PETER OSGOOD: Il Re di Stamford Bridge

“Domani sarà il 7 giugno del 1970.

Domani non sarà un giorno qualsiasi.

Domani giocheremo contro il Brasile per un posto nei quarti di finale della Coppa Rimet.

La Coppa del Mondo insomma.

Siamo i campioni del mondo in carica e siamo fermamente convinti di due cose; la prima è che siamo più forti di 4 anni fa.

Oltre al sottoscritto ci sono giocatori nuovi e fortissimi che 4 anni fa non c’erano.

Francis Lee e Colin Bell del Manchester City, Emlyn Hughes del Liverpool, Allan Clarke del Leeds e tutti gli altri che c’erano già 4 anni fa sono più esperti e maturi  e l’unico “anziano” del gruppo è Jack Charlton con I suoi 35 anni.

La seconda è la consapevolezza che se battiamo il Brasile, la squadra più forte vista finora, il Mondiale lo rivinciamo noi.

Io ho 23 anni e nella stagione che si è appena conclusa ho vinto la classifica marcatori della First Division.

Ho segnato la bellezza di 31 gol fra tutte le varie competizioni.

Nessuno ha segnato come me.

E’ stata una stagione fantastica per me e per il mio Chelsea.

Abbiamo vinto la FA CUP battendo al replay all’Old Trafford il Leeds United e in campionato abbiamo concluso con un eccellente terzo posto, dietro ai campioni dell’Everton e al Leeds United.

Nella partita precedente, contro la Romania, ho giocato la bellezza di tredici minuti, entrando al posto di Franny Lee.

Sono convinto che Sir Alf Ramsey non mi apprezzi particolarmente anche se dopo la mia stagione al Chelsea non poteva proprio lasciarmi fuori dalla spedizione per il Messico.

“Il suo stile di vita non è quello di un professionista” ha dichiarato nel corso della stagione appena conclusa.

Non sopporto queste sentenze.

Mi alleno duramente, gioco e faccio un sacco di gol e tanti altri li faccio segnare ai miei compagni.

Quando sono fuori dal campo però mi piace VIVERE.

Adoro la compagnia, bere qualche birra e soprattutto adoro le donne.

Beh, se a Stamford Bridge viene a vederti Raquel Welch cosa fai ? Non la inviti fuori a cena dopo la partita ?

Ogni momento va vissuto appieno.

Questo lo so e l’ho imparato a mie spese.

Avevo 19 anni quando Emlyn Hughes mi ruppe una gamba in una partita di Coppa contro il Blackpool.

Ero convinto di avere chiuso con il calcio.

Tornare a fare il muratore dopo che hai giocato in First Division non è esattamente il massimo.

Ci ho messo un anno intero a guarire.

Qualcuno dice che non sono più lo stesso di prima, che ho perso un po’ di velocità.

Io sono convinto di essere MEGLIO di prima.

Perché quel dannato infortunio mi ha insegnato due cose: la prima è che in campo occorre farsi rispettare e devi ridare indietro tutte le botte che prendi … con gli interessi possibilmente.

L’altra è che tutto può finire in un secondo.

E allora bisogna vivere ogni minuto al massimo, come se fosse davvero l’ultimo.

Oggi nell’ultima partitella prima del match di domani contro Pelé e compagni, perfino Bobby Moore mi ha fatto i complimenti. “Ehi Ossie, l’anno scorso ti ho messo la museruola nei nostri due incontri in campionato ma oggi mi hai fatto impazzire ! Non ti ho mai visto così in forma ragazzo.”

“Ti ringrazio Bobby, fa piacere. Ma non lo devi dire a me … è a quel testone di Ramsey che lo devi spiegare !”

“Tranquillo Ossie. Domani tocca a te” mi dice Bobby strizzandomi l’occhio.

Invece Bobby Moore si è sbagliato.

Come previsto dai media in attacco ci sono Franny Lee e Geoff Hurst.

