Il ritorno di Arrigo Sacchi

Vent’anni fa come oggi sedette per l’ultima volta in panchina l’uomo che da allenatore più di ogni altro ha contribuito a modernizzare il calcio degli ultimi 40 anni: Arrigo Sacchi.

Il 28 gennaio del 2001 si giocava Verona-Parma che finì 2-0 per il suo Parma. Ma che cosa ci faceva lì l’uomo che aveva reso invincibile o quasi il Milan di Berlusconi negli anni ’80 e sfiorato il Mondiale ’94 con l’Italia?

Tre settimane prima aveva accettato la pressante e dorata richiesta di Calisto Tanzi dopo che il patron della Parmalat aveva fatto fuori Alberto Malesani. Il Parma infatti aveva perso 2-0 in casa contro la Reggina il 7 gennaio e Tanzi aveva preteso la testa di un tecnico che, pur avendo vinto tre Coppe nel ’99 con i gialloblù, al patron non era mai stato simpatico perché ‘’privo di stile’’.

Arrigo accetta l’offerta di rimettersi in gioco dopo le cocenti delusioni del ritorno al Milan nel ’96-’97 (undicesimo posto finale) e i soli sette mesi  alla guida dell’Atletico Madrid nel 98’-’99. In realtà a caldo dopo l’addio ai ‘’colchoneros’’ aveva annunciato il ritiro dall’attività, ma accarezza l’idea di chiudere il cerchio e tornare nella piazza di provincia in cui si era fatto conoscere nel calcio che conta. Era stato infatti battendo due volte il Milan in Coppa Italia con il suo Parma, appena portato dalla C in B, che nell’86-87 era entrato nel mirino di Berlusconi.

Il 9 gennaio del 2001, un freddo e nebbioso martedì, Sacchi davanti a una schiera di taccuini e telecamere viene presentato a Collecchio e poi dirige il primo allenamento.  Nello staff ha voluto, oltre al fido Gedeone Carmignani che lo aveva preceduto nel tornare a Parma, anche Enrico Cannata e Gabriele Pin ex crociati che guidavano rispettivamente le formazioni degli Allievi e dei Giovanissimi Nazionali.

A ciascuno dei suoi collaboratori affida un reparto: lui, alla Ferguson, coordina, prescrive e tira le file. Quello è un Parma ancora ricco di grossi nomi: ci sono Buffon e Cannavaro, Thuram e Almeyda, Segio Conceicao, Marcio Amoroso, Lamouchi,  Milosevic, Mboma, Boghossian e parecchi altri big.

Di passaggio in Italia per una comparsata alla Rai gli fa gli auguri un vecchio ‘’nemico’’ come Diego Maradona. 

La prima sfida per Sacchi è a San Siro contro l’Inter di Tardelli. L’ex ct azzecca la prima mossa. Lancia titolare in un 4-3-3 Marco Di Vaio, che fin lì non aveva ancora giocato una partita dall’inizio e che lo ripaga con il gol dell’1-0. Ci pensa però Bobo Vieri, che era stato con Sacchi all’Atletico Madrid,  a siglare l’1-1 finale. Un punto sofferto, specie nel finale, senza che la mano di Sacchi si sia intravista nel gioco dei gialloblù.

La domenica dopo (intanto la vittoria manca da cinque gare) c’è il Lecce al Tardini. Il redivivo Milosevic nella ripresa regala il vantaggio ma al 94’ Buffon si appisola e una maligna parabola di Cristiano Lucarelli lo beffa. Due partite, due pareggi, e mentre il portierone azzurro reclama per sé la responsabilità dell’ultimo, la Gazzetta di Parma già titola che <La scossa di Sacchi per ora non ha funzionato>.

Il mercoledì dopo è in programma la semifinale di andata di Coppa Italia a Udine ma al momento di entrare in campo un nubifragio rende il campo impraticabile e la gara è rinviata di otto giorni. E Arrigo non ci sarà più…

Arriva infatti per lui il terzo appuntamento ed è al Bentegodi contro il Verona di Attilio Perotti, dell’ex bandiera parmigiana Apolloni (che salta la gara per un acciacco) e del futuro bomber gialloblù Mutu, oltre che di Oddo, Camoranesi e un giovanissimo Gilardino. In formazione c’è Torrisi come inedito terzino sinistro mentre il play è Boghossian al posto dell’infortunato Almeyda.

