Ricordo che il 4 novembre era ancora festa nazionale, ricordo la 127 beige di mio nonno targata R, ricordo che facevo la prima elementare e che il campionato era iniziato soltanto in ottobre.

La mia Rometta era quella del primo Nils Liedholm e dell’ultimo Pierino Prati: poca cosa rispetto al Toro campione in carica e ai soliti cugini bianconeri, due squadre capaci di guidare insieme la classifica a punteggio pieno e di fare il vuoto alle loro spalle dopo appena cinque giornate.

Mi ricordo che c’era un gran parlare intorno a due personaggi: uno era Jean Gabin, per la cui scomparsa -in Francia- era stato proclamato addirittura il luttonazionale. L’altro si chiamava Herbert Kappler.

Ma chi era Herbert Kappler?

Mia madre diceva: un ufficiale tedesco, forse perché -nel ’76- tedesco e nazista erano ancora sinonimi.

Presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, al suo terzo incarico, il primo governo -dopo trent’anni di vita della Repubblica- ad annoverare finalmente una donna: Tina Anselmi al Lavoro e alla Previdenza Sociale. Il Ministro della Difesa non era più Arnaldo Forlani, ormai passato agli Affari Esteri, tanto bravo ad annullare la parata militare del 2 giugno per rispetto al popolo friulano colpito dal terremoto, quanto ingenuo nel consentire il trasferimento per motivi di salute del suddetto criminale di guerra dal carcere di Gaeta all’Ospedale militare del Celio.

Il tumore al colon lo aveva fatto dimagrire fino ai cinquanta chili: decisamente ancora troppi. Concedergli la libertà vigilata era stata una mossa davvero inopportuna, soprattutto perché a dirigere l’imminente incontro della Nazionale, sicuramente il più delicato dell’intera stagione, l’Uefa aveva designato l’arbitro israeliano Abraham Klein.

Guidati da Fulvio Bernardini, gli azzurri dai piedi buoni, si apprestavano infatti ad affrontare in un match spartiacque per le qualificazioni ai mondiali del ‘78 nientemeno che l’Inghilterra, ritornata ormai sotto la guida dei Laburisti.

A riportare al numero 10 di Downing street prima Howard Wilson e poi James Callaghan non era stata certo l’eliminazione subita per mano della Polonia dall’edizione tedesca del ’74, tuttavia i sudditi di Sua Maestà, chiamati nel’75 al Referendum per decidere se rimanere o meno nel Mercato Comune Europeo, non sembravano affatto disposti a saltare anche l’appuntamento in Argentina e, così, dopo i quattro punti conquistati contro la Finlandia (4-1 a Helsinki e 2-1 a Wembley) erano decisamente ottimisti.

Gli azzurri invece avevano vinto la gara d’esordio per 4-1 in casa del Lussemburgo. Il girone a quattro era in pratica una sfida a due tra Italia e Inghilterra con Finlandia e Lussemburgo destinati a fare la differenza: la differenza reti. Gli spalti marmorei dell’Olimpico, ricolmi di tricolori sventolanti, fanno da cornice alla gara.

Il rosa antico della pista di atletica leggera separa le tribune dal verde militare del prato. Il cielo velato di Roma nasconde un sole pallido e timidissimo.

È mercoledì 17 novembre 1976. Nonostante il giorno feriale lo stadio è strapieno. Il cassiere può contare oltre settantamila biglietti staccati. La decisione del Governo Andreotti, tuttavia, è già stata presa in modo irrevocabile insieme alla stessa Commissione di vigilanza sulla Rai: niente diretta tv. la partita verrà trasmessa esclusivamente in registrata alle 18.15.

È l’unico modo per evitare -fin dal primo pomeriggio- la paralisi degli uffici pubblici: il luogo più comune quando si parla di assenteismo, una vera e propria piaga sociale cui fa da contraltare nelle poltrone della tribuna autorità -il rettangolo migliore della Monte Mario-l’esemplare nutrita schiera di ministri e sottosegretari. Ad essi si aggiungano quasi trecento tra deputati e senatori presenti. Il fischio d’inizio è infatti previsto per le 13.30 ora di Greenwich, le 14.30 italiane.

Per seguire l’incontro in tempo reale l’unica soluzione è quindi la radiocronaca. I vertici di viale Mazzini sono inoltre riusciti ad impedire, proprio all’ultimo, che l’incontro venisse trasmesso in diretta su quella parte del territorio nazionale raggiunto abitualmente anche dai ripetitori della televisione Svizzera la quale, al pari della meno minacciosa Capodistria, dovrà accontentarsi della semplice differita in seconda serata.

Gli inglesi indossano la maglia bianca con i tre leoni sul cuore e lo stemma dell’Admiral a destra.

