LUBOMIR MORAVCIK: Il genio sconosciuto (… o quasi …)

Novembre 1998

La vera religione per noi è il CELTIC FOOTBALL CLUB.

Siamo talmente innamorati della nostra squadra che per noi la fedeltà è qualcosa di speciale. Da noi ha un significato particolare.

Qualunque scelta venga fatta dalla dirigenza o dallo staff tecnico molto raramente viene criticata.

Noi preferiamo aspettare, osservare e capire.

Noi preferiamo fidarci.

D’altronde se non ti fidi di chi ami di chi allora ?

E così anche le scelte più strane, contorte e qualche volte cervellotiche dei nostri Presidenti, della dirigenza, dei nostri Manager non le critichiamo mai in partenza.

A giudicare faremo sempre in tempo in un secondo momento.

E così, per parlare solo degli ultimi anni, abbiamo accolto con fiducia giocatori come Stuart Slater (il nuovo Jimmy Johnstone …), Tony Cascarino, Regi Blinker e addirittura Wayne Biggins, salvo poi accorgerci che al pub sotto casa probabilmente c’erano calciatori migliori di loro.

Per questo motivo quando il nostro manager slovacco Josef Venglos poche settimane fa ci disse con tutta l’enfasi di questo mondo che “Sono felice di annunciare l’acquisto di Lubomir Moravcik per il Celtic Football Club”.

Dal suo entusiasmo sembrava avessimo acquistato Zinedine Zidane o Robert Prosinecki o Roberto Baggio.

Invece avevamo acquistato Lubomir Moravcik.

Qualcuno disse che era titolare della sua nazionale (la Slovacchia … mica la Francia o il Brasile), veniva da una squadra tedesca (il Duisburg … mica il Bayern o il Borussia Dortmund) dove stava giocando poco per dissapori con il suo allenatore.

Inoltre era piccolino e non esattamente “in formissima” e scoprimmo anche che aveva già 33 anni.

Insomma, tutto quell’entusiasmo facevamo molta fatica a condividerlo.

L’anno prima avevamo appena riconquistato il titolo dopo nove lunghi anni di dominio dei nostri cugini dei Rangers che stavano dominando il campionato e dopo acquisti come Kanchelskis, Van Bronckhorst e Colin Hendrie avevano recentemente acquistato anche il centravanti della nazionale francese Guivarc’h.

… mentre noi opponevamo questo piccoletto trentatrenne con un girovita non esattamente da atleta che veniva dal Duisburg.

A volte è dura avere fiducia … e il nostro Club ci aveva messo ancora una volta alla prova.

E’ il 21 novembre del 1998. Il Celtic ospita il Glasgow Rangers nel secondo derby di campionato della stagione. Il primo ad Ibrox è terminato sullo zero a zero ma i Rangers hanno già messo tra loro e gli acerrimi rivali del Celtic ben dieci punti di distanza in classifica.

I Rangers si sono dimostrati un’autentica macchina da gol. Rod Wallace, il guizzante attaccante arrivato a parametro zero da Leeds si sta rivelando un giocatore decisivo. Ha già segnato nove reti nelle prime quattordici giornate di campionato e da qualche giornata anche Andrej Kanchelskis, diventato in estate il calciatore più pagato di tutta la storia del calcio scozzese in seguito al suo trasferimento dalla Fiorentina ad Ibrox.

Il Celtic invece ha fatto finora una gran fatica.

Soprattutto lontano dal Celtic Park sono arrivati risultati alquanto deludenti.

Una solo vittoria in sette trasferte sono decisamente troppe per pensare di impensierire la marcia di Giovanni Van Bronckhorst e compagni.

Stasera c’è solo un risultato per il Celtic del Dottor Josef Venglos: la vittoria.

La formazione con cui si presentano in campo gli “Hoops” appare decisamente prudente.

Non ci sono né il norvegese Harald Brattbakk e neppure il giovane Mark Burchill a supportare Henrik Larsson in attacco.

Larsson sarà in pratica l’unica punta vera dello schieramento di Venglos e il più vicino a lui sarà proprio “Lubo” Moravcik, alla sua terza presenza in prima squadra e che avrà il compito di giocare “fra le linee” e di creare scompiglio nel rigido 4-4-2 di Dick Advocaat, manager dei Rangers.

Le prime due partite non hanno fugato i tanti dubbi sul playmaker slovacco, giudicato sicuramente talentuoso ma con grossi punti interrogativi sulla sua costituzione fisica forse non adatta per il robusto calcio scozzese.

