Il 18 maggio del 2014 si conclude il “Torneo Final” del campionato argentino. A vincerlo è il River Plate, allenato da Ramon Diaz, autentica gloria prima in campo e poi sulla panchina dei “Millionarios”.

Una settimana dopo il River Plate si consacra “Campione d’Argentina” battendo per una rete a zero il San Lorenzo, squadra vincitrice del “Torneo Inicial” in una finalissima in campo neutro giocata a Mendoza.

Due giorni dopo, il 27 maggio, Ramon Diaz rassegna le sue dimissioni da allenatore del River Plate.

 “Ho portato il River Plate il più in alto possibile. Credo di avere fatto il massimo e che per me diventi impossibile fare meglio” queste le parole di Ramon Diaz al momento di rendere pubblica la sua decisione.

Tra i tifosi della “Banda” ci sono stupore e preoccupazione.

Nessuno ha dimenticato quanto accaduto solo tre anni prima: la retrocessione nella serie cadetta del giugno del 2011 è una ferita che non si è ancora rimarginata e la cui cicatrice rimarrà per sempre nella gloriosa storia dei “Millionarios”.

Dopo che Matias Almeyda aveva riportato l’anno successivo il River in Primera (con un coraggio davvero ammirevole nel farsi carico di una situazione dove c’era tutto da perdere e nulla da guadagnare) Ramon Diaz, tornato a sedersi sulla panchina dei “Millionarios” nel dicembre del 2012, aveva riportato stabilità al Club e il trionfo in quel campionato sembrava solo l’inizio di una nuova fase di successi per il River.

E adesso ?

La dirigenza è spiazzata.

Occorre una scelta oculata, attenta e al tempo stesso popolare, che infiammi i tifosi ma che sia garanzia di continuità e di equilibrio.

Fra i tanti nomi ne sbuca fuori uno, per certi versi sorprendente vista la scarsissima esperienza su una panchina.

E’ quello di Marcelo Gallardo, detto “El Muñeco”.

Sarà la scelta più azzeccata nei quasi 120 anni di storia del Club di Buenos Aires.

Marcelo Gallardo è un ex-calciatore del River e uno dei più amati nella storia recente del Club. Centrocampista intelligente, dotatissimo tecnicamente è stato spesso “l’estensione” in campo degli allenatori che si sono succeduti alla guida del Club grazie alla sua sagacia tattica e alle sue doti di leadership.

Ha intrapreso da pochissimo la carriera di allenatore.

Lo ha fatto in Uruguay, nelle file del Nacional dove nel 2011 aveva chiuso la sua carriera di calciatore e dove avevano immediatamente pensato a lui come nuovo “Mister” del club.

I risultati sono immediati.

“El Muñeco” conquista subito il titolo nazionale qualificando il club per la Copa Libertadores.

Il 30 maggio del 2014 il DS del River Enzo Francescoli annuncia che Marcelo Gallardo sarà il nuovo allenatore del River Plate.

Nessuno, neppure il più ottimista tra gli “hinchas” del River poteva immaginare quello che sarebbe accaduto da quel giorno in avanti …

Non appena si siede sulla panchina del River Marcelo Gallardo chiede essenzialmente due cose: continuità in prima squadra e la possibilità di lavorare con un gruppo coeso (e numeroso !) di collaboratori per riorganizzare il Club dalle fondamenta.

Preparatori, fisioterapisti, nutrizionisti, psicologi e un settore giovanile all’avanguardia e all’altezza dei migliori club europei.

A livello squisitamente tecnico chiede due rinforzi; Julio Chiarini, esperto portiere dell’Instituto e Leonardo Pisculichi, “enganche” dell’Argentinos Juniors oltre alla conferma definitiva di  Carlos Sanchez e Rodrigo Mora in prestito al club al suo arrivo sulla panchina dei Millionarios.

La sua idea di calcio parte da alcuni presupposti fondamentali, che non cambieranno mai in tutta la sua gestione.

La difesa è rigorosamente “a quattro” e i due terzini sono determinanti nella fase d’attacco. Saranno loro a dare ampiezza alle manovre offensive.