Dopo due gare con il 4-3-3 Sacchi torna all’antico 4-4-2 con Fuser e Conceicao esterni e Milosevic prima punta. Di Vaio segna un gol per tempo e a 10’ dalla fine Mutu calcia alto un rigore. <E’ stata una vittoria conquistata con umiltà> commenta Sacchi alla fine.

E infatti Bonazzoli, anche lui al Parma l’anno dopo, ha fatto vedere i sorci verdi a Cannavaro e Thuram. A chi sottolinea con piacere che la squadra si sta riavvicinando alla zona Champions Arrigo risponde di essere <concentrato sulla semifinale di Coppa Italia a Udine>.

Martedì alla ripresa degli allenamenti però Sacchi non c’è. La società fa sapere che è a casa con l’influenza. E non c’è neppure il giovedì quando la squadra scende in campo, e perde 1-0, a Udine in Coppa, dove lo sostituisce Carmignani.  Ci si immagina  Sacchi a letto sotto le coperte con termometro e latte caldo e invece dopo la partita la società comunica in sala stampa che il suo allenatore si è dimesso. 

Venerdì 2 febbraio altra affollata conferenza stampa: Sacchi legge un foglietto di appunti: <Chiedo scusa ma non ce la faccio. Dopo la partita di Verona mi sono sentito male e per me è stato un brutto campanello di allarme perché mi era già successo anche a Madrid. Troppo stress e tensioni. Speravo di essermi ricaricato in due anni da disoccupato e invece non è così. D’ora in avanti se rimarrò nel calcio avrò altri ruoli>.

Proprio nel Parma infatti tornerà una anno dopo come direttore tecnico per passare invece a dicembre 2003, poco prima del crac Parmalat,  al Real Madrid con le stesse mansioni.

Curiosa la testimonianza dell’allora diesse del Parma Fabrizio Larini, l’uomo che gli stava di fianco in panchina e che anni dopo ricorderà: <La sera della partita di Verona, sul tardi, Arrigo mi chiamò al telefono. Il giorno dopo infatti era l’ultimo del calciomercato di riparazione e io avevo in programma un incontro con l’Inter a cui, su richiesta dello stesso Arrigo, dovevamo cedere Almeyda e Mboma in cambio di Farinos.

E in questo senso Sacchi mi spronò a concludere l’affare. La mattina dopo invece mentre andavo a Milano dalla sede mi avvisarono che si era dimesso e che quindi non era più necessario  completare l’operazione. E il martedì, quando lo vidi a Collecchio, sembrava proprio sgonfio, come un pugile suonato>.  Al suo posto arriverà Renzo Ulivieri che gestirà alla grande una situazione intricata portando la squadra al quarto posto finale e dunque in Champions.

Tradito dalla intensità delle emozioni  in panchina il profeta del calcio ‘’intenso’’ non vi si siederà mai più.

Il Parma lo ha lanciato e il Parma quindici anni dopo lo ha accompagnato dietro la scrivania, mettendo la parola fine alla carriera di uno degli allenatori più rivoluzionari che il calcio abbia mai avuto.

Che dopo la Primavera della Fiorentina e il Rimini ha avuto Parma, i campi Stuard e il Tardini, come laboratorio per il suo calcio nuovo mondialmente consacrato al Milan. Come quella della grande Olanda, anche la sua onda di gloria è durata meno di quel che poteva, ma la sua eco risuonerà ancora a lungo.

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Ormai prossimo ai sessant'anni, Paolo Grossi da trentacinque segue da vicino le vicende del Parma. Da Sacchi a D'Aversa, da Signorini a Gervinho, ha seguito passo passo tecnici e giocatori protagonisti nel Ducato. Una laurea in lingue; è allenatore di calcio Uefa B e finché il lavoro gliel'ha consentito ha guidato formazioni giovanili. Ama la sua bici da corsa, il trekking, la letteratura e, da buon parmigiano i piaceri della tavola

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