 e Colin Bell, centrocampista d’assalto del Manchester City.

Sarà proprio il centrocampo il reparto decisivo nella vittoria degli inglesi per due reti a zero, firmata da Bell e da Macdonald.

La sapienza tattica di Ball, la corsa e la capacità di inserimento di Bell ma soprattutto la tecnica e la visione di gioco di Alan Hudson faranno la differenza.

A fine partita Hudson dividerà con Kevin Keegan, autore di una prestazione superba, gli elogi dei media.

I più sperticati arriveranno però proprio dai rivali tedeschi.

Helmut Schoen, il selezionatore tedesco lo definirà “il nuovo Bobby Charlton” mentre Gunther Netzer, il forte centrocampista teutonico chiederà ai media britannici “ma dove avete tenuto nascosto finora un giocatore del genere ?!”.

Quattro giorni dopo si fa sul serio. Si gioca per la qualificazione agli Europei che si disputeranno in Jugoslavia nell’estate successiva.

Di fronte c’è Cipro.

Sarà la serata di “Supermac”. Sue tutte e cinque le reti della vittoria inglese ma a prendere la scena oltre al numero 9 del Newcastle sarà ancora una volta Hudson, autentico padrone del centrocampo e capace di mettere lo zampino in tre delle marcature di Macdonald.

L’Inghilterra ha finalmente trovato un centrocampista di qualità, di quelli capaci di dettare i tempi del gioco, di pescare i compagni anche a trenta-quaranta metri e di inventare assist al bacio per gli attaccanti.

… solo che quelle resteranno le uniche due partite di Hudson con la nazionale inglese.

Screzi con Revie sui compiti tattici da tenere in campo, qualche comportamento “sopra le righe” (soprattutto dovuto a storiche bevute) e qualche inopportuno infortunio chiuderanno, a soli 23 anni, la carriera di Alan Hudson in nazionale.

L’Inghilterra fallirà miseramente sia la qualificazione agli Europei sia soprattutto quella ai Mondiali argentini del 1978 dove, capitata nel girone dell’Italia, sarà costretta dagli azzurri ad un amaro secondo posto nel girone grazie ad una peggiore differenza reti.

Alan Hudson nasce dalle parti di King’s Road, la lunga strada che connette i quartieri di Fulham e Chelsea, nel giugno del 1951. E’ un grande tifoso del Fulham Football Club e un fan sfegatato di Johnny Haynes, la grande mezzala dei Cottagers.

Sogna di entrare nel file del Club ma il provino finisce nel peggiore dei modi. Hudson viene scartato. Non per motivi tecnici. Le qualità del ragazzino sono evidenti.

“Troppo piccolo e gracile” viene definito dai lungimiranti dirigenti del Fulham.

Il Chelsea non fa lo stesso errore. Lo aggrega nel suo settore giovanile e ben presto Hudson si dimostra un talento di livello assoluto.

Con il Chelsea Boys Club under-14 nel 1964 vince la coppa di categoria e sarà proprio Johnny Haynes a premiare Hudson e compagni.

I suoi progressi sono talmente rapidi che ha 16 anni sembra pronto per il debutto in prima squadra. Un infortunio però lo costringe ai box per diverse settimane. L’appuntamento è rinviato di oltre nove mesi. E accade in circostanze particolari.

E’ il primo febbraio del 1969.

Hudson viene convocato in fretta e furia il sabato mattina per la trasferta a Southampton che si giocherà nel pomeriggio.

La sera prima Osgood, Cooke, Baldwin e  Boyle, quattro titolari, sono stati visti completamente ubriachi in un locale a due passi da Stamford Bridge e messi immediatamente fuori rosa.

La partita sarà una debacle assoluta per i Blues che subiranno un pesante cinque a zero dal Southampton.

A fine partita Dave Sexton dichiarerà che “Ne abbiamo beccati quattro ubriachi. Ma da come abbiamo giocato dubito che fossero gli unici … “

Sarà l’unica presenza di Hudson in quella stagione.

Quella successiva però sarà quella della svolta: per lui e per il Chelsea Football Club.

Il 27 agosto 1969, alla sesta di campionato, dopo un incerto avvio in campionato (una sola vittoria in cinque partite) Dave Sexton decide di buttare nella mischia il giovane Hudson in un derby contro il Totthenam Hotspurs al White Hart Lane.

