Avrebbe voluto essere il nuovo Zaccarelli, quel ragazzo di tredici anni di Ancona, cresciuto nel mito del suo concittadino sbarcato quindicenne nella città della Mole per indossare, come lui, quattordici anni prima di lui, la maglia granata delle giovanili del Torino.  

Con il numero 10 del Toro campione, il giovane Marco Osio ha in comune, una volta cresciuto, il fisico (1,80 per 71 kg), l’eleganza del tocco e la facilità di corsa da un capo all’altro del rettangolo di gioco. Sono entrambi nati sotto il segno del Capricorno: il 13 gennaio Marco, il 18 l’altro, che di nome fa Renato. 

Li divide l’abito, quello che a volte fa il monaco, il look, come si dice da quarant’anni a questa parte. Impeccabile e inappuntabile Renato, col capello corto e i baffi alla David Niven, un baronetto inglese che si diletta di dare quattro calci ad un pallone.

Arruffato e scarmigliato Marco, con i capelli lunghi e la barba incolta, una riedizione di Ezio Vendrame e Mario Kempes o, meglio, per restare in Emilia, Giorgio Braglia, paracadutata nel calcio italiano di fine anni Ottanta. Ma il destino, aiutato dai dirigenti del Toro, dispone diversamente. Quel ragazzo promette bene, ma non si decide a sbocciare: solo 6 presenze in prima squadra in tre stagioni, fra i diciassette e i vent’anni. Giocoforza provarlo altrove. In provincia, nella toscana Empoli, rocambolescamente approdata in Serie A per la prima volta in sessant’anni di storia, grazie alla squalifica di chi l’aveva preceduta in classifica.

Alla prima di campionato, il 14 settembre 1986, al Franchi di Firenze, per l’inagibilità del Castellani, il ventenne Osio è in campo, con la maglia numero 7. Avversario l’Inter del Trap: Zenga, Bergomi, Passarella, Tardelli, Altobelli, Rummenigge, Fanna, Matteoli… Davide contro Golia. E infatti la spunta Davide: 1-0, e a segnare il punto è proprio lui, di testa, su cross dalla sinistra di tale Zennaro, lanciato dal 10 della casa, Valter Casaroli, una promessa poco mantenuta della Roma di dieci anni prima.

È il primo gol dell’Empoli nella massima serie. Un gol storico.

Di gol “storici” Marco Osio ne segnerà almeno altri tre, che lo consegneranno alla storia e all’affetto dei tifosi del Parma, la squadra che lo ha visto per sei anni protagonista. Nella città ducale il capellone marchigiano arriva nell’estate dell’87.

Nonostante sia uno dei principali centri della via Emilia, Parma non ha mai avuto il piacere di vedere un proprio club disputare un campionato di Serie A. Alla domenica, il nome Parma risuona nelle radioline dei calciofili per l’arbitro Michelotti che è appunto di Parma. Ma la società ha uno sponsor ambizioso, la Parmalat di Calisto Tanzi; dopo aver “ceduto” l’allenatore Sacchi al Milan di Berlusconi, si è affidata a un altro guru della panchina: Zdenek Zeman.

Il boemo regge pochi mesi, ma i suoi metodi di allenamento, basati sulle “ripetute” sui 1.000 metri e balzi sui gradoni, segnano il futuro “sindaco”, forgiandone un temperamento combattivo che lo contraddistinguerà negli anni migliori. A Zeman succede Giampiero Vitali, il Parma resta in B, ma vengono gettati i semi per il grande salto. Che, puntuale, arriva al terzo anno, quando si è formato un quartetto di “moschettieri” che fino al 1993 guideranno in campo i primi successi di un club mai così vincente in passato: i difensori Apolloni e Minotti, l’attaccante Melli e, lui, Osio, numero 9 di maglia, “falso nueve” di fatto, troppo centrocampista per essere attaccante e troppo attaccante per stare a centrocampo.

Quattro ragazzi nati fra il 1966 e il 1969, quattro ragazzi che, allora, hanno tutta la vita davanti. Sulla panchina della promozione in A siede Nevio Scala, un quarantaduenne padovano che, dopo aver girato per tre lustri l’Italia da Milano a Foggia da calciatore, si è fatto notare portando la Reggina in B e perdendo ai rigori il passaggio in A l’anno successivo. Non perde, invece, il 27 maggio del 1990, quando il Parma, battendo per 2-0 i “cugini” della Reggiana, si assicura la matematica certezza dell’esordio in Serie A.

Il gol che apre le marcature è di Marco Osio, che anticipa d’esterno il portiere Facciolo e l’ex milanista De Vecchi. È il primo dei suoi gol storici. 