Clarke, Astle e il sottoscritto in panchina.

La partita è equilibrata.

Stiamo giocando alla pari contro una squadra fantastica che nel primo match con la Cecoslovacchia ha impressionato tutti.

Pelé, Rivelino, Gerson, Jairzinho e Tostao. Un quintetto d’attacco davvero impressionante.

Oggi per fortuna uno dei cinque, Gerson, non sarà della partita.

Chiudiamo il primo tempo in parità.

Siamo 0 a 0 ma Felix e Banks hanno avuto il loro bel daffare !

Gordon su un colpo di testa di Pelé ha fatto una parata pazzesca, incredibile.

Ma Felix non è stato da meno su una zuccata di Franny Lee che pareva a colpo sicuro.

Insomma è ancora tutto da giocare.

C’è un caldo pazzesco ma sto talmente bene che non lo sento neppure.

Se il “Sir” mi mette in campo oggi faccio un macello !

Riprende il match.

Tutto come prima, massimo equilibrio.

Tra tutti i fuoriclasse di quel Brasile però il giocatore che più mi sta impressionando è Clodoaldo.

In alcuni momenti sembra che ce ne siano due in campo !

E’ dappertutto e sempre al posto giusto.

Una autentica diga davanti alla loro difesa.

Dopo un quarto d’ora però il Brasile passa in vantaggio.

Tostao si porta a spasso la nostra difesa prima di crossare in area per Pelé che si inventa un assist d’oro per Jairzinho che non sbaglia.

Adesso cambia tutto. Dobbiamo recuperare. Dobbiamo fare gol se non vogliamo andarci a giocare tutto con la Cecoslovacchia e rischiare così di uscire dal Mondiale al primo turno.

Noi, l’Inghilterra, i campioni del Mondo in carica.

Per fare gol bisogna attaccare e per attaccare ci vogliono degli attaccanti.

Lo ha capito anche Ramsey.

Guarda verso di noi. Verso Clarke, Astle e me.

Poi le parole che mi ammazzano. “Jeff, preparati che vai dentro”.

Jeff Astle. Ragazzo meraviglioso.

Grande cuore, grande coraggio, grande forza fisica e fantastico nel gioco aereo.

… ma i piedi …

Impreco a bassa voce e ingoio il boccone.

Ha un sapore amarissimo.

Per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo sono possibili due sostituzioni.

Penso che comunque una chance ce l’ho ancora.

La mia speranza dura dieci secondi buoni.

Ramsey si gira verso Colin Bell.

Gli dice le stesse identiche parole che ha detto ad Astle poco prima.

“Sniffer” ed io ci guardiamo.

Sconsolato lui incazzato io.

“Che si fotta” dico fra i denti anche se quasi spero che Ramsey mi senta.

Intanto in campo continuiamo a provarci.

Alan Mullery fra tremare la traversa dei brasiliani con una botta tremenda.

Meriteremmo il pareggio.

E l’occasione buona arriva.

Terry Cooper mette un lungo cross in area.

E’ troppo lungo per Astle ma Brito, il difensore brasiliano, sbaglia completamente il rinvio al volo. La palla arriva docile docile tra i piedi di Astle.

E’ solo davanti a Felix e la palla è a non più di 7-8 metri dalla porta.

Astle deve solo spingerla dentro.

Invece ci va di potenza. Il suo sinistro finisce fuori di quasi un metro, con Felix immobile.

Sappiamo tutti, in quel preciso momento, che una occasione così non ci capiterà più.

Jeff Astle non lo merita. E’ un bravo ragazzo e un serio professionista.

Ma la mia rabbia in questo momento è più forte del dispiacere per un mio collega e compagno di squadra.

Finisce così. 1 a 0 per il Brasile.

Ora dobbiamo vincere a tutti i costi con la Cecoslovacchia.

