LEICESTER 2015-2016: Si, i sogni a volte si realizzano

PROLOGO

Mi chiamo Ryan. E’ da quando ho capito cos’era un pallone da calcio e a cosa servisse che faccio il tifo per il LEICESTER CITY FOOTBALL CLUB.

Ho pensato tante volte a quanto sarebbe stata più facile e ricca di gioie la mia vita se avessi tifato Liverpool o Manchester United.

O magari  anche solo per i nostri vicini geografici Nottingham Forest o Derby County.

Qualche soddisfazione in più l’avrei avuta.

Invece io sono del Leicester.

Ci metti un po’ a realizzarlo ma alla fine capisci che non sei tu che scegli la squadra da amare.

E’ LEI CHE SCEGLIE TE.

Ti manda un segnale, spesso piccolo o apparentemente insignificante.

Ma tu te ne accorgi, abbocchi e sei fottuto per il resto della tua vita.

Con il Leicester è stato così.

Lo capisci alla svelta quale sarà il tuo destino di tifoso.

Gli altri vincono trofei, sono spesso in diretta tv, giocano le finali a Wembley, ospitano nel loro stadio le più grandi squadre del continente e vanno in giro per l’Europa a seguire la propria squadra in città come Roma, Madrid, Parigi o Lisbona.

In quelle stesse sere tu sei invece in un piccolo stadio di provincia, insieme ad altri 10.000 malati come te, magari sotto la pioggia novembrina a sperare di passare il turno in Coppa di Lega contro il Rochdale.

Oppure sei felice perché in quella fortunata stagione hai festeggiato la salvezza con quattro o cinque giornate di anticipo … e non all’ultima come accade di solito (quando ci salviamo !) con le tue coronarie messe a dura prova.

Questo è il destino che mi ha riservato la squadra che MI HA SCELTO.

Dopo un po’ ti metti il cuore in pace e la tua forbice di intensità emotiva si restringe.

Sei contento se batti il Derby County quando qualche anno prima saresti impazzito di gioia o ci rimani male se vai fuori al 3° turno di FA CUP contro l’Exeter City quando prima ti saresti invece incazzato come una biscia.

Continui ad amarla, ma ormai è diventata come una moglie.

Meno passione ma sempre lo stesso affetto.

Poi però ogni tanto anche a quelli come noi accade qualcosa.

Qualcosa che improvvisamente cambia tutto.

Che sconvolge completamente questo equilibrio, questa sorta di corazza che ti eri costruito con tanta pazienza negli anni.

E allora sei spiazzato.

Completamente.

Perdi tutti i tuoi riferimenti, le tue certezze.

E ritorni ragazzino.

Ti addormenti rivivendo la partita giocata quel giorno e le sere successive ti addormenti pensando alla prossima.

Al sottoscritto, nella piccola storia che sto per raccontarvi, è successo esattamente questo …

CAPITOLO 1: “Non svegliatemi”

Ho chiesto a mia moglie di prenotarmi un check-up completo al Glenfield Hospital.

In quella struttura sono davvero bravi nella prevenzione e cura delle malattie coronariche.

Anche se in fondo ho “solo” 65 anni e sono sano come un pesce.

Solo che non posso e non voglio correre rischi.

Non quest’anno.

Oggi, 19 dicembre 2015, il “mio” Leicester è in testa alla fottuta “Premier”.

Il campionato più ricco del mondo, quello dove hanno investito capitali enormi magnati da tutte le parti del globo, quello che vende i diritti tv nelle più sperdute langhe d’Oriente o del Sudamerica.

Oggi abbiamo battuto l’Everton per tre reti a due nella loro tana, su al Goodison Park.

Esattamente un anno fa eravamo ultimi in classifica.

Con la prospettiva tutt’altro che remota di fare ritorno in Championship, la serie cadetta del calcio inglese.

Facciamo su e giù tra queste due categorie praticamente da sempre.

Da 131 anni abbondanti.

Tanti quanti sono quelli della nostra storia.

Il 21 marzo di quest’anno sembravamo spacciati.

