Ci sono cose che non si possono insegnare. Puoi anche essere il miglior allenatore di calcio del pianeta.

Conoscere tutte le tattiche di gioco, i metodi di allenamento, avere nozioni di medicina o biomeccanica o conoscere e saper fare alla perfezione tutti gli esercizi con e senza palla mai stati elaborati.

Puoi “ripulire” gesti tecnici non ancora perfetti, puoi insegnare come muoversi sul campo, come ricevere la palla, come stopparla o come difenderla.

Ma ci sono cose che HAI dentro di te o che NON HAI dentro di te.

Una è il CORAGGIO e l’altra è l’ISTINTO, che qualcuno chiama “intelligenza calcistica”.

Da quando alleno nelle giovanili del Football Club Internazionale di Milano ho visto decine e decine di ragazzi arrivare qua da noi con grandi doti tecniche, con capacità di palleggio, di dribbling, di visione di gioco, precisione e potenza nel calciare il pallone.

Ma senza coraggio e istinto il salto di qualità non lo fai.

Quando arrivò da noi Roberto Boninsegna aveva solo 13 anni.

Ci avevano detto che fino ad allora aveva giocato mezzala, ma fin dal primo provino lo abbiamo messo a giocare in attacco.

Faceva avanti e indietro da Mantova (dove abitava) e quando arrivò sembrava un pulcino spaesato. Piccolino, un fisico tozzo e la testa incassata tra le spalle.

Non c’era niente di lui che colpisse particolarmente ad una prima, superficiale occhiata.

Non aveva né grandi doti atletiche e neppure tecniche e usava praticamente solo il piede sinistro per calciare.

Ma come iniziava la partita si trasformava.

Diventava un guerriero.

Lottava su ogni pallone come la sua vita stessa dipendesse da “quel” pallone.

E capivi che per fare gol avrebbe fatto a cazzotti anche col Diavolo !

Di testa in tuffo, in rovesciata, in spaccata, con un ginocchio, una coscia o anche con il sedere se fosse stato necessario.

Vedeva “solo” la palla. L’avversario era un inutile scocciatura tra lui e il pallone, tra lui e il gol.

E di gol Roberto Boninsegna ne faceva tanti.

Praticamente viveva per quello.

Perfino nelle partitelle di allenamento s’immusoniva se non segnava ed era capace di incazzarsi come una biscia con se stesso se sbagliava un gol.

Non solo.

Giuro che nelle prime settimane pensavo “ma guarda un po’ te quel ragazzino qua che culo che si ritrova ! La palla arriva sempre dove si trova lui”.

Non avrei potuto sbagliarmi più clamorosamente.

Ero io a non aver capito nulla e ad essere in torto marcio.

Era LUI che si faceva sempre trovare nel posto dove sarebbe arrivata la palla …

Mica una differenza da poco !

A queste qualità univa un’altra cosa fondamentale: una voglia di migliorarsi pazzesca.

Non si stancava mai di allenarsi.

Oltre a calciare i rigori (era una sua fissa !) adorava tirare in porta.

Bastava un compagno che si fermasse con lui a fargli cross dalle fasce e lui si metteva al limite dell’area a calciare in porta, al volo o di testa.

Quando non trovava nessuno che si fermasse lo chiedeva a me.

“Roby finirai per perdere il treno” gli dicevo io.

“Poco male mister. Male che vada mi riaccompagna a casa lei” era la sua puntuale risposta.

Il sogno di Roberto Boninsegna di diventare uno dei protagonisti della sua adorata Inter che a quell’epoca sta già dominando nel campionato italiano, si interrompe bruscamente nell’estate del 1963.

Il mago Helenio Herrera non lo ritiene all’altezza della grande squadra che ha iniziato a plasmare e viene mandato in prestito prima a Prato e poi a Potenza.

E’ proprio in Basilicata che il giovane centravanti mantovano inizia a mostrare quelle doti che lo renderanno uno dei più forti attaccanti italiani del dopoguerra.

Segna 9 reti formando con Bercellino una coppia d’attacco di tutto rispetto trascinando il Potenza ad un passo da una storica promozione in Serie A.

Ma è al termine del campionato successivo giocato in serie A con il Varese che per Roberto Boninsegna arriva la svolta.

A volerlo è il Cagliari disposto a sborsare 80 milioni di lire per il suo cartellino.

Saranno tre stagioni eccellenti sull’isola dove farà coppia in attacco con un altro formidabile giovanotto, lombardo come lui, che si chiama Gigi Riva e che culmineranno nel maggio del 1969 con un secondo posto in campionato alle spalle della Fiorentina.

Poche settimane dopo però il grande Manlio Scopigno, allenatore dei sardi, decide che il Cagliari per fare l’ultimo decisivo salto di qualità ha bisogno di nuova linfa e soprattutto di una rosa più ampia.

Ci sono solo due giocatori in rosa che hanno richieste tali da poter finanziare un’operazione del genere: Gigi Riva e lo stesso Boninsegna, diventato nel frattempo “Bonimba” grazie alla magica penna di Gianni Brera.