Quando torniamo in albergo la rabbia non è ancora sbollita.

Conosco solo un modo per farla passare.

Bere fino a dimenticarmi di Ramsey, di Astle, del fottuto Brasile e anche di chi sono io.

Il giorno dopo sono ancora talmente sbronzo che non riesco neppure a presentarmi all’allenamento.

Tanto l’ho capito.

Sir Alf Ramsey proprio non mi ama.

Peter Osgood nasce a Windsor, il 20 febbraio del 1947.

Lascia la scuola a 15 anni e inizia a lavorare come muratore ma è ben presto evidente che il suo talento calcistico non è comune.

Il Chelsea non se lo lascia scappare e gli regala il debutto in prima squadra in un match di Coppa di Lega contro il Workington.

Il Chelsea vince per 2 reti a 0 e “Ossie” segna entrambe le reti.

Ha compiuto da poche settimane 17 anni.

Tornerà a giocare nelle Riserve per il resto della stagione dove segnerà più di 40 reti.

Nell’estate successiva viene aggregato alla prima squadra per il tour di fine stagione in Australia.

12 reti in 8 partite dicono che il ragazzo è più che pronto per un posto da titolare.

Nella stagione successiva inizia però ancora con le riserve dove rimarrà fino al 22 settembre del 1965 quando il manager scozzese Tommy Docherty lo butta in campo in una partita di Coppa delle Fiere (che diventerà in seguito la Coppa Uefa) contro la Roma.

Battesimo perfetto per saggiare le qualità di Osgood anche a livello internazionale.

Quel match, vinto dal Chelsea per 4 reti ad 1, sarà ricordato come la “battaglia di Stamford Bridge”, per le botte, le provocazioni e le continue risse fra le due squadre.

Un mese dopo “Ossie” segnerà il suo primo gol in First Division nella vittoriosa trasferta al Bramall Lane contro lo Sheffield United.

A fine stagione, la sua prima da professionista, Osgood segna 11 reti e finisce addirittura nell’elenco dei 40 scelti da Ramsey per gli imminenti mondiali inglesi.

Peter non entrerà nei 22 prescelti ma è evidente che le prestazioni del giovanissimo attaccante di Windsor non sono passate inosservate.

La stagione successiva inizia alla grande, con il Chelsea nella parte alta della classifica e con Peter Osgood che trova con frequenza la via del gol.

Poi, il 6 ottobre del 1966, tutto sembra finire.

Un duro tackle di Emlyn Hughes (futuro capitano di Liverpool e nazionale inglese) in una partita di Coppa di Lega con il Blackpool gli costerà una terribile frattura ad una gamba.

La carriera di Osgood è in pericolo.

Ci mette un anno a rientrare e quando rientra Tommy Docherty non è più l’allenatore del Chelsea.

Non è un problema “calcistico”.

Docherty è amato al Chelsea, dove ha creato un team eccezionale e che gioca un calcio offensivo e spettacolare.

Purtroppo la sua “liason” con la moglie del fisioterapista del Club scatena un putiferio autentico e il manager scozzese è costretto suo malgrado a dimettersi.

 Al suo posto c’è Dave Sexton che non ritiene Osgood più adatto a vestire la maglia numero 9 e lo “ricicla” a centrocampo.

Qui vi rimane praticamente una stagione intera fino a quando anche Sexton si convince che di Osgood al centro dell’attacco c’è una grande bisogno.

Nella stagione 1969-1970 Osgood gioca a livelli eccezionali, trascinando il Chelsea alla vittoria in FA CUP (dopo la doppia, drammatica finale con il Leeds United) e ad un brillantissimo terzo posto in campionato.

Nessuno in quella stagione segnerà come lui: 31 reti con alcuni gol che sono entrati di diritto nella leggenda del Chelsea, come il gol al volo contro l’Arsenal nei quarti di finale di FA CUP o come il gol di testa in tuffo nella ripetizione della finale contro il Leeds.

