Non c’è nessuno tra gli appassionati del “nostro calcio” che non ricordi quasi con commozione una delle giocate più poetiche e spettacolari della storia di questo sport.

Siamo all’Old Trafford di Manchester a tra i padroni di casa dello United e il Real Madrid si sta giocando per un posto nelle semifinali di Champions League per la stagione 1999-2000. Il Madrid è già in vantaggio per due reti a zero e la partita è ormai senza storia.

Ma di storia ce n’è ancora e tanta.

In mezzo al campo è tutta la sera che c’è un giocatore che fa semplicemente quello che vuole. Detta i tempi del gioco, rallenta, alza la testa e poi riparte. Non sembra un fulmine ma se capisci e “vedi” il gioco prima degli altri allora diventi il più veloce del pianeta.

Quel calciatore si chiama Fernando Redondo.

Il suo caracollare elegante, la sua visione di gioco, il suo sapere mettere sempre il corpo tra se stesso e il pallone tanto da farlo diventare irraggiungibile per gli avversari, con quel suo sinistro che non “calcia” il pallone.

Lo accarezza.

Si è già liberato di Scholes, mica uno che molla facilmente e ora è molto vicino (troppo ?) alla linea laterale e a quella di fondo sulla destra della difesa dell0 United.

Dove cavolo può andare da lì ? Lo pensa qualunque appassionato davanti allo schermo, qualsiasi spettatore dell’Old Trafford e lo pensa anche Henning Berg, il difensore del Manchester United.

Redondo rallenta, riparte e rallenta di nuovo, continuando a dare carezze al pallone con l’esterno del suo piede sinistro.

Ok, adesso farà una finta, rientrerà e “scaricherà” il pallone su qualcuno dei suoi compagni arrivati in supporto.

Lo pensa qualunque appassionato davanti allo schermo, qualsiasi spettatore dell’Old Trafford e lo pensa anche Henning Berg, il difensore del Manchester United.

E invece no.

Redondo si sta per inventare qualcosa che lo renderà immortale.

Perché le partite si vincono o si perdono, i trofei si vincono o si perdono ma certe giocate restano.

Per sempre.

Come la finta di Cruyff, un tunnel di Riquelme, una serpentina di Messi o un’accelerazione di Ronaldo, quello brasiliano.

Redondo inventa un colpo di tacco che supera Berg. Che non può reagire, non può.

Nessuno può pensare ad una giocata del genere.

Berg ci sta ancora pensando quando Redondo riprende il pallone che aveva lasciato solo per un secondo, per fare quel geniale colpo di tacco.

Lo riprende quando il pallone è a pochi centimetri dalla linea di fondo.

Se fosse uscito oggi saremmo tutti più tristi.

Invece no, Redondo lo riprende, alza la testa.

C’è Morientes che si è staccato dai difensori dello United.

Gli chiama la palla.

No, non c’è fretta. Redondo non l’ha mai avuto su un campo di calcio.

La tocca un’altra volta e alza di nuovo la testa.

Da dietro sta arrivando di gran carriera Raul.

Redondo gli appoggia la palla al limite dell’area piccola.

La porta è vuota. Raul spinge il pallone in rete.

Di gol il numero “7” del Real Madrid ne ha fatti tanti … ma uno così facile mai.

Raul segna e corre a festeggiare verso i compagni dall’altra parte del campo.

“Non gliel’ho mai perdonata !” ci scherza oggi Redondo.

“Un cioccolatino così e lui va ad abbracciare Morientes e Mc Manaman !”

Chissenefrega Fernando.

Dopo quella giocata se avessimo potuto ti avremmo abbracciato tutti noi  …

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Remo Gandolfi

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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