Finirà uno a uno ma la prestazione del giovane centrocampista è tale che non uscirà più dal team. Nelle successive sedici partite arriverà una sola sconfitta. Osgood e Hutchinson hanno finalmente qualcuno che li rifornisce di palloni di qualità e il Chelsea diventa improvvisamente una squadra di vertice.

A fine stagione arriverà un brillante terzo posto in campionato ma soprattutto il trionfo in FA CUP al termine di due avvincenti e tiratissime sfide con il Leeds United. La prima a Wembley finirà due a due ma nel replay giocato all’Old Trafford un gol nei supplementari di David Webb darà la vittoria ai Blues nella loro prima FA CUP della storia.

Nella stagione successiva arriverà addirittura il trionfo nella Coppa delle Coppe, battendo in finale il poderoso Real Madrid di Amancio, Gento e Pirri.

Saranno stagioni indimenticabili per il popolo di Stamford Bridge che sebbene il team non riesca più ad ottenere questo livello di risultati i “Blues” rimarranno pur sempre ai vertici del calcio inglese con il loro calcio spumeggiante e offensivo.

Nel 1972-1973 però i problemi disciplinari in seno alla squadra iniziano a farsi di difficile gestione.

In più la dirigenza decide di programmare una importante ristrutturazione di una parte dello stadio. Il costo è però superiore alle aspettative e le casse del Club piangono.

C’è la necessità di introiti importanti e al tempo stesso di riportare un sufficiente livello di professionalità all’interno del club.

Si prende una decisione estrema: cedere i due pezzi più pregiati della squadra, Peter Osgood e Alan Hudson.

I loro caratteri non facili tengono lontani i grandi team e ma il Southampton per Osgood e lo Stoke City per Hudson sono disposti a sborsare le cifre record di 270 mila e 240 mila sterline rispettivamente. Siamo nei  primi mesi del 1974.

Lo Stoke City, sotto la sapiente guida di Tony Waddington, ha scalato le posizioni della First Division e il manager dello Stoke, da sempre un grande ammiratore di Hudson, lo considera l’uomo in grado di garantire il definitivo salto di qualità.

Hudson torna a giocare ai livelli delle prime due stagioni con il Chelsea con Waddington che gli lascia “carta bianca” in campo e non gli chiede tackle e rientri difensivi.

“Alan Hudson finirò per giocare prima in una Selezione degli undici migliori calciatori del mondo che nella Nazionale Inglese” dirà Waddington al termine dell’ennesima prestazione maiuscola di Hudson.

La provocazione stavolta coglie nel segno.

Don Revie, nel marzo del 1975, convoca finalmente Hudson in nazionale.

Sarà in occasione delle due partite raccontate all’inizio.

Le uniche di Hudson con la maglia dei bianchi d’Inghilterra.

Con lo Stoke City arriveranno due eccellenti quinti posti consecutivi in campionato che varranno la qualificazione per le competizioni europee.

Sembra tutto perfetto. Un allenatore che stravede per lui, una squadra forte ma senza particolari pressioni e una città, Stoke-on-Trent, che lo adora e gli permette di vivere la sua vita e le sue … “passioni” senza interferire.

Ma ancora una volta saranno “cause di forza maggiore” a sconvolgere i piani di Hudson.

La stagione 1975-1976 è iniziata in maniera positiva. Lo Stoke continua a rimanere nella parte alta della classifica. Il Victoria Ground, lo stadio dello Stoke, nel gennaio del 1976 a causa di un violento uragano che si è scatenato nella zona subisce ingenti danni.

Occorrono tante sterline per la sistemazione delle tribune.

Al termine del campionato si tirano le somme. I danni allo stadio superano del 250 mila sterline.

C’è la necessità di “fare cassa”.

Ancora una volta, come già era capitato al Chelsea, Alan Hudson e il centravanti Jimmy Greenhoff sono  i giocatori dello Stoke con più mercato.

Stavolta però arrivano grandi club. Mentre Greenhoff andrà al Manchester United per Hudson sarà addirittura l’Arsenal che mettendo sul piatto 200 mila sterline porterà Hudson ad Highbury.

Siamo nel dicembre del 1976.

