John Barnes, il 10 e 1⁄2 che stava per impattare Maradona

«…la va a tocar para Diego, ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial, y deja el tercero y va a tocar para Burruchaga… ¡Siempre Maradona! ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta… Goooooool…Gooooool… ¡Quiero llorar! ¡Dios Santo, viva el fútbol! ¡Golaaaaaaazooooooo! ¡Diegooooooool! ¡Maradona! Es para llorar, perdónenme … Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste? ¡Para dejar en el camino a tanto inglés! ¡Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!… Argentina 2 – Inglaterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0.»

Quante volte, nelle ultime settimane, abbiamo sentito la voce sgolata, strozzata e gioiosa a un tempo, di Víctor Hugo Morales cantare da par suo, con parole immortali e in presa diretta, un gol bellissimo?

Il grande ct Bobby Robson rimase probabilmente frastornato dalla serpentina di Maradona al punto che, forse, oltre ad aver ubriacato i calciatori inglesi, quella sontuosa giocata aveva altresì obnubilato anche la sua facoltà di saper leggere le partite.

Già, perché a un certo punto, Bobby Robson, voltandosi verso le riserve, si dovette render conto d’aver in panca qualcuno che sapeva fare il Maradona.

E questo qualcuno aveva già fatto qualcosa di simile a quella cosa di un altro pianeta vista da Morales al minuto 56.

L’aveva fatta nel 1984.

Al Maracanà.

Contro il Brasile.

Si ricordò tardi di quella amichevole per commemorare la federazione brasiliana, il buon Bobby Robson, che mandò in campo solo nell’ultimo quarto d’ora di quell’Argentina-Inghilterra John Barnes.

Alto, muscoloso, con un fisico più da quattrocentista che da calciatore, Barnes si posizionò sulla sinistra dell’attacco.

In quel quarto d’ora e poco più, Giusti e Enrique non riuscono a prenderlo quasi mai e quel colored, all’epoca si diceva ancora così, servì due assist sontuosi a Lineker.

Sul primo, Barnes sgusciò via tra Enrique e Giusti e Gary segnò il sesto gol al mondiale; sul secondo sempre Enrique provò invano a contrastare Barnes, ma ad entrare in rete, la seconda volta, fu solo Lineker, con Olarticoechea che si produsse in un salvataggio da urlo.

John Charles Barnes stava per impattare, quasi da solo, quella partita entrata nella Storia del Calcio.

E in poco più di soli quindici minuti.

Gli unici del suo mondiale.

In quel mondiale messicano, Robson, che già ne apprezzava le qualità, affiancò a Lineker ora Hateley e ora Beardsley, ma si ricordò di Barnes solo sullo 0-2 per l’Argentina. E non si può neanche dire che la dimenticanza fosse figlia di una visione calcistica sparagnina, visto che Robson in quel mondiale giocò sempre con due punte più uno come Hoddle, con scampoli di partite nei quali aggiunse a questi piedi buoni anche la fantasia niente affatto albionica di un cavallo pazzo come Waddle.

E difatti Barnes a sinistra e Waddle a destra resero duri, angosciosi e lunghi quei minuti finali agli argentini.

Barnes aveva piedi fatati e inventiva innestati su un fisico in grado di resistere a cariche e spallate.

Non lo prendevano tecnicamente, gli argentini, né riuscivano a tenerlo fisicamente.

Chissà cosa sarebbe successo se fosse entrato solo un altro quarto d’ora prima?!

Origini giamaicane, nazionalità inglese e piedi da sudamericano, da brasiliano: questo ed altro era John Barnes.

Nel 1987 lasciò il Watford per accasarsi ai Reds.

A Liverpool, per sostituire il partente Ian Rush per la città della Mole, quell’estate arrivarono John Barnes, classe 1963, e Peter Beardsley, coetaneo del gallese.

I due nel 1987 non lo sapevano ancora, ma avrebbero formato in rosso una coppia storica: la B2.