Il centrocampo è formato da quattro giocatori disposti “a rombo” come nella più pura tradizione argentina. Ci sarà il “volante difensivo”, il classico “5” che farà da scudo ai difensori, ci saranno due mezzali con caratteristiche anche spesso molto diverse tra di loro. Una sarà magari più portata ad attaccare sull’esterno creando superiorità numerica sulla fascia insieme alle avanzate del terzino oppure sarà un centrocampista più centrale che dovrà sempre e costantemente partecipare alla manovra offensiva, inserendosi spesso anche senza palla per dare profondità al gioco del River.

Poi c’è il “10”. Quello che in Argentina si chiama “enganche” ovvero il trequartista che deve muoversi tra le linee, creare gioco e mettere in condizione le due punte di “far male”.

Si, le due punte. Questa sarà un’altra peculiarità del sistema utilizzato dal “Muñeco”.

In un momento storico dove il 4-3-3 e soprattutto il 4-2-3-1 stanno diventando il dogma in tutto il pianeta calcistico Gallardo considera ancora imprescindibili i due attaccanti.

Sarà una delle tante scommesse vinte da questo geniale allenatore.

Alla prima di campionato, la seconda partita sulla panchina dei “Millionarios” dopo la sofferta vittoria in Coppa d’Argentina ai rigori contro il Ferro Carril Oeste, il River affronta in trasferta i “lupi” del Gimnasia y Esgrima La Plata.

C’è Barovero in porta, la linea difensiva è composta da Mercado, Maidana, Funes Mori e Vangioni. Il centrocampo è formato da Ponzio, un referente assoluto per Gallardo, che giocherà da “volante difensivo”, le mezzali sono Sanchez e Ferreyra con Pisculichi come vertice avanzato di questo “rombo”. In avanti Gallardo non ha timore ad affidarsi a due giovanotti del settore giovanile, i diciottenni Sebastian Driussi e Lucas Boyè, preferendoli per l’occasione ai due titolari Mora e Gutierrez.

La prova del River non è brillante. La squadra è spesso “slegata” e ancora lontana da quell’idea di gioco collettivo, di pressione “alta” e ossessiva che pretende Gallardo.

Sarà un pareggio, con la vittoria che sfuggirà a poco più di un minuto dalla fine grazie ad una rete concessa da una difesa totalmente immobile in seguito ad un calcio d’angolo.

Da quel giorno però il River cambierà passo completamente.

In campionato arrivano tredici partite consecutive senza conoscere la sconfitta e in Copa Sudamericana un percorso pressoché perfetto che si concluderà, dopo otto vittorie, due pareggi e nessuna sconfitta con il trionfo in finale contro l’Atletico Nacional de Medellin.

Sarà il primo trionfo continentale del River Plate dopo diciassette anni di astinenza.

Gallardo conquisterà tutti.

Giocatori, dirigenza e tifosi.

Come ha potuto un allenatore giovane e con così poca esperienza ottenere risultati di tale portata in così poco tempo ?

Per spiegare il “fenomeno Gallardo” occorre partire da molto lontano.

Innanzitutto dal suo “sapere” calcistico.

Marcelo Gallardo a diciassette anni fa il suo esordio nel River Plate.

A 18 segna il suo primo gol con la maglia del River. Lo fa in un Superclasico contro il Boca incaricandosi di tirare un calcio di rigore che si rivelerà decisivo per le sorti del match.

A 21 è il punto di riferimento di una squadra che nelle proprie file ha giocatori del valore di Enzo Francescoli, Marcelo Salas e Sergio Berti.

A 22 è nella rosa dell’Argentina di Daniel Passarella ai mondiali di Francia, diventando sempre più importante nel River e per la sua Nazionale.

Il suo sapere calcistico è immenso.

Un giorno Alejandro Sabella, che fu suo allenatore nella squadra riserve del River e che diventò poi anche allenatore della nazionale Argentina, disse di lui “Se apri il cranio di Gallardo dentro troverai l’enciclopedia illustrata del calcio”.

Perfino un inizio di 2015 non esaltante non scalfisce minimamente la fiducia nel tecnico nato a Merlo, città argentina distante una trentina di chilometri dalla capitale.

Intanto in bacheca si è aggiunta la “Recopa Sudamericana” ottenuta battendo il San Lorenzo sempre per una rete a zero in entrambi gli incontri di finale e poi il progetto ha convinto tutti.

