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Calcio Totale

Quando Rinus Michels applicò le idee di Reynolds sul calcio totale dapprima all'Ajax e poi alla nazionale olandese sapeva di aver posto le basi per una rivoluzione calcistica che avrebbe scavalcato gli anni '60 e '70. Nelle sue idee i calciatori non avevano un unico ruolo all'interno degli schemi della squadra: tutti dovevano saper fare tutto, dovevano adattarsi alle diverse fasi di gioco, dovevano sacrificarsi e aprire i propri orizzonti mentali. Questa filosofia di gioco ha cambiato radicalmente il modo di intendere il calcio, sino ai nostri giorni, ma non è soltanto di tattica ciò di cui stiamo parlando. Al di fuori del rettangolo di gioco il calcio totale è una splendida metafora per indicare il ruolo di questo sport all'interno della nostra società. L'ecletticità di un calciatore come Johan Cruijff ne ha fatto un'icona del calcio moderno, punto di osservazione speciale per chiunque voglia comprendere le trasformazioni interne al mondo del calcio. Allo stesso modo, i tanti ruoli che questo sport può assumere all'interno della società fanno di esso l'osservatorio privilegiato delle molteplici trasformazioni che riguardano l'uomo, la collettività, l'ambiente, la politica e la mentalità del nostro tempo. Il calcio vive le stesse contraddizioni che animano la società, ne assorbe le metafore, ne subisce le trasformazioni e ne causa delle altre, attraverso un processo di mutua corrispondenza. Compito di questa rubrica è raccontare storie di uomini, di donne, di istituzioni che hanno utilizzato il calcio per cambiare le proprie vite e quelle di intere collettività, o per porre trasformazioni epocali all'interno della società. Chi pensa al calcio come ad un'enorme industria di marketing e business non dice certo una fesseria, ma sarebbe sbagliato applicare quest'etichetta all'intero mondo del calcio. Non esistono soltanto i campi di gioco dei più prestigiosi club internazionali, gli accordi miliardari con gli sponsor, l'inno della Champions League o il trofeo della Coppa del Mondo. Esistono anche campetti in terra battuta, strade asfaltate nelle quali si fa rotolare una lattina di Estathé dentro una porta fatta da zaini scolastici o di ciabatte. Esistono orfanotrofi, carceri, centri di cura per malati mentali all'interno dei quali il calcio è l'unico modo per evadere da una società che ti costringe ad essere un recluso, privo di ogni forma di libertà, privo anche del tuo stesso nome. Sono queste le storie che rendono il calcio lo sport più affascinante del mondo, a noi resta soltanto il compito di scovarle e di raccontarle.

samoa

 

Nicky Salapu gioca alla PlayStation. I suoi occhi sono inchiodati sullo schermo, le sue dita non si staccano dal controller. Il secondo joystick, attaccato alla console, è a terra accanto a lui: nessuno lo tiene in mano. 

La partita sullo schermo è Samoa Americane vs. Brasile. I minuti scorrono veloci e i giocatori in maglia blu segnano un gol dopo l'altro. Salapu non si ferma mai, appena segnato un gol ne vuole un altro, e un altro ancora. Accanto a lui, l'altro joystick è sempre a terra e sullo schermo i giocatori avversari restano immobili.

La partita contro il Brasile finisce 16-0 per Salapu, ma la notte è ancora lunga. Tocca ancora all'Argentina, poi all'Inghilterra, alla Germania, alla Francia, all'Italia, all'Olanda, alla Spagna e infine agli U.S.A. Salapu gioca sempre allo stesso modo: da solo contro tutti e contro nessuno. I risultati sono sempre gli stessi: 21-0, 18-0, 15-0, ecc. I suoi occhi iniziano a lacrimare per il troppo tempo passato davanti allo schermo. In preda allo sfinimento decide di smettere, posa anche il suo joystick per terra e spegne la console.

 

 

foto 1

 

1917

Quell'anno il Natale arrivò subito, quantomeno per le persone che lo stavano aspettando con ansia. I quartieri di Preston erano tappezzati di manifesti che invitavano il pubblico della città ad assistere a quella straordinaria Great Holiday Attraction. Luogo dell'appuntamento era lo stadio di Deepdale.

Negli anni della Grande Guerra i paesi di tutta la Gran Bretagna (così come nelle altre nazioni) impiegavano molto del loro tempo nel programmare attività sportive, per tenere il più lontano possibile la preoccupazione per i propri cari al fronte. Spesso il ricavato di quegli eventi andava a finire nelle casse di associazioni caritatevoli patrocinate dai Lords del Regno, i quali non perdevano occasione per trarre un personale interesse economico dal dolore causato dalla guerra.

La partita di quel Natale, però, aveva qualcosa di particolare, al limite dello straordinario. I 10.000 spettatori seduti sugli spalti non sapevano di assistere al prologo di un'epopea che sarebbe durata molti decenni. In molti se la ridevano, davano di gomito al proprio vicino per irridere i protagonisti di quello spettacolo, quasi fossero davanti ad una manifestazione circense messa in atto da soli clown. Sotto i loro occhi, però, ignare di tutto, le ragazze seguirono il rituale alla perfezione: l'entrata in campo lungo due file separate, la foto con tutti i componenti della squadra, la stretta di mano con l'arbitro, il lancio della monetina e la scelta della propria metà campo. Tutto era pronto, si poteva cominciare.