Vendere “GIGGIRRIVVA” provocherebbe con ogni probabilità un’insurrezione e così è il numero 9 lombardo che deve fare le valigie.

Boninsegna però pone una condizione molto precisa; via da Cagliari SOLO per la sua amata Inter che ora, con il nuovo mister Heriberto Herrera in panchina, non vede l’ora di riabbracciarlo.

L’affare va in porto e, come molto raramente capita,ci guadagnano entrambe le parti coinvolte.

Al Cagliari arrivano due perfetti supporti offensivi per Riva.

L’ala destra Angelo Domenghini a rifornire “Rombo di tuono” di cross e Sergio Gori a fare da seconda punta lasciando a Riva l’incarico che sa svolgere meglio di chiunque altro: fare gol.

Boninsegna arriva all’Inter nel momento ideale.

I Nerazzurri, con Mazzola che ha via via arretrato la sua posizione in campo, ha un estremo bisogno di un vero numero “9”. “Bonimba” sarà l’uomo giusto al momento giusto.

Alla sua prima stagione nel club milanese segna complessivamente 25 reti e soprattutto in Europa il suo ruolino di marcia è impressionante: 9 reti in 10 incontri nella vecchia Coppa delle Fiere, antesignana della Coppa UEFA.

In campionato sarà il Cagliari a trionfare proprio davanti all’Inter.

Nella stagione successiva non ce n’è per nessuno.

Una rimonta impressionante porta il titolo in casa nerazzurra e Boninsegna, con i suoi 24 gol in 28 partite di campionato, ne è l’indiscusso protagonista.

All’Inter è diventato un idolo assoluto.

Il suo stile da autentico guerriero dell’area di rigore, il suo proverbiale coraggio, la bravura in acrobazia e nel gioco aereo unite a quel carattere fiero e combattivo fanno innamorare la metà nerazzurra di Milano.

Nessuno, il buon “Bonimba” per primo, riesce ad immaginare un futuro con altri colori.

E invece nell’estate del 1976, dopo 7 stagioni all’Inter e quando il bomber mantovano è alla soglia delle 33 primavere, va in porto una delle trattative più clamorose di tutta la storia del calcio italiano: Juventus ed Inter si scambiano di fatto i loro numeri “9”, gli attaccanti principali e le rispettive icone delle due tifoserie.

Pietro Anastasi (più giovane di 5 anni) prende la via di Milano mentre Roberto Boninsegna fa il percorso inverso, portandosi in dote un bel gruzzolo da depositare nelle casse della società Bianconera.

E mentre “Pietruzzu” solo a sprazzi farà vedere le sue indubbie qualità, a Torino Boninsegna vive una seconda giovinezza.

Continua a segnare con impressionante regolarità formando con Roberto Bettega un tandem d’attacco di grande spessore.

Nelle tre stagioni alla Juventus arrivano due scudetti, una Coppa Italia e soprattutto il primo trofeo continentale vinto dalla “Vecchia Signora”: la Coppa UEFA del 1977, ottenuta battendo in finale i coriacei baschi dell’Athletic Bilbao.

Nell’estate del 1979, nonostante le insistenze del Presidente juventino Gianpiero Boniperti che vorrebbe prolungargli il contratto ritagliando per “Bonimba” il ruolo che pochi anni prima fu di Josè Altafini e cioè quello di “asso” da calare nei finali di partita, Boninsegna preferisce continuare a giocare con continuità accettando la proposta del Verona in Serie B, dove di fatto chiuderà la sua carriera professionistica al termine della stagione 1979-1980 … a quasi 37 anni.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Boninsegna ricorda con molto affetto la stagione trascorsa a Potenza. Con Silvino Bercellino formò un eccellente tandem d’attacco e i loro gol portarono il Potenza ad un passo da una storica promozione in Serie A.

“Quell’anno mi dovetti adattare a giocare da seconda punta. Bercellino se ne stava sempre nei pressi dell’area di rigore. Era capace di stare minuti e minuti senza toccare palla. Poi, alla prima palla vagante in area, era il primo ad arrivare e a mandarla in fondo al sacco. Ovvio che toccava a quel punto al sottoscritto fare il lavoro “sporco” … e mi tornò molto utile perché feci lo stesso quando poi arrivai a Cagliari giocando in attacco con Gigi Riva !”

Dopo una buona ma non trascendentale stagione a Varese arriva l’offerta del Cagliari.

E’ il nuovo tecnico Manlio  Scopigno a volerlo, convinto che insieme a Riva la compagine sarda possa fare meglio dell’undicesimo posto della stagione precedente.

Non si sbaglierà. Per il Cagliari arriverà un eccellente sesto posto in classifica.

In realtà i due sono molto simili tecnicamente. Entrambi mancini, entrambi portati a posizionarsi al centro dell’area di rigore ed entrambi, come dovere per qualsiasi centravanti che si rispetti, piuttosto egoisti.

“Toccava a me partire dalla destra e creare spazi” ricorda del periodo cagliaritano Boninsegna “ma c’ero abituato perché fino ad allora avevo sempre fatto quel tipo di gioco, la “spalla” ad un altro attaccante”.