Il secondo arriva qualche mese dopo, alla terza di campionato. Si gioca Parma-Napoli, la matricola contro i campioni d’Italia, Careca e Maradona da una parte, Melli e Osio dall’altra. Anche stavolta, come quattro anni prima, vincono i giovani sconosciuti e affamati contro i fuoriclasse appagati. E anche stavolta segna lui, Marco Osio, ancora di testa. È di questo periodo il soprannome di “sindaco”, affibbiato al barbuto giocatore dai tifosi parmensi, stanchi dei tira e molla del vero sindaco di Parma, la socialista Mara Colla, che non si decide a far ampliare lo stadio Tardini.

Il primo anno in A i ducali lo chiudono al sesto posto, un piazzamento che vale la partecipazione alla Coppa Uefa, niente male per una debuttante assoluta. Gli anni successivi sono quelli del consolidamento di una realtà sportiva che, negli anni Novanta, si dimostrerà tra le più importanti del calcio italiano ed europeo.

Arrivano gli stranieri: il portiere brasiliano Taffarel, futuro campione del mondo, lo svedese Brolin, il belga Grün, il colombiano Asprilla. A questa festa Osio non partecipa fino in fondo, si ferma all’apericena. C’è tempo per lasciare un terzo segno nella storia dei gialloblu: vanno a rete lui e Melli nella finale di ritorno della Coppa Italia contro la Juventus di Robi Baggio.

La partita finisce 2-0, ribaltato lo 0-1 dell’andata, il Parma vince il suo primo titolo di rilievo, biglietto d’ingresso alla successiva edizione della Coppa delle Coppe. Che i ragazzi di Scala vinceranno, superando 3-1 i belgi dell’Anversa in finale.

Osio non è fra i marcatori, ma il suo apporto si è fatto sentire ugualmente lungo tutta la stagione. La vittoria europea è il punto più alto della sua militanza parmense. Ed è anche l’ultimo. Il club ha mire ambiziose, sta per acquistare Gianfranco Zola, il tamburino sardo che Maradona nominò suo erede al Napoli prima di andarsene, arriveranno Nestor Sensini e Fabio Cannavaro a rinforzare la difesa, il nazionale Dino Baggio… E poi, il Pallone d’oro Stoichkov (sia pur deludente). 

Con questi programmi, non c’è posto per un ventisettenne tatticamente indisciplinato, dai capelli lunghi e con i calzettoni abbassati. In estate il “sindaco” cambia municipio e torna a Torino. Ma non è il Torino di Zaccarelli che lottava per lo scudetto. Nell’estate del 1993 il club che fu di Orfeo Pianelli è una società che deve badare innanzitutto a ridurre i costi e le spese.

Dopo due anni tra infortuni e incomprensioni, a soli 29 anni la parabola calcistica di Marco Osio volge al tramonto: troppo costoso per il Toro, non abbastanza competitivo per il Parma, che lo accoglie in ritiro a Collecchio, nella sua squadra B, solo per spedirlo in Brasile, al Palmeiras, l’antica Palestra Italia di Altafini, ora sponsorizzato da Parmalat.

Un mesto trasferimento per Osio che, appena arrivato, scopre che il suo nuovo allenatore si aspettava di vedere Dino Baggio e non lui. Gli resterà il primato di essere il primo calciatore professionista italiano emigrato in Brasile. Primo ed unico: SuperMario Balotelli non se l’è sentita l’anno scorso di accettare l’offerta del Flamengo.

Smessi gli scarpini l’ex ragazzo che voleva essere Zaccarelli è andato ad abitare a Parma, vicino allo stadio Tardini. Il “sindaco” è tornato a casa. 

Piero Faltoni
Piero Faltoni

Eterno studente "perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché convinto di non sapere niente" ((c)Guccini), da circa trent’anni sta cercando di capire che cosa vuole fare da grande. Crede nell'esistenza di Dio, nell'amore eterno e nelle passioni effimere, nell'amicizia disinteressata e nel calcolo egoistico, nelle parate di Gigi Buffon e nei lanci smarcanti di Andrea Pirlo. Apprezza la dolcezza di Gaetano Scirea e la cattiveria di Omar Sivori. Tra il genio di Rivera e lo scatto di Mazzola ha sempre scelto l'irregolarità di Roberto Vieri. Quarant'anni fa seguiva le partite della Pistoiese per veder giocare Frustalupi. È convinto che non arriverà mai il giorno in cui, quando si parla di Cruijff, la gente non sa di cosa si stia parlando. Nella sua squadra ideale il numero 9 va a Roberto Boninsegna, degli altri se ne può parlare.

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