L’avvio è quello classico degli “Old Firm” derby.

Ritmo frenetico, entrate vigorose e gioco verticale senza troppi fronzoli.

Bastano però pochissimi minuti per capire che oltre ad una qualità ineccepibile c’è anche il carattere, la tenacia e il coraggio necessari per emergere in un campionato dal tasso agonistico così elevato.

Sono passati meno di dodici minuti dall’inizio del match quando Simon Donnelly si lancia in un corridoio sulla sinistra per ricevere palla dall’esterno francese Stéphane Mahè.

Donnelly fa scorrere il pallone e poi di prima lo appoggia verso il centro dove si trova Henrik Larsson che si è “staccato” dal suo diretto avversario per andare incontro al pallone.

Henrik Larsson però quel pallone non lo sfiora neppure.

Fa una finta di corpo e lo lascia passare sotto le gambe.

Dietro di lui c’è “Lubo”.

Se gli ha chiamato il pallone o meno è impossibile saperlo.

Non certo nella bolgia  dei 70mila che riempiono gli spalti del Celtic Park.

Moravcik va incontro al pallone.

C’è un problema però. Il pallone è esattamente in linea retta rispetto al suo corpo è la porta è posta ad un angolo di novanta gradi rispetto a dove si trova Moravcik.

Solo che questo non è un reale problema.

O almeno non lo è per Lubo Moravcik.

Il suo impatto con il pallone con l’interno del piede sinistro è semplicemente perfetto.

Il suo tiro è secco, rasoterra e con una traiettoria ad “uscire” che rende inutile il tuffo del portiere finlandese dei Rangers Antti Niemi.

In pratica … imparabile.

Il boato dei sostenitori del Celtic copre ogni cosa.

Scene di giubilo sulle tribune, in panchina e in campo.

E Lubo ? Rimane fermo, senza nessun tipo di manifestazione di gioia particolare, fuori dalle righe o a beneficio di fotografi e tifosi.

Ha solo un furbo sorriso stampato in volto che sembra voler dire a tutti “Tranquilli. È solo un gol e non sarà neppure l’ultimo”.

Il resto della partita sarà un autentico show del piccolo fantasista slovacco che prima farà espellere il povero Scott Wilson, difensore centrale dei Rangers e colpevole solo di essere su un pianeta calcistico differente a quello del numero 25 del Celtic che ad inizio ripresa segnerà anche il due a zero con uno splendido gol di testa con uno stacco e una torsione degna dei migliori “arieti” della scuola britannica.

Il Celtic dominerà il match e sul risultato di quattro reti ad una Josef Venglos riserverà a Moravcik la classica sostituzione-tributo con il popolo del Celtic Football Club in piedi ad applaudire colui che da quel giorno sarà per quasi quattro stagioni uno degli idoli assoluti del Celtic Park.

La prima stagione di “Lubo” al Celtic Park non sarà certo memorabile.

Il Celtic non riuscirà ad aggiungere nessun trofeo in bacheca e il gap con i Rangers (che invece conquisteranno il “treble” vincendo tutte e tre le competizioni nazionali) tornerà ad essere importante e questo nonostante le ottime prestazioni di Moravcik e l’impressionante capacità realizzativa di Henrik Larsson, capace di vincere la classifica marcatori del campionato segnando 29 reti, ben 10 in più del secondo classificato Rodney Wallace dei Glasgow Rangers.

Peggio andrà per certi aspetti nella stagione successiva quando sulla panchina del Celtic arriverà John Barnes, l’ex ala sinistra di Liverpool e della Nazionale Inglese voluto fortemente dal Direttore Generale Kenny Dalglish.

Nonostante alcuni importanti rinforzi come il bomber australiano Mark Viduka dal Leeds United (arrivato nella primavera precedente, il centrocampista bulgaro Stilyian Petrov e il rifinitore israeliano Eyal Berkovich la squadra stenta a decollare e la situazione precipita quando il bomber Henrik Larsson si infortuna gravemente in un match di Coppa Uefa contro il Lione nel mese di ottobre.

A febbraio, con il Celtic fuori da tutti i più importanti obiettivi della stagione e ad una distanza siderale dai Rangers in campionato decidono di prescindere da John Barnes con Kenny Dalgish che scenderà dal palco dirigenziale per tornare in panchina.

Giusto in tempo per conquistare la Coppa di Lega, il trofeo “minore” della stagione ma che per Lubomir Moravcik, autore del gol decisivo in semifinale contro il Kilmarnock e schierato da titolare nella finale contro l’Aberdeen, sarà la prima occasione di alzare un trofeo in tutta la sua carriera.

