LEICESTER CAPITOLO 4: L’UOMO CHE CAMBIO’ LA NOSTRA STORIA

Il 21 dicembre del 1995 la dirigenza del Leicester annunciò l’arrivo sulla nostra panchina di Martin O’Neill. Si era dimesso da pochi giorni da quella del Norwich e fu ritenuto il più adatto a sostituire Mark McGhee, il “Giuda” che ci aveva lasciato anche lui pochi giorni prima per andarsene al Wolverhampton in Premier.

Eravamo primi in classifica e sembrava che nessuno potesse fermare la nostra corsa verso l’ennesimo ritorno in Premier.

L’inizio non fu facile. Martin O’Neill aveva le sue convinzioni e fin da subito cambiò l’approccio tattico e lo schema di gioco. Con McGhee giocavamo un calcio molto diretto, pochi fronzoli e palla quasi sempre verso il nostro gigante in attacco, il gallese Iwan Roberts con quelli intorno a lui a raccogliere le sponde e le famose “seconde palle”. Niente di troppo attraente ma di sicuro efficace.

O’Neill pretendeva invece un gioco più paziente, più ragionato e con la palla prevalentemente a terra. In fondo da giocatore aveva vinto due Coppe dei Campioni con Brian Clough come allenatore che di questo credo (Se Dio avesse voluto vedere giocare con la palla sempre in aria avrebbe fatto costruire i campi da calcio in cielo) aveva fatto la sua filosofia assoluta.

Ci mettemmo un po’ a carburare ed anzi, ad un certo punto non solo i primi due posti che permettevano la promozione diretta in Premier erano diventati irraggiungibili ma perfino un posto nei Play offs stava diventando clamorosamente a rischio.

Invece con un finale di stagione strepitoso (4 vittorie nelle ultime 4 partite) conquistammo prima un posto per il play-off e poi addirittura la promozione in Premier grazie ad un gol all’ultimo minuto dei supplementari nella finale di Wembley contro il Crystal Palace, segnato dall’esperto Steve Claridge arrivato solo due mesi prima per rafforzare il nostro reparto offensivo.

E così tornammo in Premier ma nessuno si faceva illusioni particolari. Ormai eravamo abituati a questo continuo su e giù dalla massima serie.

Invece accadde  qualcosa di grande … e totalmente inatteso.

Nelle quattro stagioni successive, tra il 1996 e il 2000 non solo finimmo sempre nelle prime dieci posizioni della Premier ma conquistammo due trofei da mettere nella nostra piccola e desolata bacheca.

Due Coppe di Lega, la prima nel 1997 che interruppe un digiuno di 33 anni dal primo e unico trofeo conquistato fino a quel momento, e la seconda tre anni dopo, nel 2000.

Furono trionfi che ci permisero di tornare a giocare in Europa e per un piccolo Club come il nostro furono davvero anni indimenticabili.

Nel giugno del 2000 Martin O’Neill ci lasciò. Il Celtic di Glasgow, ormai nell’ombra degli “odiati” rivali del Rangers, avevano bisogno di un grande manager per tornare ai vertici del calcio scozzese.

Ci riuscirono immediatamente mentre noi, senza Martin O’Neill, ci mettemmo solo due stagioni prima di ritornare per l’ennesima volta in Championship.

Ma nessuno qui a Leicester si dimenticherà mai quei giorni.

E nessuno dimenticherà mai Martin O’Neill. Più ancora che per i trofei, il bel gioco visto al Filbert Street, i campionati terminati finalmente in posizioni dignitose, fu quello che accadde nell’ottobre del 1998 che fece entrare questo eccellente manager Nord-Irlandese nel cuore di tutti noi.

George Graham lasciò il Leeds United per tornare a Londra, stavolta sulla panchina del Totthenam Hotspurs. A quel punto il Leeds scelse proprio il nostro Martin come sostituto.

Un Club con maggiori risorse del nostro, con calciatori più importanti e affermati, un contratto a lunga scadenza e ottimamente remunerato.

A Leicester si scatenò una mezza rivoluzione.

Il “Leicester Mercury”, il più importante quotidiano della regione, si fece portavoce della protesta di tutti i simpatizzanti delle Foxes.
Fece stampare a sue spese migliaia di poster, volantini e manifesti tutti con la stessa, inequivocabile scritta: “DON’T GO MARTIN” da distribuire ai tifosi prima del prossimo incontro casalingo.

Per ironia della sorte quel giorno, il 19 ottobre del 1998, al Filbert arrivava proprio il Totthenam di George Graham. Nessuno presente quel giorno potrà mai dimenticare la coreografia. Oltre 20 mila spettatori ognuno con il suo manifesto tra le mani e poi migliaia di palloncini blu che si levarono in cielo e tutti con la stessa preghiera.

Vincemmo quella partita per due reti ad una e al termine dell’incontro un commosso Martin O’Neill disse che “Non posso andarmene da chi sta dimostrando di volermi così bene. Il mio posto e qui e onorerò il mio contratto fino alla fine”.