I “Gunners” dopo alcune stagioni mediocri, hanno bisogno di rilanciarsi

Qualche mese prima dal Newcastle per la faraonica somma di 333.333, 34 sterline è arrivato proprio quel Malcolm Macdonald con cui aveva condiviso la gloria nelle sue due presenze in Nazionale.

La squadra, con lo sbocciare di giovani di grande talento come Frank Stapleton, Graham Rix, David O’Leary e soprattutto del geniale mancino irlandese Liam Brady, sta pian piano tornando ad essere competitiva.

Nella stagione 1977-1978 i “Gunners” arrivano in finale di FA CUP ma vengono sorprendentemente sconfitti dall’Ipswich Town di Bobby Robson.

A fianco di Brady, che sta rapidamente diventando uno dei più corti centrocampisti della First Division occorre però un giocatore che garantisca corsa, muscoli e copertura.

Proprio dall’Ipswich l’Arsenal acquista Brian Talbot.

Hudson vede restringersi gli spazi in prima squadra e i litigi con Terry Neill, il manager dei Gunners, sono sempre più frequenti.

Arriva per il 27enne londinese una allettante proposta economica dagli States.

Hudson si trasferisce ai Seattle Sounders dove rimarrà fino al 1983 … quando il “suo” Chelsea lo richiamerà all’ovile. Sarà però un’altra frustrante esperienza per Hudson che tra infortuni, incomprensioni e vita sempre più fatta di colossali bevute e ore piccole in qualche nightclub, non riuscirà a giocare una singola partita ufficiale con il Chelsea.

Sembra che la sua carriera, a soli 32 anni, sia ormai giunta al capolinea.

Come invece dimostrerà in tutta la sua vita (dentro e fuori dal campo) Hudson ha ancora qualcosa da dire.

Nel frattempo allo Stoke, dove si è insediato come manager Bill Asprey, è inguaiato nei bassifondi della classifica e le speranze di rimanere in First Division sono ormai appese ad un filo.

Asprey chiede aiuto a Tony Waddington, ex-manager dello Stoke e mentore di Hudson e che al Victoria Ground è un’autentica istituzione.

“Vuoi salvarti ? Semplice. Prendi Alan Hudson” è la risposta di Waddington.

Lo Stoke sborsa 22 mila sterline per acquistare Hudson dalle riserve del Chelsea. E’ praticamente un decimo di quello che aveva speso circa dieci anni prima.

I risultati però saranno identici.

L’impatto di Hudson è straordinario. Con lui in cabina di regia i “Potters” infilano una serie di risultati impressionanti facendo la bellezza di trentatre punti nelle ultime diciassette gare salvandosi all’ultima giornata grazie ad un rotondo quattro a zero ai danni del Wolverhampton.

Nella stagione successiva però lo Stoke non riuscirà ad evitare le retrocessione. A questo punto sulla panchina dei “Potters”arriva Mick Mills, ex-nazionale inglese che allo Stoke ha terminato la sua carriera di calciatore. La sua prima mossa è consegnare la fascia di capitano ad Alan Hudson.

Hudson però non riuscirà a guidare i compagni nel tentativo di risalita immediata in First Division. Giocherà un pugno di partite prima che un grave infortunio al ginocchio lo costringerà ad appendere gli scarpini al chiodo.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“In una delle nostre frequenti visite al Craven Cottage assistei con mio padre al match tra Fulham e Blackpool. Nelle file dei “mandarini” giocava un giovanissimo Alan Ball.

Segnò una tripletta.

Poche settimane dopo feci il provino con il Fulham nel quale venni scartato perché troppo basso di statura.

Ci rimasi malissimo … anche perché ero alto più o meno come Alan Ball … “ racconterà divertito Hudson.

Il carattere sicuramente non facile di Hudson lo mise ai ferri corti con dirigenti e allenatori in diverse occasioni. Dopo aver già giocato nove partite con la Nazionale Under-23 (vera e propria anticamera della Nazionale maggiore) Hudson viene convocato per un tour di questa nazionale a fine stagione. Si rifiuta. Preferisce andare in vacanza visto che la Nazionale maggiore lo ha snobbato.

Ovviamente la cosa non è gradita ai vertici della Federazione  che per qualche anno metterà il veto ad una sua eventuale convocazione.

I suoi contatti con la Nazionale avvennero in realtà qualche anno prima.

Nel 1971 c’è una convocazione da parte di Sir Alf Ramsey. Io giocatori sono ospiti del celebre albergo Hendon Hall di Londra.