Per lui e per il Celtic Football Club la svolta arriverà nella stagione successiva.

Sulla panchina dei “Bhoys” si siederà Martin O’Neill, reduce dai brillantissimi risultati in Inghilterra con il Leicester.

Il Club subirà un cambio radicale.

Arriveranno giocatori importanti come Chris Sutton, Alan Thompson e Didier Agathe e qualche mese dopo anche Neil Lennon che sapranno inserirsi alla perfezione nel 3-5-2 voluto dal manager nord-irlandese.

Lubo Moravcik giocherà una stagione eccellente e anche se spesso entrerà a partita in corso chiuderà la stagione con 14 reti all’attivo, il suo record personale togliendosi la soddisfazione di andare in rete in tutte le manifestazioni, Coppa Uefa inclusa.

La ciliegina sulla torta alla stagione di Moravcik sarà rappresentata da un’altra doppietta contro i Rangers, stavolta ad Ibrox in un tre a zero finale a sancire inequivocabilmente la forza del Celtic capace in quella stagione di ripetere l’impresa dei cugini dei Rangers due stagioni prima ovvero vincere tutte e tre le competizioni nazionali scozzesi.

Anche nella stagione successiva, anche se ormai alla soglia delle 37 primavere, Moravcik troverà modo di lasciare il segno.

La “sua” partita sarà un match interno contro il Dunfermline dove metterà letteralmente a ferro fuoco la difesa dei “Pars”. In quella partita, oltre ad alcune sontuose giocate, Moravcik segnerà due gol straordinari.

Uno di esterno destro da circa 25 metri scavalcano il portiere avversario fuori dai pali, e l’altro con un tiro al volo di sinistro che finirà la sua corsa sotto l’incrocio dei pali.

In quella partita inoltre Moravcik sarà protagonista di un duello senza esclusione di colpi con il difensore olandese del Dunfermline Michel Doesburg con il quale “Lubo” se le darà di santa ragione per tutto il match … senza mai arretrare di un centimetro nonostante la differente stazza fra i due.

Al termine della stagione, chiusa con un altro titolo di campione di Scozia, Moravcik lascerà Parkhead per trasferirsi per un breve periodo nel campionato giapponese prima di appendere le scarpe al chiodo e dedicarsi all’attività di allenatore.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Stupisce che un giocatore del valore di Lubomir Moravcik sia rimasto in un piccolo club come il Plastika Nitra fino al compimento dei 25 anni di età.

Nel 1990 finalmente, dopo una eccellente stagione con il suo team del campionato Ceco, per Lubo arriva la vetrina dei Mondiali in Italia di quell’estate.

Josef Venglos, il selezionatore ceco e suo futuro manager al Celtic, lo ritiene imprescindibile.

Moravcik gioca in tutti gli incontri di quel mondiale e lui e Lubos Kubik, il centrocampista della Fiorentina, sono i massimi ispiratori di un travolgente Thomas Skuhravy.

Il Mondiale di Moravcik si chiuderà in maniera tutt’altro che memorabile dopo l’espulsione nei quarti di finale contro la Germania Ovest.

Moravcik, lanciato a rete dalla fascia sinistra, viene sbilanciato dal terzino tedesco Thomas Berthold. Invece del calcio di rigore che potrebbe riportare in parità i cechi arriva una ammonizione per proteste con “Lubo” che arrabbiatissimo nel gesto di simulare il fallo perde uno scarpino.

Seconda ammonizione e per lui partita finita.

Le sue prestazioni però hanno finalmente attirato l’attenzione di club europei.

Sarà il Saint Etienne ad assicurarsi le sue prestazioni e con le “Verts” Moravcik rimarrà sei stagioni entrando nel cuore dei tifosi dei “Verts”, una delle grandi nobili decadute del calcio francese.

Dopo due stagioni non felicissime al Bastia (la seconda con diversi guai fisici) arriva la chiamata del campionato tedesco, dal Duisburg. Basteranno cinque partite e una sostituzione subita al termine del primo tempo per opera del manager Funkel per far capire a Lubo che gli ultimi anni della carriera andavano “giocati” altrove.

Quando arriva la chiamata del suo vecchio maestro Venglos il playmaker slovacco non indugia un solo secondo.

Trecentomila sterline saranno sufficienti per portarlo al Celtic Park.

Nonostante lo scetticismo in particolare dei media scozzesi ai compagni di squadra di Moravcik bastò veramente poco per capire che avevano di fronte un calciatore di altissimo livello … e non solo.

