I rigori della crescita dei gemelli del gol

Ho in mente di acquistare, prima o poi, La Bella Stagione, il libro di Gianluca Vialli e Roberto Mancini,

gli ex gemelli del gol, che racconta, con contributi degli altri calciatori, lo scudetto del 1990-91.

Mi aspetto dal libro numerosi e gustosi aneddoti su una allegra brigata di compagnoni che magari hanno

vinto meno di quel che avrebbero potuto, visto che erano fortissimi, tanto in ambito nazionale quanto

sullo scacchiere europeo, ma che, nondimeno, si son sempre divertiti ed eccome. Mi vien da ricordare

quando raparono a zero a forza viva Vialli, in possesso di una chioma riccioluta che rimandava al biblico

Sansone. Così come mi aspetto che venga definitivamente sfatata la leggenda metropolitana di un Boskov

che faceva la formazione insieme ai succitati gemelli del gol; se non altro perché alcuni dei giocatori che i

due avrebbero voluto sempre in campo scelsero di partire per altre destinazioni visto e considerato che zio

Vujadin non li vedeva.

Non titolari, almeno.

Una squadra partita da lontano, dal 1982 con l’acquisto del Mancio, e di fatto terminata nel 1992, dopo la

finale di Coppa dei Campioni (o era già Champions League?) persa, con diversi gol divorati, dalla Samp

contro il Barcellona di Koeman, Stoichkov e di un giovane Guardiola. Da un gemello a un altro: l’epopea

Samp iniziò con l’arrivo del Mancio e terminò con la partenza di Vialli.

In mezzo: uno Scudetto, tre Coppe Italia (e altre due finali perse), una Supercoppa Italiana (con due finali

perse), una Coppa delle Coppe (e un’altra finale persa), una finale di Supercoppa Europea e una Coppa

dei Campioni.

Vialli e Mancini, in rigoroso ordine di anzianità, incarnano al meglio quegli anni scanzonati e leggeri, ma

avrebbero potuto fare quel che fecero senza il mai troppo rimpianto presidente Mantovani senior? Uno

degli ultimi presidenti a trattare i calciatori come figli.

Vialli e Mancini rappresentano anche però il più grande travaso mai effettuato di azzurri dall’Under 21

alla nazionale A. Per certi versi la nazionale Under 21 del ciclo 1984-86 incarna la nostra meglio

gioventù; nessuna nazionale A azzurra ha mai assorbito così tanti calciatori da una Under 21 a fine ciclo.

Complice il mondiale messicano, dove gli spagnoli non avevano saputo replicare le gesta di qualche anno

prima, e complice anche l’approdo di Vicini (ct di quell’Under 21) alla nazionale maggiore, ecco che, sin

dalla prima partita, si potè notare l’innesto giovane, con Zenga, Vialli, Donadoni e De Napoli subito

titolari e Mancini a entrare a partita in corso.

Era l’8 Ottobre del 1986.

Una settimana dopo, questi cinque e gli altri dell’Under 21 giocarono la finale di andata dell’Europeo di

categoria contro le Furie Rosse spagnole.

Fu una vittoria sofferta e in rimonta per 2-1 per effetto delle reti di Vialli e Giannini, la prima siglata

risolvendo un mischione, la seconda con un morbido calcio di punizione. In quella Under 21 c’erano

anche Francini e Matteoli, che faranno parte anche loro della nazionale A, e Ferri e Giannini che ne

saranno ancor più protagonisti.

Francini, dicevo.

Fu proprio il difensore all’epoca in forza al Torino a impattare la gara sull’1-1 dopo l’iniziale vantaggio di

Eloy in quel di Valladolid. In quella squadra c’era Paco Llorente, nopote del grande Francisco Gento, sì,

quello del Grande Real cantato anche da Max Pezzali.

Rete che perlomeno portò gli azzurrini ai supplementari e ai rigori, dopo il 2-1 timbrato da Roberto con

non poche colpe dei nostri difensori che presero gol pur essendo ben piazzati e in vantaggio numerico

nell’area grande. Appena dentro l’area c’era anche il nostro capitano, il doriano Gianluca Vialli.

Nella lotteria (ma è davvero così?) dei rigori ci furono tre errori su tre (Giannini, Desideri e Baroni) degli

azzurrini che condannarono la più bella (e perdente) under 21. Probabilmente Vialli avrebbe tirato uno

degli ultimi due.

La meglio gioventù crebbe a forza viva, perché ai tempi agli Europei dei grandi ci andavano solo 8

squadre, solo le vincenti dei gironi e la squadra di casa.

