IL NONNO RACCONTA: “Il mio Bayern Monaco”

Gunther ha undici anni. Sta camminando insieme al nonno materno Wilhelm.

Ha un sorriso che va da un orecchio all’altro.

Per due motivi, strettamente collegati tra di loro.

Insieme si stanno recando alla Gelateria Garda, la preferita di Gunther.

Succede ogni volta che il Bayern di Monaco vince.

E’ ormai un rito e sarà così anche oggi.

Sono da poco usciti dall’Allianz Arena dove il Bayern ha seppellito di gol il malcapitato Mainz 05.

Un sei a uno senza appello.

Su chi sia l’idolo del piccolo Gunther ci sono pochi dubbi.

Lo dice chiaramente la sua maglia rossa che porta con orgoglio.

Dietro c’è il numero 9 e sopra il nome di Lewandowski.

Gunther di queste maglie ne ha tre. Tutte rigorosamente ufficiali.

Una per lo stadio, una per andare a scuola e una per le partitelle con gli amici.

Stanno ancora parlando della partita appena conclusa mentre prendono posto al “Garda”.

Gunther è ovviamente contentissimo di quanto ha appena visto ma confessa al nonno che si aspettava qualcosa di più dal suo idolo.

“Un solo gol in una vittoria per sei a uno non è quello che ci si aspetta dal centravanti più forte del mondo !” questo è il pensiero di Gunther e con ogni probabilità condiviso da dalla stragrande maggioranza dei 75 mila che riempiono regolarmente gli spalti dell’Allianz.

Il nonno spiega allora al giovane nipote che “Lewa” non è solo lì per fare gol. Lui aiuta la squadra, fa salire i la squadra difendendo la palla e fa da sponda per gli inserimenti dei compagni.

“Insomma, non è come quel Muller che amavi tu alla mia età” gli fa eco Gunther.

Il nonno, a sentire nominare quel nome, si illumina.

Non solo per quello che Gerd Muller ha rappresentato per lui e la sua generazione … ma perché è evidente che i suoi racconti non sono fiato sprecato ma sono bene impressi nella memoria del nipote.

“Esatto figliolo ! Lui viveva per il gol, gli interessava solo quello. Allenatori e compagni non gli chiedevano altro. Ma a fare gol, credimi, non ci sarà mai più nessuno bravo come lui” sentenzia il nonno.

C’è un attimo di silenzio. E’ evidente che Gunther sta pensando di replicare alla “definitiva” affermazione del nonno.

Più bravo del suo “Lewa ?” Ma andiamo ! Impossibile.

Poi desiste, rituffandosi nella sua coppa di stracciatella e chantilly.

Però c’è un’altra domanda che fa capolino nella testa di Gunther.

Una di quelle che piacciono tanto al nonno, quelle dove Wilhelm può tornare indietro nel tempo e raccontare del “suo” Bayern.

“Nonno, ma noi siamo sempre stati così forti ?”

Nonno Wilhelm sgrana gli occhi.

Poi sorride. Lo stesso sorriso di Gunther all’uscita dello stadio.

“Figliolo, ordina pure un altro gelato … sarà una storia lunga …”

«Quando iniziai a seguire il calcio il Bayern Monaco non eravamo neppure in Prima Divisione.

La Bundesliga come è strutturata oggi nacque nel 1963 e noi del Bayern non ne facevamo parte.

Giocavamo nella Lega Regionale e a Monaco la squadra più importante e quella che quasi tutti seguivano era il Monaco 1860.

Nella mia classe non c’era nessuno che tifasse Bayern.

Io, anche se allora non lo sapevo, avevo avuto una grande fortuna.

A parte che in casa non c’erano tanti soldi e mio padre doveva sfamare con il suo salario di ferroviere cinque figli, per un bambino già “malato di calcio” come il sottoscritto l’unica soluzione possibile era il “Gruenwald”, lo stadio dove giocava il Bayern allora che era a meno di 500 metri da dove abitavo allora.

Il tuo bisnonno non era un grande appassionato di calcio.