Sebbene Osgood, con suo grande rammarico, sarà una figura secondaria ai Mondiali messicani del 1970 e non troverà mai lo spazio probabilmente meritato con i bianchi d’Inghilterra, la sua carriera con il Chelsea continua a livelli altissimi.

L’anno successivo il Chelsea conquisterà addirittura la Coppa delle Coppe nella finale di Atene, battendo, anche qui dopo una partita di spareggio, il grande Real Madrid.

Osgood sarà determinante in entrambi i match.

Nel primo dove segnerà nell’1 a 1 finale e nel secondo, dove segnerà il gol del definitivo 2 a 1 per i “Blues”.

Negli anni successivi qualcosa si romperà sia negli equilibri del team che nel rapporto con il Manager Sexton.

La condotta fuori dal campo di Peter e il suo stile di vita “mondano” non piacciono al Mister e dopo l’ennesimo litigio Osgood viene messo nella lista dei “cedibili”.

Quando “Ossie” verrà ceduto al Southampton nel marzo del 1974 i tifosi del Chelsea scendono sul piede di guerra.

Proteste ufficiali, picchetti nei pressi dello stadio, una mobilitazione davvero mai vista.

Osgood è l’idolo assoluto a  Stamford Bridge ed è inaccettabile che sia lui ad andarsene anziché il Manager Sexton ma troppo amato per il suo stile di gioco conservativo e attendista.

La scelta di Osgood non si rivelerà felice.

Due mesi dopo il suo arrivo a Southampton il team retrocederà in Second Division arrivando terz’ultimo in campionato … ironicamente la prima stagione nella storia del calcio inglese dove retrocederanno tre squadre anziché due …

Al Southampton Osgood giocherà un paio di stagioni di buon livello che culmineranno per i “Saints” nella sorprendente vittoria in FA CUP del 1976.

Il Southampton è ancora in Second Division è ha chiuso la stagione al sesto posto. Di fronte c’è il poderoso Manchester United di Steve Coppell, Lou Macari, Martin Buchan, Gordon Hill e Stuart Pearson.

E in panchina c’è proprio il suo vecchio mentore Tommy Docherty.

Il Southampton giocherà con il coltello fra i denti tutto il match frustrando le offensive dei Red Devils e quando Bobby Stokes segnerà il gol decisivo regalando il primo trofeo della propria storia ai Saints sarà chiara a tutti la percezione di aver assistito ad una della più grandi sorprese nella storia della più vecchia competizione calcistica del mondo.

Osgood lascerà il Southampton nel novembre del 1977, pochi mesi prima del tanto agognato ritorno dei Saints in First Division.

Ad attenderlo c’è l’avventura nel calcio del “nuovo mondo”.

Firmerà per i Philadelphia Fury ma il suo “periodo americano” sarà nientemeno che disastroso.

Un solo gol in 33 incontri prima di tornare al suo amato Chelsea, dove è accolto come un Dio.

Ma anche se è evidente che Peter Osgood è ormai calcisticamente al tramonto l’amore dei suoi tifosi è rimasto immutato. Ossie è nel cuore del popolo di Stamford Bridge e a lui sono perdonate senza indugio le poco brillanti prestazioni al suo ritorno.

Giocherà una decina di partite prima di decidere, anche se a soli 32 anni, di chiudere la sua carriera nel calcio.

Nel resto della sua vita, chiusasi prematuramente nel marzo del 2006 a soli 59 anni per un infarto (durante il funerale di un famigliare) Peter Osgood non sarà mai troppo lontano dai guai, dalle controversie e dalle polemiche.

La gestione e il successivo fallimento di un pub, la brillante carriera di “after dinner speaker” dove divenne popolarissimo per i suoi aneddoti e la sua verve, il divieto di presenziare alla partite casalinghe del Chelsea comminatogli dall’allora presidente Ken Bates per presunte critiche al Chelsea e alla sua gestione … salvo poi tornare ed essere accolto come un eroe dai tifosi del Blues dall’avvento di Roman Abramovich al Club di Stamford Bridge.