Il 3 Giugno del 1987 l’Italia andò in Svezia a difendere il primato nel girone. Le cose sembravano

mettersi bene, visto che Tricella fece un lancio dei suoi e il Mancio si procurò un rigore. Mancini in

quella partita giocava all’ala destra, al posto di Donadoni, Vialli era all’ala sinistra e il centravanti era

Altobelli, ai tempi capocannoniere di tutto il percorso delle qualificazioni. Di solito i rigori li tirava Spillo,

ma quella volta Mancini, in barba anche all’antica euristica che sconsiglia che a tirare sia lo stesso

calciatore che s’è procurato il penalty, posizionò il pallone sul dischetto e si fece ipnotizzare da Thomas

Ravelli. Dopo l’errore l’Italia, semplicemente, evaporò dal campo perdendo partita e testa del girone.

Un gemello toglie e un altro dà.

Nel Novembre del 1987, Gianluca Vialli timbrò la doppietta contro la Svezia che proiettò, de facto,

l’Italia a Euro 1988; e il primo gol di quella kermesse porta stampato il nome di Mancini, del suo

diagonale alla Germania Ovest.

Facciamo un balzo in avanti di due e troviamo Vialli, reduce da una stagione travagliata anche per via di

un brutto infortunio, che sbaglia il rigore contro gli USA a Italia ’90, compromettendo la partita e il suo

mondiale. Un mondiale che avrebbe dovuto vederlo protagonista principe e che invece lo vedrà quasi

spettatore non pagante. Mancini, in quel mondiale non fece neanche un minuto. E forse in quel mesetto

prese forma la meravigliosa idea di dar spazio a tutti, anche al portiere di riserva.

Sia come sia, i gemelli del gol fecero una grandissima annata 1990-91.

Giocate e gol.

Tanti gol per Vialli, alla fine sarà bomber del campionato pur giocando meno di altri suoi concorrenti.

Giocate e gol da cineteca anche per Mancio, uno su tutti quella fantastica e chirurgica volèe contro il

Napoli di Maradona che, dopotutto, era Campione d’Italia in carica.

Alla giornata numero 31 ci fu lo scontro al vertice: Inter-Sampdoria. Una partita nervosa, tesa, con i

doriani a cercare di portare a casa la pellaccia e i nerazzurri obbligati a vincere. Parapiglia e testa contro

testa dei capitani Mancini e Bergomi: fuori entrambi.

Ci perde la Samp, pensai.

L’Inter perde un difensore in una partita che deve giocare all’attacco, mentre la Samp perde il direttore

d’orchestra dei micidiali contropiedi di quelli all’ombra della Lanterna.

Questo pensai.

Naturalmente non ci presi.

Vialli rubò palla a Stringara, la recapitò sui piedi di Dossena che, da esterno qual era, si ricordò d’essere

stato un signor diez e mise la palla oltre Zenga.

Poi rigore.

Per l’Inter.

Non ricordo rigori sbagliati da Matthaus quell’anno. E ne ricordo pochi in generali falliti dal grande

giocatore teutonico, ma quella volta lothar calciò addosso a Pagliuca che forse, non solo per il rigore, fu il

migliore in campo di quella partita.

Una partita che fece pendere ancora di più lo scudetto verso la Liguria quando Vialli aggirò il suo fraterno

amico Walter per insaccare la seconda rete. Una rete che sapeva di scudetto e consacrazione per i gemelli

del gol.

Della finale di Wembley 1992 inutile parlare.

Confesso d’aver voltato gli occhi da un’altra parte quando ho visto Vialli abbracciare Mancini dopo la

vittoria, ai rigori, dell’Europeo. Non volevo che a casa vedessero i miei occhi lucidi, la meglio gioventù

alla fine ha vinto, perché l’energia non si crea né distrugge: si trasforma.

Mancio e Vialli hanno vinto.

I rigori, sul campo o nella vita, si possono sbagliare, ma non bisogna aver paura di tirarli

E infine, nella Spagna giocava Marcos Llorente, figlio di Paco nipote di Francisco Gento.

Paco c’era quando iniziarono i dolori dei rigori della crescita, ma chissà se è stato contento dei rigori della

vittoria.

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Massimo Bencivenga nasce a Piedimonte Matese (CE) nel 1976 e lavora come blogger e web content. È lettore vorace, appassionato di Storia (in particolare di Storia della Scienza e Storia militare) sport e religione, nonché autore di circa trenta racconti risultati vincitori o premiati in svariati concorsi letterari. Come Galeano ama percorrere contromano la strada giusta: quella dei dimenticati, dei romantici e di quelli che hanno saputo rialzarsi.

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