Va detto che all’epoca simili acronimi non andavano ancora di modo, anche se, solo un annetto dopo, una B2 (Baggio-Borgonovo) cominciò a furoreggiare anche in Italia, laddove qualche anno dopo si cominciò a parlare anche di una P2, in relazione non già a logge coperte, bensi alla coppia pisana Piovanelli-Padovano.

Curiosità: Barnes fu offerto anche allo United, ma fu bocciato Alex Ferguson.

Ala o mezzala sinistra (il 10 di quei tempi), Barnes sapeva disimpegnarsi alla grande in ogni fondamentale, dagli assist alle giocate ubricanti, dai gol su azione alle realizzazioni da fermo.

Ben presto il suo gioco estroso, deliziosamente e straordinariamente tutto mancino, cominciò a far breccia nella Kop.

Barnes rimase in rosso per dieci anni, e per molte partite fu l’uomo della pioggia, quello in grado di far accadere le cose, quello che, con un assist, una giocata o un gol, è in grado di cambiare e indirizzare le partite.

Non proprio un dieci classico, ma nemmeno solo un undici, il gioco fantasioso e imprevedibile di Barnes può essere ingabbiato solo in un 10 e 1⁄2, laddove, grosso modo in quegli anni, l’Avvocato apostrofò il futuro coniglio bagnato come un 9 e 1⁄2.

Un gioco anche redditizio, visto che subito, nel 1988, arrivò il titolo per i Reds e il double per John Barnes, eletto miglior calciatore inglese tanto per la FWA quanto per la PFA.

Bisserà il FWA (Footballer of the Year) anche nel 1990, Barnes.

Anni pari, il 1988 e 1990, e ciò per gli appassionati di calcio significa grandi competizioni. John Barnes arrivò con i gradi di miglior calciatore inglese agli Europei del 1988 e ai Mondiali del 1990.

Deludendo in entrambe le kermesse.

In queste due occasioni, Bobby Robson, sempre lui, s’affidò ed eccome a Barnes, ma ne rimase deluso.

Robson ha in seguito definito un enigma, un mistero le scarse prestazioni di Barnes in quelle due competizioni.

John non giocò mai in queste kermesse come in Messico o al Liverpool, come sapeva insomma, e dopo essere stato sostituito all’intervallo (dal compagno di squadra Peter Beardsley) del quarto di finale tra Inghilterra e Camerun non vide più il campo ai mondiali in terra italiana.

Robson in una intervista ebbe a dire che pensava ogni giorno, e più volte al giorno, alle scelte compiute per la semifinale Inghilterra-Germania Ovest.

Barnes quella partita non la giocò, ma magari (perché no?) si sarebbe sbloccato, al pari di Pablito o del Divin Codino, dopo partite tutto sommato deludenti.

Chi può dirlo?

Certo è che di Barnes, del vero Barnes, nel mondiale italiano non si vide traccia.

Il mondiale che fece piangere Maradona.

Il 29 Aprile del 1990, con il gol di Baroni alla Lazio, il Napoli di Maradona conquistò il secondo scudetto.

Il giorno prima, ossia il 28 aprile 1990, Ian Rush e John Barnes, timbrando la vittoria del Liverpool sul Queens Park Rangers, permisero ai Reds di festeggiare il titolo con due giornate d’anticipo.

Era il secondo titolo nazionale anche per Barnes, e nessuno, in riva al fiume Mersey, avrebbe potuto immaginare trent’anni di attesa per festeggiare di nuovo. Nel golfo di Napoli invece stanno ancora aspettando…

Nessuno immaginava un’attesa così lunga, non certo con un Barnes che a ventisette anni sembrava nel pieno della maturità calcistica ed emotiva.

La nazionale inglese fece a meno di Barnes agli Europei del 1992.

Scelta obbligata, questa volta, per via di un infortunio.

Alla fine i gol di Barnes con il Liverpool raggiunsero quota 108 gol (in 407 presenze); gol e giocate che portarono alla conquista di sette trofei, tra coppe e campionati. Ma è sempre difficile tradurre in cifre aspetti immateriali come l’amore di un calciatore per la maglia e la devozione di un tifoso per un atleta.