Se in campo la convivenza non è sempre facilissima, fuori dal campo i due diventano grandi amici.

Sono giovani, determinati ma entrambi lontani dalla loro terra, la Lombardia.

L’unico problema per “Bonimba” erano i passaggi in macchina che era costretto a chiedere Riva, autista veloce e spericolato. Dopo l’ennesima corsa folle, una volta sceso dall’auto, Boninsegna prende una decisione definitiva: stipulare un’assicurazione sulla vita.

Al termine di quella stagione il Cagliari partecipa ad un torneo negli Stati Uniti d’America. Negli States si sta cercando di far conoscere il “soccer” e l’idea è quella di far competere team europei dando loro nomi di squadre americane. Il Cagliari diventerà i “Chicago Mustangs” e pur fermandosi nella loro corsa in semifinale Roberto Boninsegna, con 11 reti in 9 partite, diventerà il capocannoniere della manifestazione … diventando il primo calciatore italiano a vincere questo trofeo in un campionato all’estero !

Nella seconda stagione al Cagliari però non tutto va per il verso giusto.

Roberto Boninsegna si rende protagonista in una partita di campionato a Varese di una clamorosa protesta nei confronti dell’arbitro dell’incontro Bernardis. Lo strattona, lo spinge e lo insulta con veemenza.

Per lui arriverà una squalifica “storica”: 11 partite (poi ridotte a 9) ma che soprattutto gli chiuderà per quasi 3 anni le porte della Nazionale italiana dove Roberto aveva esordito nel mese precedente in una partita contro la Svizzera per le qualificazioni agli Europei.

Boninsegna tornerà in Nazionale solo nel giugno del 1970 nella prima partita dei Mondiali messicani contro la Svezia … e soltanto perché Pietro Anastasi fu costretto a rinunciare a causa di un maldestro (e stupido) infortunio.

In quei Mondiali Roberto Boninsegna, nel frattempo tornato all’Inter all’inizio della stagione precedente,  sarà una delle rivelazioni assolute. Riformerà la coppia di Cagliari con Gigi Riva ma sarà proprio “Bobo-gol” (l’altro soprannome di Boninsegna) a prendersi la scena segnando sia nella indimenticabile semifinale contro la Germania e fornendo a Rivera l’assist al bacio per il gol del 4 a 3 decisivo, sia segnando il gol del momentaneo pareggio contro il Brasile di Pelé, Rivelino e Tostao nella finalissima.

La notizia del trasferimento di Boninsegna alla Juventus è un fulmine a ciel sereno per “Bobo”.

Si trova in vacanza in Versilia quando arriva la telefonata del Presidente Fraizzoli. “Roberto, devi venire qui a Milano. Dobbiamo parlare. Abbiamo appena chiuso una trattativa con la quale ti abbiamo ceduto alla Juventus” gli dice il massimo dirigente dell’Inter.

“Presidente, io a Milano ci vengo. Ma lei che io vada alla Juventus se lo può scordare” risponde Boninsegna senza troppi giri di parole. Ma in un periodo in cui Jean-Marc Bosman era solo un ragazzino che tirava i suoi primi calci in qualche cortile di Liegi e le società calcistiche erano le assolute padrone del destino dei calciatori a Bobo non resta che accettare, seppur a malincuore, questa scelta.

Senza sicuramente immaginare che vincerà molti più trofei in quei 3 anni alla Juventus che in tutta la sua carriera nerazzurra.

Roberto Boninsegna è stato uno dei più grandi rigoristi della storia del calcio italiano. Suo il record assoluto del maggior numero di rigori consecutivi segnati nel massimo campionato: ben 19 di fila.

Pochi sanno che il suo maestro in questa specialità fu il grande Giuseppe Meazza, che “Bobo” trovò come allenatore quando arrivò all’Inter, che gli insegnò questa arte particolare.

Infine un piccolo aneddoto che meglio di ogni altro descrive l’onestà estrema di questo meraviglioso attaccante, scorbutico a volte, ma di una generosità e di un coraggio di primissimo livello.

Sono stati in tanti ad esaltare la sua prodezza in quella storica semifinale dell’Azteca del giugno del 1970.

La cavalcata sulla fascia sinistra con l’assist “al bacio” per il 4° e decisivo gol di Gianni Rivera.

Ogni volta la stessa domanda.

“Certo che avere la lucidità dopo 115 minuti di pescare con un passaggio millimetrico un compagno al centro dell’area di rigore è un gesto tecnico che solo i grandi campioni possono fare, vero Boninsegna ?”

“No che non è vero. Io pensavo di tirare in porta poi quando mi sono allargato troppo ho deciso che l’unica cosa da fare era mettere la palla in mezzo … sperando che qualcuno dei miei compagni avesse seguito l’azione.

Io non ho visto proprio nessuno. Ne Riva sul primo palo ne Rivera in mezzo all’area. L’ho messa lì perché era l’unica cosa che potevo fare …”.

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Remo Gandolfi

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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