Nelle giovanili tutte le squadre giocano con il sistema implementato dalla prima squadra e Gallardo verifica di persona i progressi della Cantera del River.

“Idealmente un giorno vorrei arrivare a vedere la rosa della prima squadra del River composta solo da giocatore cresciuti nel settore giovanile”.

E’ un’idea visionaria, che riprende quella di Marcelo Bielsa al Newell’s di un quarto di secolo prima … ma che funziona da volano per tutto il club.

Entrare nel River vuol dire essere seguiti in ogni aspetto tecnico e della crescita personale. La rete di osservatori è enorme. I giovani più promettenti devono entrare nelle giovanili del Club.

Intanto il lavoro di Gallardo con la prima squadra continua ad avere un impatto enorme.

“La sua capacità di farti sentire parte fondamentale del gruppo è unica. Sono in molti gli allenatori che parlano dell’importanza del gruppo, di come tutti sono ugualmente importanti, di come ognuno può fare la differenza … poi in realtà sono solo parole”.

Con lui no. Lui mantiene quello che dice. Nessuno è più importante del gruppo. Sa tutto di te e vuol sapere tutto. Non c’è nulla che gli sfugga e ti dimostra ogni giorno quanto tiene a te … e non parlo solo del giocatore.”

Queste parole sono il refrain che praticamente tutti, giocatori attuali e del passato recente del River, raccontano della loro esperienza con il Muñeco.

Uno dei suoi soprannomi è “Napoleone” ma c’è qualcuno che si spinge ancora oltre.

“El mini-Kaiser” lo chiamano.

Il controllo per lui è fondamentale.

Ci sono parametri di disciplina molto chiari, a volte apparentemente molto rigidi.

Ma nei quali i calciatori imparano a riconoscersi e a comportarsi di conseguenza.

In campo e fuori.

Non è una leggenda da spogliatoio quella che racconta di quel promettentissimo centrocampista del River che dopo aver guadagnato stima e ammirazione all’esordio si presentò con in ciabatte e in pantaloncini corti all’allenamento successivo … salvo non venire convocato in prima squadra per oltre un mese !

Gallardo sa come parlare con i propri calciatori. E sa convincerli.

“Non è un venditore di fumo. Quello che dice è sempre in grado di provarlo con i fatti. E non c’è nulla che conquisti di più un calciatore che vedere realizzata la teoria con la pratica” è l’ammissione di uno dei suoi leader storici, capitan Leonardo Ponzio.

E in campo sono in pochi che “vedono” e sanno leggere la partita come sa fare Marcelo Gallardo.

“Non voglio una rosa numerosa. Voglio giocatori duttili, che sappiano disimpegnarsi in più ruoli e che sappiano adattarsi alle diverse situazioni che si presentano in partita”.

Questo è uno dei suoi concetti base.

Nessun integralismo tattico, nessun “Piano A” che deve per forza funzionare.

Il “rombo” di centrocampo diventa spesso un “doble pivote” ovvero un doppio centrocampista difensivo con due mezzali più avanzate e le irrinunciabili due punte. Oppure con uno dei due attaccanti che parte più largo per “aprire” la difesa avversaria e permettere l’inserimento di un centrocampista. Quello che il nuovo arrivato Matias Suarez fa regolarmente partendo dalla sinistra.

Esistono insomma modifiche da attuare prima della partita sulla base delle caratteristiche dell’avversario o modifiche da attuare in corsa durante il match.

E per farlo occorrono i giocatori giusti.

Quando si parla di calciatori “simbolo” del calcio voluto da Gallardo è impossibile trascendere da Ignacio “Nacho” Fernandez.

Voluto fortemente da Gallardo nel 2016 il mancino di Castelli è l’autentico “maestro” del centrocampo del River. La sua duttilità, la sua tecnica e la sua superiore intelligenza tattica permettono al River di utilizzare più sistemi nel corso della stessa partita proprio grazie alla capacità di Fernandez di agire da mezzala tradizionale, da trequartista o addirittura partendo da esterno per poi andare a creare superiorità numerica nella zona più debole della difesa avversaria.