Pantaloncini blu e calzettoni bianchi. Il mister, Don Revie, ha dichiarato che per i suoi ragazzi la sfida ha lo stesso valore di qualsiasi altra partita e in schiera in porta Ray Clemence. I terzini sono Dave Clement (per la gioia di Nando Martellini) e Mick Mills. Brian Greenhoff è il mediano, Roy Mc Farland lo stopper, Emlyn Hughes il libero. Dal 7 all’11 la filastrocca recita: Kevin Keegan, Mick Channon, Stan Bowles, Trevor Brooking e Trevor Cherry che in realtà è un difensore.

Fulvio Bernardini, il professore alle ultime lezioni prima di lasciare da solo Enzo Bearzot, ha scelto il blocco della Juventus che ha appena fatto fuori il Manchester United nei sedicesimi di coppa Uefa dopo aver eliminato al primo turno i cugini del City. Zoff in porta, Cuccureddu terzino destro, Tardelli terzino sinistro, Gentile stopper e Facchetti libero. Benetti con il numero 4 gioca davanti alla difesa, Causio all’ala destra, Capello e Antognoni le mezzali, Graziani e Bettega le punte.

Mio nonno, pensionato della Croce Rossa, era venuto a prendermi a scuola con la faccia rassegnata, sebbene avesse sperato fino all’ultimo nella diretta tv. Nonna aveva preparato il pranzo anche per me e per mio fratello e già pensava al modo per rigovernare senza disturbare troppo il marito costretto a sentire la partita alla radio della cucina piuttosto che godersela in poltrona.

E io mi divertivo a vederlo imprecare mentre armeggiava con la manopola della frequenza per cercare la sintonia esatta e poi con la rotella del volume per far venire a galla la voce di Enrico Ameri sovrastata dal sottofondo del pubblico entusiasta.

Oltre alle immagini, rigorosamente in bianco e nero, mi mancava soprattutto la musica trionfale dell’Eurovisione che, ancor prima degli stessi inni nazionali, con Facchetti e Keegan pronti a stringersi la mano e scambiarsi i gagliardetti, rappresentava sempre una carica a parte. Non si capiva niente. I nomi dei giocatori inglesi suonavano come personaggi di un romanzo vittoriano, quelli degli eroi in maglia azzurra erano invece più familiari e li immaginavo combattere in chissà quale universo lontano pur sapendo benissimo che si trovavano in realtà a soli tre chilometri in linea d’aria.

Gli azzurri fanno la partita. Gli inglesi attendono in trincea. Una sponda di Bettega per Graziani viene arginata dal portiere del Liverpool vestito giallo e nero. Capello ispira Causio che ha presto cambiato fronte per confondere gli avversari e attacca ora sulla sinistra. Piroetta, finta su Clement e cross al centro per Bettega che gira di testa sopra la traversa. Ogni tanto Brooking prova a partire in contropiede, ma Benetti non gli lascia un metro d’aria. Intanto si definiscono le marcature: Gentile rincorre Bowles; Cuccureddu aspetta il temutissimo Keegan.

Dall’altra parte le punte azzurre sono strette nella morsa di Hughes e di McFarland. Tardelli scende per vie centrali inseguito come un’ombra da Cherry, triangola con Graziani e tira improvvisamente di destro da venticinque metri: le mani di Clemence si chiudono in due tempi, senza guanti.

Il rinvio col mancino è lunghissimo. Poco dopo la mezz’ora, Causio raccoglie una palla respinta da un terzino, la ferma col petto, la nasconde al primo difensore, la fa passare sopra la testa del secondo che lo colpisce alla sagoma, prima che il terzo possa allontanare. L’arbitro ha già fischiato: punizione per noi dal limite dell’area. Sulla palla si porta lo stesso Causio, poi si avvicinano il sornione Capello, al centro delle critiche dei soliti perfezionisti, e lo stoccatore Antognoni. Benetti si sgancia oltre le linee nemiche per riportare indietro i furbi della barriera inglese e farvi breccia. Keegan prova a contrastarlo con la spalla, poi col gomito, ma perde su entrambi i fronti e non si accorge di essere ormai staccato dalla linea dei compagni.

Capello finta il tiro e passa sopra al pallone, Causio appoggia piano per Antognoni che accende la miccia. La bomba incoccia proprio sulle gambe di Keegan e si infila rasoterra imprendibile per Clemence sdraiato a terra faccia alla rete bianca che si sgonfia subito: Italia 1, Inghilterra 0. La reazione degli ospiti è confusa, la gara si innervosisce e le squadre vanno al riposo con gli azzurri in vantaggio.