Amatissimo dalla Kop, di lui Phil Thompson ebbe a dire “Per me è stato uno dei migliori tre giocatori a giocare per il Liverpool, con Kenny Dalglish e Steven Gerrard, il che è un grande elogio dato i grandi giocatori che hanno indossato questa maglia.”

Mentre per Peter Beardsley, destinatario preferito dei suoi assist al bacio, Barnes è stato, semplicemente “il miglior calciatore con il quale abbia mai giocato e forse, per alcuni anni, il migliore al mondo.”

Saltò, come detto, l’appuntamento con gli Europei scandinavi, quelli della favola della Danimarca e del povero Kim Vilfort, ma in previsione di quell’appuntamento la Krisalis, stante la popolarità di John, programmò e implementò, sempre nel 1992, un videogioco dal nome John Barnes European Football.

Potete ben capire ispirandosi a chi.

Calciatore e uomo a tutto tondo, Barnes si è sempre impegnato anche in attività sociali. Essere un nero e un vincente era una combinazione pericolosa negli anni ’80 e infatti Barnes ha avuto modo di dire d‘aver “vissuto apertamente il razzismo come calciatore negli anni ‘80 e nei primi anni ‘90, ma questo era, o è, nulla in confronto a quello che le persone di colore di ceto medio devono affrontare tutti i giorni nelle città dell’Inghilterra rurale. Sono John Barnes, calciatore di alto profilo a cui hanno lanciato delle banane durante una partita, e che riceveva insulti razzisti da persone ignoranti per 90 lunghi minuti”

Una banana gli fu infatti lanciata in uno dei derby della Mersey dai tifosi dell’Everton, che mai gli risparmiavano vergognosi e viscidi insulti razzisti, accompagnati dal coro “Evertons are white”.

Impegnato ma con giudizio, senza gli isterismi e i militarismi dei fanatici, il Barnes impegnato e bersaglio dei razzisti ha fatto sentire la sua voce per stigmatizzare i fatti avvenuti in Psg-Basaksehir.

“Da anni cerchiamo di essere identificati come ‘neri’ e non ‘coloured’. Poi, quando siamo chiamati neri in un modo semplice e descrittivo, non offensivo, ci lamentiamo. Ecco, c’è lo staff tecnico del club di Istanbul…

Uno di loro deve essere rimosso e l’arbitro chiede all’arbitro di riserva chi è esattamente.

Qualcuno può spiegarmi in quale altro modo l’arbitro avrebbe dovuto chiamarlo in modo diverso da ‘nero’ se non conosce i nomi degli allenatori e non hanno i numeri?

Descrivere l’autore del reato come “nero” non è razzismo!

Cos’altro può dire in modo che il giudice capisca di chi sta parlando?” ha detto e scritto Barnes sui social ricostruendo quanto accaduto.

Frasi che non sono piaciute a tutti, alcuni sono arrivati persino a bollarlo di razzismo.

In apertura di post ho parlato di un gol al Brasile.

Al Maracanà.

Essendo del 1963, lascio a voi il compito di calcolare quanti anni aveva nel 1984 John Barnes quando segnò al Brasile dopo aver dribblato, come Maradona, quattro o cinque calciatori del Brasile.

Il video è su youtube e sono in molti a pensare a quel gol come il più bello segnato da un calciatore con la maglia della nazionale inglese.

Chissà cosa pensarono quel giorno Junior e Renato Gaucho vedendo slalomeggiare quel ragazzo con più capelli in testa che anni sulle spalle?

E rimane un mistero il fatto che uno come John Charles Barnes sia ormai quasi del tutto dimenticato.

Da molti sì, ma non dalla community de Ilnostrocalcio.it

Massimo Bencivenga

About Author /

Massimo Bencivenga nasce a Piedimonte Matese (CE) nel 1976 e lavora come blogger e web content. È lettore vorace, appassionato di Storia (in particolare di Storia della Scienza e Storia militare) sport e religione, nonché autore di circa trenta racconti risultati vincitori o premiati in svariati concorsi letterari. Come Galeano ama percorrere contromano la strada giusta: quella dei dimenticati, dei romantici e di quelli che hanno saputo rialzarsi.

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