E così fece.

14 febbraio 2016

ARSENAL – LEICESTER 2-1

Marcatori: Vardy 45’ rig (L) Walcott 60’ (A) Wellbeck 95’ (A)

Che si potesse perdere lo sapevamo. Nessuno di noi aveva dimenticato la lezione di calcio ricevuta dall’Arsenal all’andata.

Ma così no. Così brucia maledettamente.

Ok, siamo andati in vantaggio con un rigore generoso ma per 54 minuti abbiamo tenuto i Gunners sotto controllo, non permettendo loro di entrare nei nostri ultimi 20 metri.

Poi ci ha pensato l’arbitro a cambiare il corso del match. Due falli normalissimi, di quelli che in ogni partita se ne vedono almeno una ventina. Due cartellini gialli e il nostro terzino Simpson ha dovuto infilare la via degli spogliatoi.

Neanche il tempo di riassestarsi che Walcott ci ha segnato il gol del pareggio.

Con più di mezz’ora da giocare e ridotti in 10 nessuno di noi si faceva illusioni.

Invece in campo ci sono stati 10 leoni, che hanno corso, lottato e risposto colpo su colpo agli attacchi degli uomini di Arsene Wenger.

Kasper Schmeichel è stato fantastico. Ha parato tutto quello che arrivava dalle sue parti.

Compreso un tiro a colpo di sicuro di Giroud mentre eravamo già nel recupero a fine partita.

In quel momento abbiamo pensato che ce l’avremmo fatta, che avremmo portato a casa un punto che valeva più di una vittoria.

Invece al quinto minuto di recupero, con un pugno di secondi da giocare, Wellbeck ha trovato quella deviazione di testa che ci ha condannato ad una sconfitta ingiusta, crudele e immeritata.

Ora siamo davanti, sempre da soli, ma Totthenam e Arsenal sono solo a due punti.

Il Manchester United, sempre quinto, è a 12.

Qualche sito internet ha già definito questo “Il giorno decisivo per il titolo”.

Decisivo per chi scusate ?

27 febbraio 2016

LEICESTER – NORWICH 1-0

Marcatore: Ulloa 89’ (L)

Dalle nostre parti si dice “what goes around comes around”.

Nel nostro ultimo incontro con l’Arsenal abbiamo dovuto arrenderci all’ultimo secondo di partita, perdendo un match che non meritavamo assolutamente di perdere.

Oggi è accaduto l’esatto contrario.

Onore al Norwich che ha giocato esattamente nel modo in cui abbiamo giocato noi per tutto il campionato.

Ci hanno lasciato il possesso di palla, (è solo la terza volta in tutta la stagione che abbiamo una percentuale più alta dei nostri avversari) si sono piazzati sulla loro trequarti difensiva e ci hanno attesi, senza mai andare in panico o concedendoci spazi.

In area non siamo quasi mai entrati.

Solo con qualche tiro da lontano.

Per fortuna ci ha pensato quel meraviglioso professionista che si chiama Leonardo Ulloa.

Questo attaccante argentino è passato da essere un uomo importantissimo per Nigel Pearson ad un comprimario assoluto con Claudio Ranieri.

Pochissime presenze e sempre dalla panchina.

E’ stato così anche oggi.

Ranieri lo ha buttato dentro a poco più di dieci minuti dalla fine e la sua fisicità ha messo immediatamente in difficoltà la difesa del Norwich.

Sono felice per questo ragazzo.

Se alla fine di questa stagione raccoglieremo qualcosa di importante sono sicuro che questo gol avrà avuto il suo peso.

1 marzo 2016

LEICESTER – WEST BROMWICH ALBION 2-2

Marcatori: Rondon 11’ (W) Olsson 30’ aut (W) King 45’ (L) Gardner 50’ (W)

Questo è il calcio.

Abbiamo giocato una eccellente partita, nemmeno paragonabile a quella contro il Norwich di pochi giorni fa. Eppure abbiamo raccolto solo un punticino.

Due traverse, almeno quattro grandi occasioni da gol, alcune strepitose parate di Ben Foster, l’ispiratissimo portiere del WBA.

Niente da fare.

A fine partita il più sereno di tutti era il nostro manager.

“Sono veramente felice della prestazione dei ragazzi. Siamo andati sotto nel risultato e abbiamo reagito con forza e senza andare nel panico. Nel secondo tempo ci abbiamo provato in tutti i modi ma la palla non voleva saperne di entrare. Noi allenatori ci preoccupiamo quando la squadra non riesce a creare occasioni da gol. Se continui a crearne prima o poi i gol arrivano”.

Ma per una volta la dichiarazione più bella arriva dall’altro manager dell’incontro.

A fine partita Tony Pulis, manager del West Bromwich ha dichiarato “Il Leicester è un ottima squadra. Sarei felice che fossero loro a vincere il titolo”.

Grazie Tony.

E che lassù qualcuno ti ascolti …

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Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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