Alle 10.30 c’è il coprifuoco.

Mentre Hudson si sta preparando ad andare a letto sotto la sua finestra c’è una Jaguar rossa con il motore acceso. Rodney Marsh e Mike Summerbee bussano alla sua stanza “Vieni Hud che andiamo a fare un giro !” Alan Hudson non ha bisogno di farsi convincere. Salgono sulla Jaguar. Destinazione un locale dell’East End dove passeranno la serata rientrando in albergo non visti alle 4 del mattino.

Al volante della Jaguar rossa quella sera c’era Bobby Moore …

In realtà dopo le due presenze nel marzo del 1975 durante la gestione Revie nel 1978 riceverà un’altra chiamata, stavolta dal nuovo selezionatore inglese Ron Greenwood.

L’occasione è una prestigiosa amichevole contro il Brasile a Wembley.

In realtà nella prima stesura di convocati Alan Hudson non figura nella lista.

Ma alcuni infortuni gli aprono le porte della Nazionale nella quale Hudson non gioca da tre anni.

Hudson però rifiuta sdegnosamente.

“Se non sono abbastanza bravo per meritarmi di essere convocato nella prima lista non lo posso certo diventare solo perché qualcuno è costretto a dare forfait”.

Occasioni per lui, da titolare o da rincalzo, non ce ne saranno più.

Al suo arrivo allo Stoke Alan Hudson viene buttato immediatamente nella mischia. Al Victoria Ground di fronte c’è il poderoso Liverpool di Bill Shankly e dei vari Keegan, Smith e Heighway.

Finirà uno a uno e Hudson sarà giudicato unanimemente il migliore in campo al punto che Stan Cullis, leggendario giocatore e allenatore del Wolverhampton che stava commentando l’incontro alla radio, lo definirà “il miglior esordio che io abbia mai visto nella mia vita”.

E’ il 15 dicembre del 1997. Hudson sta camminando per le vie di Londra quando un auto che sta viaggiando a forte velocità lo investe in pieno, scaraventandolo dall’altra parte della carreggiata e mandandolo a sbattere contro un albero.

Le sue condizioni sono disperate.

In sala operatoria durante le 14 ore di intervento il suo cuore cessa di battere per due volte.

Alan Hudson rimane in coma per 59 giorni.

Poi si riprende anche se negli anni successivi dovrà subire oltre 70 operazioni per rimettere in sesto quel corpo martoriato.

Il bacino e gli arti inferiori sono in condizioni terribili.

Le sue chances di tornare a camminare sono praticamente nulle.

Ma c’è un’altra amara sorpresa che lo attende: la moglie Maureen ha chiesto il divorzio.

“Era evidente che non aveva nessuna intenzione di prendersi cura di un invalido” è lo sconfortato commento di Hudson che poi aggiunge “E pensare che ero uscito di casa per andare in Agenzia perché volevo acquistare per noi una casa più grande …”.

Alan Hudson non si dà per vinto. Dopo qualche mese ricomincia a muoversi in autonomia anche se ovviamente con l’aiuto delle stampelle. “Sono certo che solo grazie alla cura per il mio corpo sono riuscito a sopravvivere. Ho sempre fatto almeno 100 flessioni tutte le mattine e mezzora di corsa tutti i giorni … e poi metteteci anche tutte le camminate tra casa mia e il pub !” racconta oggi con ironia Hudson.

I guai però non sono finiti. Con il denaro dell’assicurazione Hudson viene convinto ad investire praticamente l’intera somma (150 mila sterline) in una immobiliare a Cipro.

Li perderà quasi tutti dovendo prima chiedere ospitalità all’anziana madre e poi al figlio.

Alan Hudson però si risolleva per l’ennesima volta. Inizia a scrivere.

Prima la sua autobiografia “The Working Man’s ballet” (che fu come Waddington definì il suo Stoke City nel periodo d’oro), poi la collaborazione con diverse testate e in seguito altri due libri di buon successo di critica e pubblico.

Per quanto possano essere state traumatiche le cadute Alan Hudson è sempre riuscito a rialzarsi.

Infine, una delle sue battute preferite. “La gente mi dice che ogni volta che mi vede sono dentro un pub. Beh, questo è strano perché ogni volta che vi vedo anche voi siete sempre in un pub !”

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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