Ultimi in classifica e a 7 punti dalla salvezza.

19 punti noi, 26 punti il Sunderland, quart’ultimo.

In mezzo c’erano il QPR a 22 e il Burnley a 25.

Mancavano 9 partite alla fine.

“Finché c’è vita c’è speranza” o anche “la matematica ancora non ci condanna” oppure “una partita alla volta, i conti li faremo alla fine”

Queste erano le frasi di circostanza che potevi sentire ovunque in quel periodo a Leicester.

Al lavoro, nei pub o sulle tribune del nostro King Power.

La realtà però era che non ci credeva più nessuno.

Non solo perché le statistiche erano impietose e perché la storia insegnava che chi si trovava in ultima posizione a così poche partite dal termine non era mai riuscito a salvarsi.

Avevamo una squadra con evidenti limiti tecnici e caratteriali.

C’erano frizioni interne tra la società e il nostro manager Nigel Pearson, in fondo l’unico che sembrava continuare a crederci.

Facevamo una gran fatica a fare gol e quando ci riuscivamo gli altri ne facevano sempre almeno uno in più.

Poi accadde qualcosa.

Qualcosa di imprevedibile e meraviglioso.

Il 4 aprile battemmo il West Ham.

Il gol di Andy King, il nostro incombustibile centrocampista, a 4 minuti dalla fine ci diede quella vittoria che non arrivava da nove partite e che se di certo non cambiò la nostra classifica dimostrò a tutti quanti che non avevamo nessuna intenzione di mollare.

“Siamo vivi” disse Nigel Pearson ai microfoni della BBC al termine del match.

“Ci avete dato per spacciati troppo presto. Non siamo il Barcellona, ma abbiamo una squadra di uomini” aggiunse il nostro manager.

Ma fu la settimana successiva che capimmo che potevamo ancora farcela.

Giocavamo fuori casa contro il West Bromwich Albion e a 10 minuti dalla fine stavamo perdendo per due reti ad una. Sarebbe stata con ogni probabilità la fine. Invece prima Robert Huth con un colpo di testa in mischia e poi Jamie Vardy a tempo scaduto (si fece 50 metri palla al piede !) ci diederono quella vittoria che adesso davvero ci rimetteva in gioco.

Ma nessuno, neppure il più ottimista tra i tifosi delle “Foxes” poteva immaginare che saremmo stati capaci di vincere altre 5 delle ultime 7 partite di campionato arrivando ad un 14mo posto finale che se qualcuno lo avesse pronosticato a marzo sarebbe stato considerato un pazzo o un povero imbecille.

“The Great Escape” titolarono i giornali di tutta l’Inghilterra.

Fu un’autentica impresa.

I ragazzi ce la misero davvero tutta. Orgoglio, passione, sacrificio, cuore … tutte quelle componenti fondamentali quando lotti per la tua “pelle”.

Ma ci accorgemmo anche di un’altra cosa: c’era molto di più che orgoglio, passione, sacrificio e cuore.

Non eravamo affatto male anche in quanto a qualità.

Mahrez, Albrighton e Vardy avevano tecnica e rapidità.

Drinkwater stava diventando uno dei centrocampisti più completi e promettenti di tutta la Premier, Schmeichel non era già più il “figlio di Peter” ma era già un eccellente portiere di suo e davanti a lui Morgan e Huth avevano dato quella solidità difensiva che alla squadra era sempre mancata.

Sarebbe stata una delle estati più belle della vita per un tifoso del Leicester.

Un altro anno in Premier ma con la grande e nuova consapevolezza che ora avevamo un team tosto, affidabile e anche con quella qualità per potersela giocare con quasi tutti i club della Premier.

L’entusiasmo era tale che qualcuno parlava addirittura di poter lottare per un posto in Europa.

In tanti di noi avevano vissuto il periodo magico con Martin O’Neill sulla panchina.

Ci riportò in Premier al primo tentativo e nei 4 anni con lui vincemmo due Coppe di Lega, arrivammo sempre tra le prime dieci e giocammo la Coppa UEFA sia nel 1997-1998 che nella stagione 2000-2001.