Lui amava i motori.

Ma devo avergli rotto talmente le scatole che un giorni di aprile del 1964 mi portò finalmente allo stadio.

Non avevo ancora compiuto nove anni.

Giocammo contro il Friburgo e dentro lo stadio non c’erano più di cinquemila persone.

Vincemmo quattro a zero e io quel giorno mi innamorai.

Follemente e per sempre.

Ma eravamo nel campionato regionale e a nessuno a scuola o tra i miei amici interessavano le imprese di una squadra di centro classifica della serie cadetta tedesca.

Tanto più che poche settimane dopo il Monaco 1860 vinse la Coppa di Germania e io mi trovavo completamente senza argomenti per poter replicare.

Le cose però stavano per cambiare.

Per sempre.

L’anno successivo conquistammo la promozione in Bundesliga.

Fu una stagione fantastica.

Vidi quasi tutte le partite che giocammo in casa.

Allora la star era l’attaccante Rainer Ohlhauser che segnò ben 42 reti in quella stagione.

Ma erano tre giovanotti arrivati da poco in prima squadra che facevano sognare il sempre più numeroso pubblico che si recava al Gruenwald.

Si chiamavano Sepp Maier che giocava in porta e sembrava un gatto tanto era agile, Franz Beckenbauer che allora giocava a centrocampo ma che a vent’anni giocava già come uno di dieci anni più grande tanta era la sua sicurezza e il suo carisma. E poi c’era lui. Gerd Muller. Me ne innamorai subito.

E sai perché ? Perché all’inizio c’erano tanti sulle tribune che storcevano il naso guardandolo in azione. Quelle gambe corte e storte, quelle cosce e quel sedere voluminoso, le sue spalle strette e spioventi e quello stile che tante volte dava l’idea che non fosse particolarmente interessato a quello che si svolgeva lontano dall’area di rigore avversaria lo facevano guardare con sospetto da molti. Mi trovai in più di un’occasione a doverlo difendere dalle prese in giro dei tifosi del Bayern che sedevano vicino a me sugli spalti del Gruenwald.

Per fortuna gli argomenti non mi mancavano.

Se è vero che Ohlhauser segnò 42 reti in quella stagione il “mio” Gerd arrivò a 39.

Non male per un ragazzo di vent’anni appena arrivato al club.

Un’altra grande fortuna fu quella di avere in panchina un grande allenatore.

Era jugoslavo, si chiamava Zlatko Cajkovski e pochi anni prima aveva vinto il Campionato sulla panchina del Colonia.

Fu lui a creare la squadra, a scoprire e a dare fiducia ai nostri giovani.

Quando uscì il calendario della nuova stagione di Bundesliga della quale facevamo finalmente parte il destino ne combinò una delle sue.

La prima partita sarebbe stata proprio contro i rivali concittadini del Monaco 1860.

Passai l’estate a sognare quel match, a immaginare i nostri seppellire di reti i più quotati rivali … a fantasticare su Gerd Muller protagonista del derby.

Ad immaginare la gioia quando avrei incontrato i miei amici tifosi del Monaco 1860.

Le cose non andarono affatto come nei miei sogni.

Perdemmo per una rete a zero. Fu una brutta partita.

Pareva che l’emozione per quella giornata storica avesse bloccato le gambe e la testa dei nostri giovani campioni.

La delusione però passò assai velocemente.

Infilammo sei vittorie di fila e ci trovammo addirittura in testa alla classifica.

A quattro giornate dal termine del nostro primo campionato in Bundesliga eravamo a lottare per il titolo, spalla a spalla con i cugini del Monaco 1860 e il Borussia Dortmund.

Nelle ultime quattro partite raccogliemmo la miseria di due punti.

Finimmo al terzo posto (che nell’agosto precedente avremmo tutti firmato senza indugio) ma soprattutto eravamo in finale di Coppa di Germania.

L’avevamo vinta nove anni prima, in finale contro il Fortuna Dusseldorf.