“Nessuno lo conosceva” ricorda l’allora giovanissimo attaccante degli “Hoops” Mark Burchill “nemmeno i giocatori più esperti del team. Non solo non era più giovanissimo, ma era piccolino e non pareva esattamente nella forma migliore.

Al primo allenamento rimanemmo tutti a bocca aperta. In partitella ci saltava come birilli, sfornava assist “a nastro” ai compagni di squadra e quando tirava, che fosse di destro o di sinistro, centrava sempre lo specchio della porta. E nonostante il fisico non certo eccezionale togliergli la palla era un’autentica impresa !”.

Altro aspetto che lo rese immediatamente apprezzato nello spogliatoio era la sua grande umiltà. E’ sempre Burchill a ricordare che “quando segnava dava sempre il merito al compagno che gli aveva fornito il passaggio mentre quando era lui a mandare in gol un compagno diceva sempre che la parte difficile non l’aveva fatta lui ma chi l’aveva messa in fondo al sacco !”.

“Fuori dal campo era di una tranquillità incredibile. Solo una volta lo vedemmo arrabbiarsi davvero” ricorda il difensore Jackie McNamara.

“Fu nella conferenza stampa dopo i suoi due gol ai Rangers nel 5 a 1 del novembre ‘98, quando era appena arrivato al Club. Un giornalista gli chiese cosa si provava in soli novanta minuti a passare da «zero a hero».

Lubo attese la traduzione e poi, con un tono quanto mai esplicito disse all’interprete «dì a quel signore che io non sono mai stato uno “zero”».

Sempre in merito a quella partita c’è un altro divertente episodio raccontato da Mark Burchill.

“Finita la partita con i Rangers con ancora i nostri tifosi a intonare cori fuori dallo stadio mentre mi avviai alla mia auto incrociai il solito Van che distribuiva hot dog, haggis, patatine e bibite ai tifosi a fine partita.

Proprio davanti a quel Van c’era lui, Lubo Moravcik che stava beatamente mangiando l’hamburger più grande che io avessi mai visto.

Era lì in mezzo ai nostri tifosi che ancora non lo conoscevano benissimo e soprattutto non si aspettavano di vederlo lì in mezzo a loro a divorarsi un hamburger !”.

E’ il 29 agosto 1999. Il Celtic sta vincendo con enfasi il suo incontro di campionato contro il Hearts in virtù delle reti di Viduka, Larsson e della doppietta di Berkovic.

Al quinto del secondo tempo c’è un corner per il Celtic. Lo batte Moravcik a rientrare sul primo palo ma viene allontanato dalla difesa degli Hearts.

Lo spiovente ricade ancora nella zona di Moravcik che ne segue le traiettoria e come il pallone tocca terra si abbassa stoppandolo alla perfezione con il sedere !

… il boato del Celtic Park a quella giocata fu probabilmente superiore ad un gol.

Nonostante la sua fama internazionale sia ingiustamente limitata sono tantissimi i compagni e gli avversari che ne hanno riconosciuto le enormi qualità.

Chris Sutton. “Con lui in campo avevi sempre la sensazione che poteva accadere qualunque cosa. E la maggior parte delle volte accadeva davvero”.

Henrik Larsson. “E’ sicuramente uno dei più forti calciatori che io abbia mai visto nella mia carriera. Sapeva fare cose incredibili e ancora oggi io non ho ancora capito se fosse un destro naturale o un mancino. Lubo è, soprattutto, una eccellente persona, semplice, disponibile e di grande umiltà”

Stilyian Petrov. “Mi sentivo in imbarazzo ogni volta che il Mister mi metteva tra i titolari e Lubo invece andava in panchina. Come poteva essere che giocavo io e un fenomeno del genere andasse in panchina ? Io non ho dubbi: è il più forte calciatore con cui io abbia mai giocato”.

… infine … Zinedine Zidane “quando penso al numero 10 perfetto è impossibile non pensare a Lubomir Moravcik …”

E scusate se è poco …

Per i tifosi del Celtic Lubomir Moravcik sarà sempre ricordato come “The gift from God” a testimonianza della stima e dell’affetto verso talentuoso calciatore slovacco.

“Lubo”, fedele alla sua modestia e alla sua semplicità, la pensa però diversamente

“Il mio tempo migliore, i miei ricordi più belli, le mie più grandi soddisfazioni le ho tutte vissute con il Celtic Football Club. Loro continuano a dire che sono stato “un regalo di Dio” io penso invece che il Celtic sia il più bel regalo che io abbia mai avuto”.

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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