Insomma, eravamo immersi in tutti questi progetti quando a fine giugno arrivò la mazzata che ci riportò tutti sulla terra: Nigel Pearson era stato licenziato.

Sapevamo tutti che la sua relazione con la dirigenza non era delle migliori.

A febbraio di quello stesso anno, dopo una sconfitta con il Crystal Palace, pareva che il suo licenziamento fosse già cosa fatta. Non tanto per la sconfitta contro una diretta concorrente ma perché in uno dei suoi scatti d’ira Pearson mise letteralmente le mani addosso ad un giocatore del Palace.

In realtà Presidente e dirigenza decisero, sorprendendo tutti, di confermare Pearson.

Dopo poche settimane iniziammo a vincere e Pearson tornò ad essere il nostro eroe, esattamente come sei anni prima quando fu proprio lui a riportarci in Championship dopo l’unica stagione nella nostra storia nella Terza serie del calcio inglese.

Non solo.

Nell’unica sconfitta di quel periodo magico (quella contro il Chelsea) nella conferenza stampa a fine partita il nostro Nigel decise di definire un giornalista presente “Stupido e idiota come uno struzzo”.

Si sollevò un gran polverone e furono in molti a chiedere la testa del nostro sanguigno allenatore.

Tutto finì con le scuse al giornalista il giorno dopo.

Per cui ci chiedevamo cosa poteva essere successo di così grave da licenziare in tronco un manager che aveva appena fatto uno dei miracoli più grandi della storia del calcio inglese.

La risposta, come quasi sempre, arrivò dai più biechi tra i tabloid inglesi.

Il figlio di Nigel, giocatore delle giovanili del Club, durante un tour in Thailandia con la squadra, decise di filmare un’orgia a cui partecipava lui stesso, due compagni di squadra e una ragazza del posto.

Non solo. Nel video i tre “fenomeni” si lasciano andare anche a commenti razziali nei confronti della ragazza..

Tutto davvero troppo per la dirigenza del Leicester e in modo particolare per il Presidente Vichai Srivaddhanaprabha, non solo religiosissimo ma nato proprio in Thailandia.

A farne le spese fu proprio Nigel Pearson la cui unica colpa era di avere un figlio probabilmente un po’ stupido o quantomeno immaturo.

Ci fu un’autentica sollevazione.

Primo fra tutti uno degli idoli assoluti della nostra storia: Gary Lineker, che nel suo Blog scrisse senza mezzi termini “Così dopo aver portato il Leicester in Premier, averlo salvato nella maniera più rocambolesca e spettacolare della storia di questo torneo, Nigel Pearson viene licenziato. Quelli che oggi dirigono il nostro calcio non finiranno mai di sorprendermi per la loro stupidità”.

Volevamo tutti bene a Nigel.

Non solo per le due promozioni ottenute o per l’impresa dei mesi precedenti.

Ma perché aveva ridato dignità e orgoglio ad un Club che ormai aveva smarrito la via nel momento in cui Martin O’Neill ci lasciò nel giugno del 2000 per trasferirsi al Celtic.

E ora ?

Cosa sarebbe successo ?

Pensavamo che per arrivare a fare una scelta del genere la società doveva avere in ballo qualcosa di clamoroso.

Solo un grande nome avrebbe potuto riportare un po’ il sereno dopo questa autentica batosta.

Si parlava di Gus Hiddink, di un giovane manager tedesco di nome Jurgen Klopp o addirittura di un ritorno di Martin O’Neill, l’unico probabilmente che sarebbe stato accolto positivamente dalla piazza.

Invece la scelta della dirigenza cadde su Claudio Ranieri.

Claudio chi ?

Si, Claudio Ranieri, un manager italiano che una decina di anni prima aveva allenato il Chelsea con buoni risultati, con un curriculum assolutamente rispettabile ma che nella sua ultima esperienza sulla panchina è dovuto scappare dalla Grecia di notte e probabilmente con baffi e barba finte dopo aver perso in casa con le Far Oer …

Insomma, non certo il nome altisonante capace di colmare il vuoto lasciato da Nigel Pearson.

