BORIS PAICHADZE: Il marinaio che diventò un campione

Il giorno tanto atteso è arrivato. Dal porto di Batumi sta per salpare una nave per l’Inghilterra e per il giovane Boris Paichadze è il coronamento di un sogno.

Quello che desiderava da sempre: lavorare su una nave e girare il mondo.

L’Inghilterra poi! Lui che dai marinai inglesi e dalle loro improvvisate partite di football tra un imbarco e l’altro si era innamorato di quella pratica sportiva.

Mancano poche ore al momento in cui la nave salperà e lui lascerà alla spalle la vita di Poti, la famiglia, gli amici della squadra di calcio locale e gli stenti di una vita sulla soglia della miseria.

A Boris viene consegnato un telegramma.

“Tuo padre sta morendo. Torna a casa”.

Boris prende il primo treno e si precipita a Poti, dove vive la sua famiglia.

Arriva che è già passata la mezzanotte e, con sua grande sorpresa ad aprirgli la porta è proprio il padre.

“Come stai papà?” chiede uno stupito Boris al padre Solomon.

“Un po’ assonnato vista l’ora” gli dice scherzando il padre “ma sto bene. Perché me lo chiedi e soprattutto cosa ci fai qui?”.

Boris gli mostra il telegramma.

Il padre e tutti i componenti della famiglia sono completamente all’oscuro.

La sua nave ormai è salpata è a Boris non resta che scoprire chi può avergli fatto uno “scherzo” simile.

Nel frattempo si viene a sapere che Boris è tornato e sono in tanti quelli felici della cosa.

Primi fra tutti i suoi compagni di squadra del Poti ormai rassegnati a perdere il loro calciatore migliore.

Pochi giorni dopo infatti c’è una partita con i grandi rivali del Batumi, la città dalla quale Boris si sarebbe dovuto imbarcare per il Regno Unito.

Inizialmente Boris non intende affatto giocare.

E’ ancora profondamente arrabbiato per quello scherzo di cattivo gusto che gli ha tolto la possibilità di dare una svolta alla sua vita.

In più è ormai diverso tempo che non gioca e per uno forte come lui fare figure meschine non è semplicemente contemplato.

E’ proprio il padre che vedendo il figliolo così arrabbiato e abbattuto lo convince.

“Dai Boris, giocare a calcio ti piace e almeno per un paio d’ore non penserai a questa cosa”.

Boris giocherà quella partita, il Poti sconfiggerà per due reti ad una il Batumi e sarà proprio Boris Paichadze a segnare i due gol per la sua squadra.

Pochi mesi dopo la Dinamo Tbilisi, il più importante club della Georgia si presenta a casa di Boris.

L’allenatore, il franco-ungherese Jules Limbeck, lo ha fatto seguire da tempo e non ha un solo dubbio in proposito: Boris Paichadze diventerà un calciatore della Dinamo ed uno dei più forti calciatori del Paese.

La Georgia ha regalato tantissimi grandi giocatori alla storia del calcio. Davit Q’ipiani è stato probabilmente il più celebrato ma nomi come quelli di Murtaz Khurtsilava, di Vit’ali Daraselia, Ramaz Šengelija, Alexandre Chivadze o più recentemente Giorgi Kinkladze e Shota Arveladze sono conosciuti a gran parte degli appassionati di calcio.

Ma c’è un nome che fuori dai confini della Georgia non ha, per diversi motivi, la fama che invece nel suo Paese tutti gli riconoscono … a tal punto di intitolare a lui lo stadio nazionale!

Il suo nome è Boris Paichadze.

Da Chokhatauri, cittadina dell’interno, la famiglia Paichadze si sposta a Poti, importante centro sul Mar Nero dove il padre trova lavoro come portuale.

E’ qui che nei primi anni ’20 il piccolo Boris, nato nel febbraio del 1915, fa la sua conoscenza del “foot-ball” questo gioco che pare faccia impazzire gli inglesi che in ogni momento libero della giornata danno vita ad accese partite nelle piazze o nei campi della cittadina portuale sul Mar Nero.

A sedici anni è già titolare nella squadra della sua città ma Boris, per quanto sia nettamente superiore a tutti i suoi compagni di squadra, ha altri obiettivi.

Gli piace studiare e terminata la scuola dell’obbligo a pieni voti si iscrive in Marina ad un corso di Meccanica.

Inizia a fare avanti indietro sulla petroliera “Tendra” tra Batumi e il porto ucraino di Odessa … fino al giorno in cui arriva l’occasione di un posto come tecnico meccanico su una nave per l’Inghilterra.

… nave su cui Boris non salirà mai per diventare uno dei calciatori più forti della storia del suo Paese.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Beh, se siete arrivati fin qui è giusto che sappiate chi mandò a Boris Paichadze “quel” telegramma che di fatto cambiò la sua vita.

Fu un certo Kako Imnadze, suo compagno di squadra del Poti che escogitò quel sistema pur di avere Boris al suo fianco per l’importante partita con il Batumi!

… Boris lo scoprirà esattamente cinquant’anni dopo … quando ormai la rabbia si era trasformata in sollievo vista l’eccellente carriera con gli scarpini ai piedi invece di quella con una chiave inglese in mano!

Fin dai tempi dei suoi esordi con il Poti la classe di Boris Paichadze spiccava in maniera così evidente che perfino gli avversari si guardavano bene dal giocare troppo duramente contro di lui. Addirittura gli allenatori avversari si preoccupavano di istruire i propri ragazzi a non rischiare di fare male ad un giocatore di tale bravura.