Anche i punti fermi della filosofia calcistica di Gallardo sono in realtà suscettibili di adattamento. Il calcio del River è verticale. Soprattutto fino alla trequarti avversaria. E’ lì che occorre arrivare il più spesso possibile e con più uomini possibile. Il possesso di palla fine a se stesso non rientra nella idea di calcio voluta dal “Muñeco”. Così come non è previsto arretrare una volta perso il possesso di palla. Anzi.

Uno dei motivi per i quali Gallardo adora utilizzare sempre due punte di ruolo e proprio per avere la possibilità di “tappare” l’uscita palla al piede dei difensori avversari il più possibile lontano dalla propria area di rigore.

Marcelo Gallardo, unico nella storia del River ad aver vinto la Copa Libertadores sia da calciatore che da tecnico, non è ancora sazio.

Quando tutti erano ormai convinti che il suo ciclo al River fosse destinato a finire e che le sirene dei grandi club europei fossero ormai troppo suadenti e allettanti, Gallardo ha firmato un nuovo contratto con i suoi adorati “Millionarios”.

Quando il calcio riprenderà il River sarà ancora protagonista, in Argentina come nelle competizioni internazionali.

… ma fossi nei dirigenti di un grande Club europeo mi sarei già mosso con un assegno importante ma soprattutto con un progetto serio per convincere quello che ha tutto, ma proprio tutto, per diventare il miglior tecnico del pianeta.

Con buona pace di Pep Guardiola e di Jurgen Klopp.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Gli inizi calcistici di Marcelo Gallardo sono decisamente particolari. A differenza della maggior parte dei bambini argentini Gallardo non è praticamente interessato al calcio. La sua passione sono gli aquiloni e il suo sogno diventare pilota aereonautico .

Salvo poi accorgersi quasi casualmente che con il pallone ci sa fare parecchio !

A nove anni viene invitato ad un provino per il River Plate.

Ci sono 80 ragazzini che attendono il loro turno.

Giocano praticamente tutti tranne lui.

Dopo tre ore è ancora seduto in panchina. Nel frattempo sta scendendo la sera e il padre insiste per riportarlo a casa. Marcelo non molla. Si rivolge all’allenatore delle giovanili del River chiedendo di giocare. Questi però non lo mette nella squadra dei ragazzi in prova, ma toglie uno dei suoi e lo mette con i ragazzini del River.

Dopo cinque minuti Marcelo deve ancora toccare palla.

I suoi compagni non ne vogliono sapere di passarla a quello sconosciuto.

Marcelo si arrabbia, torna dal mister e gli chiede di giocare nell’altro team.

“Ero talmente arrabbiato che quando mi arrivò il pallone non volevo più lasciarlo. Saltai in dribbling due o tre avversari con il primo pallone giocato, con il secondo feci altrettanto. Giocai in totale non più di 10 minuti. Quando finì la partita l’allenatore mi disse di presentarmi con mio padre il giorno dopo. Ero entrato nelle giovanili del River Plate” racconta Gallardo di quel giorno.

Nel 1999 Gallardo abbandona il River per la prima volta. Ad attenderlo ci sono i francesi del Monaco. Qui rimane quattro stagioni giocando a livelli altissimi e vincendo un campionato e una Coppa di Francia oltre ad essere premiato come miglior calciatore del campionato al termine della prima stagione.

Suo compagno di squadra in quel periodo fu il centrocampista francese Sabri Lamouchi che diede una definizione fantastica di Gallardo calciatore. “Gli tiri una salsiccia e lui ti restituisce un piatto di caviale”.

Nel 2002 in preparazione ai Mondiali di Corea e Giappone gli uomini di Marcelo Bielsa giocano un’ amichevole di preparazione contro la nazionale giovanile argentina. Tra gli altri in campo quel giorno ci sono anche Javier Mascherano e Pablo Zabaleta.

E c’è anche il diciottenne Leonardo Pisculichi.

Al termine di quella partita Marcelo Gallardo si avvicina a quel ragazzino mancino e con i capelli lunghi. “Quando diventerò allenatore ti prenderò nella mia squadra” sono le parole del “Muñeco al giovane centrocampista dell’Argentinos Juniors.

Dodici anni dopo Leonardo Pisculichi sarà il primo calciatore acquistato da Marcelo Gallardo per il River Plate.