L’unico trofeo che avevamo in bacheca.

Era il 4 giugno del 1966.

Non ci fu verso di ottenere il permesso di andare a Francoforte per la finale.

E’ vero, non avevo ancora undici anni, ma l’unico amico che avevo che tifava Bayern sarebbe andato in auto con il padre e lo zio.

C’era un posticino in auto che poteva essere mio.

La guardai in tv e ti garantisco Gunther che tutti i successi che sono arrivati negli anni successivi, compresi i campionati e le Coppe dei Campioni, non mi diedero neppure lontanamente la gioia che provai quel giorno.

Era il primo trofeo che vedevo alzare dai miei idoli.

E in quel momento non puoi sapere quello che succederà in futuro.

Di sicuro sai che finalmente sei arrivato al top e non importa quanto durerà … ma quella emozione sai che te la ricorderai per sempre.

La partita fu spettacolare.

Ci credi Gunther se ti dico che me la ricordo meglio di quella che abbiamo visto poco fa contro il Friburgo ?

Mi ricordo che quando il Duisburg passò in vantaggio con il loro centravanti Mielke (gran girata di sinistro) pensai che sarebbe stata durissima.

Il telecronista non faceva che parlare del gran caldo che c’era quel giorno e di quanta fatica avrebbero fatto i calciatori a tenere dei ritmi alti per tutto il match.

Per fortuna neppure tre minuti dopo Ohlhauser ci riportò in parità.

Su un cross da sinistra si lanciò di testa in tuffo spedendo il pallone all’angolino della porta di Manglitz, il portiere del MSV che fino a quel momento sembrava Yascin, il più grande portiere dell’epoca.

Poi Maier fece un mezzo miracolo su una rovesciata di Mielke e un attimo dopo eravamo noi ad andare in vantaggio, grazie al sinistro di Dieter Brenninger che girò in rete al volo un cross di Gerd Muller.

Quando ormai mancavano venti minuti al termine e iniziavamo già a guardare nervosamente l’orologio commettemmo una grossa ingenuità.

Uno dei loro attaccanti era entrato in area dalla destra ma era ormai arrivato quasi sulla linea di fondo. Al massimo avrebbe potuto fare un cross.

Invece il nostro terzino Hans Rigotti tentò di togliergli il pallone … finendo invece per sgambettarlo.

Calcio di rigore (che per poco Maier non para !) e di nuovo in parità.

Ingenuità restituita con gli interessi cinque minuti dopo.

Beckenbauer stava cercando di entrare in area ma era chiuso dai difensori avversari. Provò allora ad allargarsi verso destra ma con la difesa del Duisburg schierata pareva potesse fare ben poco. Per fortuna un loro difensore decise di interrompere la sua corsa, stendendo il nostro elegante centrocampista un metro dentro l’area di rigore.

Quando con il suo elegante sinistro Brenninger spiazzò Manglitz capimmo che ora ci eravamo davvero vicini.

Neanche cinque minuti dopo e la botta in diagonale proprio di Franz Beckenbauer sancì il nostro trionfo.

Non stavo nella pelle.

Perfino mio padre, che aveva guardato la partita distrattamente fino ai minuti finali, sembrava contento.

Quello fu l’inizio Gunther.

Nella stagione successiva fu tutto più facile.

Quel primo trionfo aveva aumentato l’autostima dei nostri ragazzi a livelli impensabili solo due stagioni prima quando eravamo a sgomitare nel campionato regionale con Darmstadt o Emmendingen. Ora giocavamo in Europa, per la prima volta nella nostra storia.

Fu un trionfo.

Battemmo in finale gli scozzesi del Glasgow Rangers e il nostro gol lo segnò Franz Roth, un mediano tutto muscoli e polmoni che scoprimmo ben presto che segnava solo nelle partite veramente importanti.

Il titolo però continuava ad essere un miraggio.

Anche nella stagione successiva, quella del 1967-1968, non andammo aldilà del quinto posto mentre in Coppa delle Coppe uscimmo per mano degli italiani del Milan.