La notizia non solo scatenò le ire di parte della tifoseria e lo scetticismo dell’altra, ma fu un autentica festa per i Bookmakers !

Ranieri favorito come “primo allenatore esonerato nella Premier” e sulla vittoria in campionato delle mie amate “Volpi” un “5000/1” che la diceva lunga sulla fiducia nel nostro team … una nostro vittoria era pagato fino a 10 volte di più uno di questi eventi:

  1. La conferma dell’esistenza del Mostro di Loch Ness.
  2. L’elezione a Papa di Bono Vox
  3. Il ritrovamento in vita di Elvis Presley
  4. Lo sbarco degli alieni entro la fine dell’anno solare

Alla sua prima conferenza stampa furono in molti quelli a rimanere con dei dubbi.

Ma anche tanti quelli che apprezzarono le sue parole.

Io ero in questo secondo gruppo.

“Ho visto tutte le partite del Leicester del campionato scorso. Mi è piaciuto quello che ho visto. La squadra è diventata via via più solida, più forte e competitiva. Non sono qua per fare rivoluzioni ma per continuare il lavoro fatto da chi c’era prima di me. Magari aggiungendo un po’ di “sapienza tattica tipicamente italiana” aggiungendo un furbo sorriso a quest’ultima frase.

In realtà le prime amichevoli non fecero molto per esaltare noi tifosi.

Riuscimmo a prendere gol in tutte le partite pre-campionato.

Anche dal Lincoln, dal Mansfield, dal Rotheram e dal Burton Albion.

Qualche amico andò all’ultima amichevole estiva, quella contro il Birmingham City.

“Continuiamo a concedere troppe occasioni ma si sono aggiunti tre giocatori davvero niente male. Due centrocampisti che si chiamano Fuchs e Kanté e un attaccante giapponese che si chiama Okazaki. In attacco con lui, Mahrez e Vardy ora possiamo davvero far male a tanti”.

Ho preso con le pinze le parole del mio amico.

In fondo il Birmingham è una squadra di Championship e per giudicare il valore di questi tre acquisti (due di Pearson, Fuchs e Okazaki, giusto ricordarlo) occorreranno test più impegnativi.

In fondo si trattava di aspettare una settimana.

L’8 agosto avremmo iniziato la stagione, in casa con il Sunderland.

… e di sicuro avremmo saputo qualcosa di più.

LEICESTER – SUNDERLAND 4-2

Marcatori: Vardy 11’ (L) Mahrez 18’-25’ pen (L) Defoe 60’ (S) Albrighton 66’ (L) Fletcher 71’ (S)

Quel giorno fu uno spettacolo per gli occhi ! Una esibizione di calcio offensivo come nessuno, nemmeno il più ottimista dei nostri sostenitori, si sarebbe aspettato. Vardy e Mahrez segnarono una doppietta a testa ma Okazaki no fu certo da meno, con i suoi cambi di ritmo, il suo continuo movimento e il suo grande altruismo.

Quel giorno tornai a casa pensando che avevamo preso due gol evitabili e che non sempre in difesa eravamo stati impeccabili … ma se continueremo a fare due gol più degli avversari a chi può importare ???

Ricordo le parole di Marc Albrighton, la nostra velocissima ala e autore dei cross dai quali sono nati i nostri primi due gol “Claudio Ranieri ha portato nuove idee al nostro modo di giocare. Non ha voluto cambiare troppo ma le novità che sta apportando le stiamo ogni giorno di più assimilando”.

Qualcuno uscendo dallo stadio, anche forse con poca riconoscenza e trascinato dall’entusiasmo del momento urlò “Pearson chi ?” … ma questo, si sa, è il calcio.