Accade però che in una partita questo suggerimento non viene tenuto minimamente in considerazione da uno degli avversari di Paichadze che continua ripetutamente a colpire con violenza il talento del Poti.

Boris Paichadze non chiede né protezione all’arbitro né clemenza all’avversario.

No, semplicemente decide di ripagarlo con la stessa moneta … con l’avversario costretto lasciare il campo zoppicante.

La leggenda vuole che l’arbitro non si accorse di nulla …

Si racconta che Solomon, il padre di Boris, non era particolarmente attratto dal calcio considerandolo un passatempo “da pigri” e sconsigliando al figlio di dedicarsi con troppo impeto a questa pratica.

Un giorno, tornando dal lavoro, Solomon sente grida, applausi e perfino una banda suonare dal campo di calcio della cittadina.

Incuriosito si avvicina e si accorge che in campo c’è anche il figlio Boris.

E’ proprio lui a segnare il gol della vittoria per il Poti in quell’incontro con il “Metalist”.

A fine partita i tifosi portano in trionfo i propri beniamini davanti agli occhi di un incredulo Solomon che poco dopo, al suo arrivo a casa racconterà alla moglie quello che ha visto.

“Ma dove ha imparato nostro figlio a giocare così bene a calcio?” chiederà il padre di Boris alla consorte diventando da quel giorno il primo sostenitore del figlio.

La vera svolta nella carriera di Boris Paichadze avvenne poche settimane dopo la mancata partenza per l’Inghilterra.

Il suo team infatti fu invitato ad una infinita serie di incontri amichevoli e di piccoli tornei locali in Ucraina e soprattutto nel Donbass, regione a sud-est del Paese.

Il Poti chiuse la tournée con ventotto vittorie, un pareggio e neppure una sconfitta.

Le prestazioni di Paichadze furono di un livello tale che fu a quel punto che la Dinamo Tbilisi decise di mettere sotto contratto il giovane attaccante.

Durante quel tour in Ucraina accadde una cosa davvero particolare che per anni fu soggetto di grasse risate tra i componenti della squadra del Poti.

A Odessa in quei giorni era attesa la Nazionale della Turchia che era in tour in Unione Sovietica e avrebbe dovuto recarsi nella città sul Mar Nero per giocare contro la squadra locale.

Quando arriva il giorno della partita della squadra turca non ci sono notizie.

La città è però piena dei manifesti che pubblicizzano l’evento e l’imbarazzo è notevole.

Da quelle parti però c’è anche la squadra del Poti che sta facendo il suo tour nelle vicinanze. Paichadze e compagni vengono contatti di fretta e furia e mandati in campo a giocare contro i locali … con l’inno turco prima del match e la bandiera turca in bella vista.

L’escamotage dura però per pochissimi minuti prima che il pubblico si accorga che di turchi in campo non ce n’è neppure l’ombra, anche per la presenza di diversi spettatori di Poti che avevano riconosciuto immediatamente i propri ragazzi.

Per fortuna i tifosi locali presero la cosa con molto spirito … anche se dovettero assistere ad una vittoria … della Turchia.

Paichadze fece il suo esordio nella Dinamo a ventuno anni, nel settembre del 1936, contro la Dynamo Kiev … segnando ovviamente un gol!

Chiuderà la sua prima stagione nella Serie A sovietica con tredici reti in dodici partite.

Il suo passaggio alla Dinamo Tbilisi avviene però in circostanze particolari.

A volere a tutti i costi Paichadze è nientemeno che il temuto Lavrentij Pavlovič Berija, capo della Polizia segreta dell’Unione Sovietica e braccio destro di Stalin.

Berija è georgiano ed è un autentico fanatico del football e sogna di portare la sua amata Dinamo Tbilisi ai vertici del calcio sovietico.

Ivane Vashakmadze, deus ex machina del Poti, non può fare nulla se non assistere inerme al “furto” del suo gioiello.

Ma c’è un altro motivo che convince Boris Paichadze a firmare senza sollevare problemi per la Dinamo Tbilisi. Il padre Solomon infatti è da qualche mese prigioniero in un Gulag e Boris spera che grazie all’intercessione di Berija suo padre possa tornare in libertà.

Passa il tempo e del padre Boris non riesce ad avere notizie anche perché gli viene caldamente sconsigliato di testare la pazienza di Berija, vero fautore delle “purghe staliniane” e padrone di fatto della vita di milioni di cittadini sovietici.

Quando Boris finalmente trova il coraggio di avvicinare Berija siamo nel 1942 è la guerra è ormai alle porte.

La risposta è terribile.

“Suo padre è morto Boris. Ma lei dov’era in tutto questo tempo?”

Boris Paichadze giocherà tutta la carriera nella Dinamo Tbilisi, perdendo a causa del conflitto bellico le stagioni tra il 1942 e il 1944 ovvero quelle tra i 27 e i 29 anni, probabilmente quelle potenzialmente migliori della carriera di un calciatore.

In questo periodo per la Dinamo Tbilisi arriveranno ben sette piazzamenti sul podio (tre secondi e quattro terzi posti) ma il primo titolo per il club della Georgia arriverà solo nel 1964.

Boris Paichadze si ritirerà dal calcio a 36 anni, nel 1951, complice anche un grave infortunio al ginocchio. Paichadze morirà nel 1990, a 75 anni e l’anno successivo gli verrà intitolato lo stadio nazionale di Tbilisi.

Attaccante universale, dotato di una grande tecnica, di un tiro potente e preciso ma anche di una dedizione alla lotta davvero ammirevole per un calciatore così talentuoso.

Sarà lui che nel 2001 il popolo georgiano voterà come “Miglior calciatore del Paese del 20mo secolo”.

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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