Era chiaro che mancava ancora qualcosa.

Eravamo belli, giocavamo un calcio offensivo e spettacolare.

Ma alla squadra mancava spesso quell’equilibrio che devi avere se vuoi vincere campionati.

Eravamo perfetti per le coppe, nelle partite “secche” eravamo fortissimi ma in campionato lasciavamo per strada dei punti preziosi contro squadre che non avrebbero dovuto impensierirci.

In quell’estate del 1968 Zlatko Cajkovski se ne andò all’Hannover.

Aveva fatto il suo tempo, portato la squadra al massimo di quello che poteva fare.

Prima di andarsene fu lui a consigliare alla dirigenza un allenatore suo amico, jugoslavo come lui, che aveva trasformato in due stagioni la Dinamo Zagabria da comprimaria del calcio jugoslavo ad una squadra capace di vincere la Coppa delle Fiere (quelle che poi diventò Coppa UEFA) solo l’anno prima.

Si chiamava Branko Zebec e fu semplicemente l’uomo giusto al momento giusto.

Zebec era un allenatore fenomenale Gunther.

Quelli che fino a pochi mesi prima erano i nostri principali difetti ora erano diventate nuove virtù. Tatticamente la squadra venne trasformata.

Non c’era più il “disordine creativo” del suo predecessore. Ma c’era una squadra dove tutti sapevano esattamente cosa fare. Le vittorie per cinque a due o per quattro a tre calarono sensibilmente. Vincevamo per due a zero e portavamo a casa il punticino quando la giornata non era delle migliori. Non stravolse la squadra. I giocatori erano gli stessi. In attacco c’erano sempre Muller, Brenninger e Ohlhauser ma Schwarzenbech diventò da terzino sinistro a stopper e Frank Beckenbauer iniziò a giocare stabilmente alle sue spalle.

Era il nostro ultimo baluardo e il primo a far ripartire l’azione.

Branko era un uomo speciale.

Studiava fisica e chimica e biomeccanica ed era un sublime giocatore di scacchi.

Diventammo la squadra più resistente e forte di tutto il campionato.

I suoi allenamenti erano durissimi.

Franz Beckenbauer un giorno disse che quando arrivò Zebec al Bayern finì la sua gioventù !

Ma i fatti gli davano clamorosamente ragione. Vincemmo il campionato. Il nostro primo titolo.

Utilizzò tredici calciatori nelle trentaquattro partite di campionato.

Non credo sia mai accaduto né prima né dopo … e non parlo solo della Germania.

Il mio “Gerd” con lui diventò quello che poi abbiamo conosciuto tutti.

Niente rientri a centrocampo, niente “tagli” sulle fasce a creare spazi e niente pressing.

A questo dovevano pensare gli altri.

Lui doveva rimanere in agguato nei pressi dell’area, conservare la lucidità e fare quello che sapeva già fare meglio di chiunque altro: gol.

Ne fece trenta, in trenta partite.

Branko però aveva un problema.

Che allora pareva poco più di un piccolo vizio, come hanno quasi tutti gli esseri umani.

Invece era qualcosa di più.

A Zebec piaceva bere.

E spesso lo faceva in maniera smoderata.

Mise in imbarazzo più volte la società nelle conferenze stampa o nelle occasioni pubbliche.

Nella stagione successiva Zebec non arriverà a fine campionato.

Il 14 marzo del 1970 verrà licenziato, con la squadra al terzo posto in classifica.

Quello che accadde negli anni successivi lo sai.

Ma a quell’uomo, che in tanti prendevano in giro per il suo vizio chiamandolo “Fernet Branko” storpiando il suo nome da un famoso liquore italiano, dobbiamo tanto.

A lui e a Cajkovski.

Se ne sono dimenticati quasi tutti e fra qualche anno non ci sarà più nessuno a ricordarsi i loro nomi.

Ma se siamo quello che siamo oggi lo dobbiamo a questi due signori venuti da un’altra nazione.

Almeno tu, Gunther, non dimenticarlo.

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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