Io, che ne ho viste davvero tante da quel giorno del 1957 in cui mio nonno mi accompagnò per la prima volta al vecchio Filbert Street per un match proprio contro il Sunderland, cercai dopo quella meravigliosa partita di rimanere con i piedi per terra, dicendo a me stesso di aspettare qualche settimana e vedere cosa sarebbe successo.

E quello che successe andò ben oltre tutte le aspettative !

Se qualcuno pensava che sarebbe stato solo un fuoco di paglia la nostra partita contro il Sunderland dovette presto ricredersi.

Dopo sei partite, tre vittorie e tre pareggi.

Secondi in classifica dietro il Manchester City.

Continuavamo a segnare, a giocare un bel calcio e a prendere gol !

La casella “0” non è ancora uscita nelle nostre partite. Segnavamo sempre e sempre subivamo almeno un gol.

Ma non perdevamo mai.

Il nostro “Tinkerman” come veniva chiamato Ranieri ai tempi del Chelsea per la continua rotazione dei suoi titolari, stava stupendo tutti quanti.

Sotto diversi aspetti.

Il primo è che fino a quel momento non aveva cambiato granché la squadra. Anzi, pareva avere le idee molto chiare su chi erano i suoi titolari. Inoltre non sembrava nemmeno un allenatore italiano ! Sia per il modo di porsi, sempre pacato, riflessivo e sorridente (e così diverso dal nostro Nigel Pearson !) sia per lo stile di gioco che stava utilizzando. Mettere in squadra contemporaneamente Vardy, Okazaki, Mahrez e Albrighton potreva sembrare un suicidio tattico.

In fondo sono quattro giocatori con caratteristiche offensive e per quanto diano tutti una mano nel pressing e nel recupero del pallone restano 4 attaccanti !

Ma a Claudio Ranieri pareva non importare.

Poi, alla settima di campionato arrivò al King Power l’Arsenal.

26 settembre 2015

LEICESTER – ARSENAL 2-5

Marcatori: Vardy 13’ 89’ (L) Walcott 18’ (A) Sanchez 33’ 57’ 81’ (A) Giroud 90’ (A)

I nostri limiti quel giorno vennero clamorosamente messi a nudo da un attacco formidabile come quello dei Gunners. Facemmo comunque la nostra parte e sono sicuro che un osservatore neutrale si sarà divertito come un pazzo ad assistere a quella partita. 7 reti, 19 tiri nello specchio della porta e 43 tiri totali. Praticamente uno ogni due minuti. Peccato che la maggior parte sia stata dei nostri rivali.

Sanchez, Walcott, Ozil, Cazorla … tanta, troppa classe per una difesa onesta, arcigna ma non certo tra le più reattive della Premier come la nostra.

C’era di che preoccuparsi ?

Certo che no anche se capimmo tutti quanti che ci sarebbe stato da soffrire contro squadre con un tasso tecnico elevato come quello dell’Arsenal, o del Manchester City o del Manchester United.

Ranieri mantenne la sua proverbiale flemma nel dopo partita.

In fondo era qualcosa che aveva già evidenziato nelle partite precedenti.

“Ragazzi, se non cominciamo a mantenere qualche volta la nostra porta inviolata sarà dura. Mica possiamo sempre segnare tre o quattro gol !” disse prima della partita contro lo Stoke (che finì 2 a 2).

Quel giorno promise la pizza per tutti se avessimo mantenuto la porta imbattuta …

Probabilmente avrà alzato il premio visto quello che accadde dopo quel match …

Infilammo dieci partite consecutive senza sconfitte.

Fino ad oggi, 19 dicembre, dove con la doppietta di Mahrez e un gol di Okazaki abbiamo sconfitto l’Everton.

Siamo primi in classifica e con 5 punti di vantaggio sulla squadra al secondo posto, l’Arsenal.

Dal sito della BBC.

“Mentre continuiamo a chiederci quando “scoppierà la bolla di sapone Leicester” di sicuro la domanda è ancora rinviata dopo l’ennesima grande prestazione di questo team che sta continuando a stupire. Per l’ennesima volta le Foxes hanno disputato una partita energica e al tempo stesso ordinata e in perfetto controllo.”

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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