Nonno era teso. Con la sigaretta tra le dita mi spiegava che c’era ancora tutto il secondo tempo e che l’anno prossimo comunque avremmo dovuto giocare il ritorno in casa loro. A me, capirai, un anno sembrava un’eternità e la seconda elementare sembrava tanto lontana quanto la stessa Argentina: i miei primi mondiali dall’altra parte del mondo. Il secondo tempo inizia con gli inglesi più determinati e con gli azzurri pronti a sabotare la manovra britannica per ripartire in contropiede. Com’era prevedibile, la partita si incattivisce. Bettega rimedia una testata da Clement, poi Capello sdraia Channon che non gli stringe la mano per accettare le scuse. Mc Farland entra a piedi dritti su Graziani, ma l’arbitro sembra aver dimenticato i cartellini.

Le rimostranze di capitan Facchetti sono un esempio di rara eleganza. Nella mischia che segue in area, Graziani prova a rifarsi sulle gambe del biondo Greenhoff che accusa il colpo, ma non si lamenta. Klein fischia il fallo agli inglesi ed evita ulteriori strascichi.

Intanto un dialogo tra Brooking e Channon libera proprio Greenhoff che spara altissimo da fuori area. Al quarto d’ora, Mc Farland sceglie la vittima sbagliata: entra duro da dietro su Benetti e rimedia un destro sui denti. Gli servono due minuti a terra e le cure del massaggiatore per ritornare tra i vivi. La radio descrive una gara fallosa, si gioca poco e le occasioni latitano. Le squadre sono sfilacciate e il pubblico non risparmia ululati e fischi ai maestri del calcio colpevoli di voler indirizzare il match sul piano fisico.

Al minuto 77, Facchetti si affaccia a testa alta sulla nostra trequarti, recupera una palla vacante e mette in moto Benetti. Il mediano varca la metà campo e serve Causio spalle alla fanteria di Sua Maestà. Il colpo di tacco del Barone libera ancora Benetti, inesauribile, da solo verso l’area avversaria in diagonale. Enrico Ameri alla radio la racconta così: “Bellissimo il passaggio ancora a Benetti che irrompe in area, sulla sinistra, verso il fondo, cross, Bettega, testa, rete! Bettega di testa ha raddoppiato!!”.

Bettega raccoglie il traversone a mezza altezza e si avvita a un passo dall’area piccola, Mc Farland rimane in piedi a guardare, così come Mick Mills toppo lontano. Clemence, spiazzato dalla torsione del bianconero, è caduto di schiena all’indietro: 2-0. Nonno balza sulla sedia, sfila l’ennesima Muratti liberatoria dal pacchetto e nonna corre ad aprire la finestra, implorando perché si possa almeno abbassare un po’ il volume.

La nostra difesa è ben registrata, Facchetti dirige l’orchestra e quando un rimpallo consente ancora a Greenhoff di sparare in diagonale, ci pensa super Dino a mettere i pugni (lui sì con i guanti) e ad alzare in corner. Il terzino Clement non ce la fa, Revie lo sostituisce con un altro difensore. Enrico Ameri non se n’è ancora accorto, Nando Martellini invece -nella stessa tribuna stampa- fa confusione tra gli appunti e annuncia l’ingresso di un tale Shilton, che in realtà, è il secondo portiere.

Il calciatore che entra in campo ha infatti il numero 12 e si chiama Kevin Beattie, subito pronto a lanciare sulla sinistra l’altro Kevin: Keegan inseguito da Cuccureddu. Il folletto del Liverpool fa una finta a rientrare, il bianconero lo aggancia e lo abbatte. Klein estrae il primo cartellino giallo della partita. Il risultato non cambia più: finisce 2-0.

In classifica gli azzurri raggiungono gli inglesi a 4 punti ed hanno il vantaggio di una gara in meno e di aver vinto il primo scontro diretto. Il giorno dopo, il Messaggero titola: “Entusiasmo all’Olimpico. Gli azzurri dominano l’Inghilterra” e dedica metà prima pagina all’impresa con una foto degli abbracci e una del volo di Bettega.

Nell’altra metà si legge: “Conclusi i lavori del comitato centrale. I socialisti: no al governo a due con la DC”. Trafiletto in basso: “Sparatoria: agente ucciso a Milano”. Al centro: “Il Sindacato: la scala mobile intoccabile”. Era ormai il 18 novembre del 1976. Giovedì.

Emanuele Santi
Emanuele Santi

Classe ’70, vive e lavora a Roma. Con L’Asino D’Oro ha pubblicato “Il portiere e lo straniero”, viaggio nell'adolescenza di Albert Camus tra i pali della squadra universitaria di Algeri e “Campo Marzio” romanzo di formazione. Collabora con Left sulle cui pagine ha curato la rubrica “Calcio Mancino”. È inoltre autore di: “Memorie di un pony express” e “L’Attore”. Ha partecipato alla raccolta “Notti Magiche” con il racconto: “Belfast Child” (che potete leggere nel sito)

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