Nel maggio del 2014 Marcelo Gallardo riceve un’offerta dal Newell’s Old Boys, una delle due grandi di Rosario. La dirigenza della “Lepra” è intenzionata ad offrirgli il posto di tecnico.

Mentre si sta recando in auto a Rosario arriva una telefonata di Enzo Francescoli. “Muñe, Ramon Diaz si è dimesso. Vieni in sede che dobbiamo fare due chiacchiere” sono le parole del grande ex-attaccante uruguaiano.

Gallardo telefona ai dirigenti del Newell’s, si scusa, fa inversione di marcia e torna a Buenos Aires.

Dopo poche ore firmerà il suo primo contratto da allenatore del River Plate.

Il primo Superclasico di Gallardo sulla panchina del River si gioca il 5 ottobre del 2014 in un Monumental sferzato dal vento e da una pioggia torrenziale. Il gol del Boca in avvio di Magallan complica le cose ai giocatori del Muñeco. Attaccare e fare gioco in quelle condizioni non è affatto facile. Quando Rodrigo Mora sul finire del primo tempo calcia un rigore alle stelle per il River sembra proprio una giornata storta.

Ad un quarto d’ora dalla fine Gallardo fa il suo ultimo cambio.

Toglie un centrocampista, Sanchez, per inserire un difensore, German Pezzella (l’attuale capitano della Fiorentina). Calciatori e hinchas del River rimangono spiazzati. C’è da pareggiare una partita e Gallardo toglie un centrocampista con spiccate doti offensive per inserire un difensore ? E’ forse impazzito ? Pezzella va in campo ma non si sistema nel suo ruolo naturale al centro della difesa ma si va a posizionare al centro dell’attacco dei Millionarios. Passano tre minuti e su un cross dalla sinistra di Vangioni il difensore centrale del River sale in cielo per impattare il pallone. Oriol, il portiere del Boca, compie un mezzo miracolo riuscendo a respingere il pallone … sul quale però si avventa lo stesso Pezzella che con l’esterno del piede destro lo spinge in fondo alla rete. Il Monumental impazzisce. Pezzella corre verso la panchina “Es tuyo ! Es tuyo !” grida indicando Gallardo … che quel giorno conquisterà un altro pezzetto del cuore dei tifosi del River.

Come detto uno dei grandi referenti nel team per Gallardo è sempre stato, fin dal suo arrivo sulla panchina del River, il centrocampista Leonardo Ponzio.

“Quando arrivai al River e vidi Ponzio per la prima volta mi spaventai” racconta l’attuale tecnico del River.

“Aveva i capelli lunghissimi, una barba altrettanto lunga e incolta,ed era  magrissimo. Sembrava Tom Hanks in “Cast Away !”.

Ponzio non era tenuto in nessun tipo di considerazione dal precedente tecnico Ramon Diaz ed era ad un passo da firmare per il Racing … salvo poi diventare una delle pietre miliari della formazione di Gallardo … tagliandosi però capelli e barba !

Il primo trionfo del River dell’era Gallardo arriva però in uno dei momenti più difficili della vita di Marcelo. Pochi giorni prima della partita di ritorno con l’Atletico Nacional muore la madre del tecnico, Ana Maria. E’ a lei che “El Muñeco” dedicherà il suo primo grande trofeo con i Millionarios.

In questi sei anni al River c’è stato solo un momento in cui i tifosi del River hanno realmente tremato all’idea di perdere il loro “Napoleone”. E’ stato nel 2016 quando, dopo la vittoria in Coppa d’Argentina contro il Rosario Central, Gallardo dichiara che “vado a prendermi qualche giorno di riflessione per capire cosa voglio veramente fare”. Pochi giorni dopo, in una conferenza stampa, la decisione di continuare il rapporto con il River … per la gioia di ogni singolo tifoso del club della “banda”.

Ad oggi Marcelo Gallardo è ancora il tecnico del River Plate.

L’amore per questi colori ha radici profonde e non è detto che il sogno di dirigenza e di tutti gli hinchas dei Millionarios di averlo al timone ancora per tanti anni non si avveri … per il calcio europeo sarebbe però una perdita immensa perché allenatori di questo spessore, in giro, ce ne sono proprio pochini …

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Remo Gandolfi

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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