I 90 minuti che seguirono lasciarono tutti senza fiato. Il pubblico era composto in maggior parte da uomini, gli uomini per bene, quelli della Gran Bretagna aristocratica e moralizzatrice. Nessuno di loro si sarebbe mai aspettato di vedere ventidue ragazze in pantaloncini corti, cortissimi, al limite della decenza (della loro decenza) giocare a calcio come facevano i loro mariti o i loro fratelli. Eppure per quelle ragazze fu tutto facile, almeno per undici di loro, le Dick, Kerr's Ladies. Chiusero la partita 4-0, a segno Whittle, Birkins e Rance (doppietta). Le ragazze dell'Arundel Coulthard Foundry furono soltanto le prime di una lunga serie.

Negli anni del primo Novecento le donne di qualsiasi età erano ben lontane da quell'emancipazione che raggiunsero nella seconda metà del secolo. La maggior parte di esse era senza un lavoro e senza un'adeguata scolarizzazione, per non parlare poi di libertà politica ed economica. Quasi tutte le donne d'Europa passavano i loro giorni a rincorrere i propri figli, ad accudirli a sfamarli senza avere il becco di una sterlina. Le poche che avevano la fortuna di percepire uno stipendio erano sfruttate oltre ogni modo dai propri datori di lavoro (non meno dei loro mariti), per percepire la metà o un terzo dello stipendio dei colleghi dell'altro sesso. 

Sotto certi aspetti la Grande Guerra si presentò a molte donne come un'occasione di forte riscatto sociale. Dopo aver offerto i propri mariti e i propri figli al fronte, le donne si impegnarono per offrire loro anche tutte le munizioni e il vestiario di cui avevano bisogno per avere salva la pelle. Tutte le fabbriche si convertirono subito in aziende tessili e metallurgiche, la cui manodopera fu ricoperta interamente da donne. I salari restarono comunque bassissimi, lo sfruttamento era in ogni caso elevato, ma in molte seppero sfruttare quell'opportunità per sopperire alle difficoltà quotidiane.

Per tenere alto il morale di queste lavoratrici lo Stato incoraggiava spesso eventi sportivi che vedevano le donne come protagoniste principali. In questo modo ogni fabbrica, nel suo cortile, ospitava quotidianamente partite di football femminile. All'inizio si giocava in maniera amatoriale, senza nulla a pretendere, ma col passare del tempo il cortile della fabbrica divenne troppo stretto per quelle ragazze. Le munitionettes, come venivano chiamate allora (o anche canary girls, a causa del colore giallastro che assumeva la pelle a stretto contatto con TNT), iniziarono ad allenarsi in veri campi di calcio, subito dopo aver assistito agli allenamenti dei loro colleghi maschi (quei pochi che erano sopravvissuti alla chiamata alle armi), allenate da veri misters, per disputare veri incontri di calcio ogni fine settimana. 

Le squadre di calcio delle munitionettes prendevano il nome dalla fabbrica in cui lavoravano la maggior parte di esse, proprio come la Dick, Kerr's Ladies. La Dick, Kerr & co. Ltd era una fabbrica di tram e di sistemi di illuminazione per le ferrovie di Liverpool, fondata dagli scozzesi William Bruce Dick e John Kerr intorno al 1900. Come molte altre fabbriche venne convertita in prodruttrice di munizione, dando lavoro a molte donne del Lancashire. Tra di loro c'erano le giovanissime Florrie Redford, Lily Parr, Alice Kell, Alice Woods e Alice Norris.

Leggere oggi questi nomi probabilmente non produce nessun effetto, nemmeno in terra inglese, il che la dice lunga sul ruolo che il calcio femminile ha avuto nella complessiva storia del calcio. Però, provate ad immaginare... provate ad immaginare una squadra di calcio femminile con un record di imbattibilità di 200 partite; provate ad immaginare quella stessa squadra portare allo stadio 17.000 spettatori in più rispetto ai colleghi maschi; provate ad immaginare la classifica dei più grandi marcatori di tutti i tempi e di leggere al secondo posto, dopo un certo Pelè, una tale Lily Parr; provate ad immaginare, infine, Matt Busby commentare le giocate di uno dei calciatori più forti che avesse mai visto, a tal punto da volerlo nel suo club, se solo fosse stato possibile giocare con squadre miste (per inciso, Matt Busby era l'allenatore del Man Utd che aveva voluto a tutti i costi un quindicenne George Best).

Be', non si tratta di immaginazione, nemmeno di realtà: si tratta dei uno dei più grandi sogni mai realizzato da un gruppo di donne nella storia del '900. Un sogno che non chiama in causa soltanto un pallone ed una porta con tre assi di legno, ma vede intrecciarsi sentimenti e vite vissute anarchicamente, all'inseguimento di rivendicazioni politiche e sociali. L'epopea delle Dick, Kerr's Ladies non è soltanto la storia della squadra di calcio femminile più forte di tutti i tempi, ma è anche la storia di molte donne che hanno saputo conquistare un posto all'interno della scoietà, dopo anni di sacrifici, sputi e calci in culo. Una conquista ottenuta grazie all'aiuto di una sfera di cuoio.

 


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