Steve Bull è stato per anni la bandiera del Wolverhampton accettando di giocare per questo team anche in Seconda e addirittura Terza divisione nonostante abbia sempre avuto tanti team di categoria superiore interessati al suo cartellino.

Modelle di professionalità, serietà e dedizione … Steve Bull resta comunque pur sempre un calciatore britannico.

E nessuno, o quasi, da quelle parti è esente da certe abitudini.

È il 1° gennaio del 1990 e come da tradizione nel calcio inglese si gioca. Il Wolverhampton è a Newcastle per una importante partita di campionato.

La sera prima i giocatori, in ritiro in un albergo di Newcastle, ricevono il benestare dal manager Graham Turner per poter bere «qualche birra per celebrare il nuovo anno».

A Bull e a tre suoi compagni non è esattamente chiaro a quanto esattamente corrisponda il concetto di “qualche birra” e così iniziano una “session” di un certo livello.

Quando Steve chiama sua moglie, poco dopo la mezzanotte, per gli auguri di rito, riesce solo a biascicare qualche parola. «Steve, ma sei completamente ubriaco!» gli urla la moglie.

Bull se la cava con qualche parola di scuse prima di riagganciare.

Il giorno dopo, quando con il resto della squadra Bull e i suoi tre “valorosi compagni di bevuta” arrivano al St. James’ Park, sono in condizioni pietose.

Ad accrescere il loro dispiacere è constatare che quasi 4.000 tifosi dei Wolves hanno seguito la squadra per l’occasione.

Il primo tempo è un monologo del Newcastle.

Per fortuna il portiere dei Wolves, Mark Kendall, non fa parte dei quattro “bevitori” e con una serie di miracoli (incluso un rigore parato) permette ai “Lupi” di andare negli spogliatoi sullo 0 a 0.

Nella ripresa i postumi della sbornia iniziano a diradarsi. Il Wolverhampton sale in cattedra e Steve Bull, un fantasma nei primi 45 minuti, diventa un ”toro scatenato”. Segna tutte e quattro le reti della vittoria per 4 a 1 del Wolverhampton, uscendo dal campo con l’ennesimo pallone del match e soprattutto tra gli applausi dello sportivissimo pubblico di Newcastle.

«A fine partita confessammo quanto accaduto la sera prima. Turner ci perdonò ammettendo che aveva capito che c’era qualcosa che non andava in noi nel primo tempo -ricorda oggi Steve Bull- … anche se non so cosa avremmo fatto se le cose fossero andate diversamente. Di sicuro c’è che fu l’ultima volta che presi  una sbornia il giorno prima di una partita!»

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Remo Gandolfi

Remo Gandolfi è nato e vive a Parma. Ha un patentino di allenatore messo in qualche ripostiglio a prendere polvere, ama il calcio, il ciclismo, la musica rock, la storia contemporanea, l’Argentina, tutti i piatti con il tartufo e la Guinness. E sull'amato pallone la pensa esattamente come Angel Cappa, figura romantica del calcio argentino: “Non si può ridurre il calcio solo al risultato, come non si può ridurre l’amore solo all'orgasmo”.

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