Solo tre settimane prima della morte proprio a Stamford Bridge “Ossie” viene presentato durante l’intervallo di un incontro del Chelsea e per lui c’è una commovente ovazione dal pubblico.

Al Chelsea Football Club non lo hanno dimenticato.

Da qualche anno c’è un ricordo ancora più concreto nei pressi dello Stamford Bridge: una statua eretta in suo onore nel 2010 … perché pochi giocatori nella storia hanno legato così indissolubilmente il proprio nome a quello di un Club come Peter Osgood, “THE KING OF STAMFORD BRIDGE”.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Mi chiedono spesso cosa odio di più cosa odio nel calcio moderno. Facile: quando i giocatori trattengono per la maglia gli avversari. E’ vergognoso. Ai miei tempi davi e prendevi calci, gomitate e pugni. Trattenere per la maglia è da disonesti.”

Proverbiale la sua amicizia al Chelsea con il compagno d’attacco al Chelsea Ian Huchinson, insieme al quale Osgood si lanciò negli affari aprendo insieme un pub, con poca fortuna.

“Hutchinson era una delle persone più positive e solari che io abbia mai conosciuto. Nulla era impossibile. Nonostante la sfortuna lo avesse sempre preso di mira, prima con una serie incredibili di infortuni e poi con la malattia che lo portò alla morte a soli 54 anni”

“Ricordo che prima della finale di FA CUP del 1970 contro il Leeds stavamo analizzando negli spogliatoi le varie caratteristiche degli avversari. A me quel giorno sarebbe toccato Jack Charlton, campione del mondo con l’Inghilterra e non esattamente un “fiorellino”.

Questa fu l’analisi di Hutchinson. “Charlton ? Non preoccuparti Ossie. E’ solo un segaiolo con il collo lungo” fu la sentenza del mio amico Hutch !

“I due più forti giocatori che io abbia mai visto sono stati George Best e Jimmy Greaves. Ma non ho mai visto neppure loro spuntarla con il grande Ron “Chopper” Harris.

E vi garantisco che sarebbe la stessa cosa oggi contro i Ronaldo, i Messi e i Neymar.” Afferma Osgood parlando del suo vecchio compagno di squadra.

“Il più grande rimpianto ? La Nazionale ovviamente. Ho giocato in tutto 4 partite per la mia nazionale. Rodney Marsh, Stan Bowles, Tony Currie, Frank Worthington, Alan Hudson … tutti giocatori di grande talento. Insieme dubito che metteremmo insieme più di 30 presenze in Nazionale. E questo è assurdo considerando il livello tecnico. Purtroppo per noi ne Sir Alf Ramsey ne il suo successore Don Revie apprezzavano i giocatori di talento, anche se magari un po’ indisciplinati o “mavericks” come si dice dalle nostre parti.”

Infine un fantastico ricordo su due dei giocatori probabilmente più duri dei già di per se durissimi anni ’70 del calcio inglese.

Si gioca Liverpool-Chelsea ad Anfield. Passano si e no 15 minuti e Chopper Harris stende con un tackle Emlyn Hughes, uno dei calciatori più odiati di tutta la First Division. Sono entrambi a terra con Hughes che urla come un vitello sgozzato e Chopper Harris che sorride. Arriva di corsa Tommy Smith, compagno di squadra di Hughes. “Ahia. Guai in arrivo” penso io conoscendo fin troppo bene la fama di Smith. Invece no, Tommy Smith non guarda neppure Hughes ma va da Harris, gli porge la mano e lo aiuta a rialzarsi. “Mi piaci Harris” sono le parole che Smith rivolge ad Harris. Nessuno odiava Emlyn Hughes più di Tommy Smith.

About Author /

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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