Carlos Bilardo è stato uno dei grandi del calcio argentino. Giocatore fondamentale nell’Estudiantes di Zubeldia degli anni ’60 e in seguito il secondo (e al momento ultimo) allenatore in grado di portare l’Argentina sul tetto del mondo calcistico.

Non è però sempre stato un esempio di correttezza e di etica sportiva.

L’Estudiantes in cui militava negli anni ’60, pur essendo un eccellente squadra, ricorreva senza mezze misure a sistemi brutali e spesso oltre il limite del regolamento per arrivare al risultato.

Sono in molti a ricordare di cosa furono capaci gli argentini nella partita di ritorno alla Bombonera della finale di Coppa Intercontinentale contro il Milan.

Combin e Prati furono letteralmente massacrati dal gioco violento e intimidatorio di Bilardo, della “Brujia Veron” (padre di Sebastian) e compagni.

Al termine di quell’incontro tre di loro furono addirittura incarcerati per un mese e fu proprio Bilardo il primo a recarsi nelle carceri di Bariloche per mostrare solidarietà ai compagni Manera, Poletti e Aguirre Suarez.

Nel suo passato c’è però qualcosa di ancora più torbido anche se mai completamente chiarito.

Durante l’incontro con il Brasile ai Mondiali di Italia  ’90 con in palio un posto nella semifinale con gli azzurri, il terzino brasiliano Branco accusò gli argentini di avergli passato una bottiglia d’acqua piena di tranquillanti durante una pausa del gioco.

Effettivamente dopo quella bevuta Branco vagò per il campo come “un’anima errante” (come scrisse un quotidiano dell’epoca) e il sospetto che non si fosse inventato tutto venne a molti, considerando anche il passato dello stesso Bilardo.

Pare che persino Maradona abbia ammesso che sulla panchina degli argentini c’erano bottiglie d’acqua di diverso colore … con la precisa istruzione ai giocatori della nazionale albiceleste di bere solo da un tipo di bottiglie.

Ovviamente Bilardo rifiutò sdegnosamente questa accusa … ma perfino in Argentina sono in tanti quelli convinti che ci sia la sua “mano” dietro questa poco etica azione.

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Remo Gandolfi

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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