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Martedì, 05 Agosto 2014 00:00

Il sistema Tavecchio ai vertici della FIGC ?!

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tavecchio

 

Non è dalle stronzate che si giudica il futuro presidente della FIGC. Stronzate, nel senso che soltanto uno stronzo può permettersi il lusso di fare una battuta razzista in un momento clou della campagna elettorale, senza per questo sentirsi in obbligo di fare un passo indietro.

Carlo Tavecchio è un uomo molto in avanti con gli anni e molto indietro nella capacità di esprimere un concetto senza pestare i piedi alla grammatica, alla logica o al buon senso. La battuta infelice su Optì Pobà, però, è soltanto la punta di un iceberg che andrebbe analizzato da cima a fondo. La battaglia tra il grande vecchio e il giovane Demetrio è qualcosa che va ben al di là di uno scontro generazionale ai vertici del calcio italiano, come in molti ancora credono. Per quanto Tavecchio rappresenti la continuità e il conservatorismo del nostro sistema-calcio, dall'altro lato ancora latitano idee "giovani" su come ristrutturare un mondo ormai trasandato, nel quale la debacle al Mondiale rappresenta soltanto l'ultima disgrazia in ordine di tempo. Mentre altre federazioni (vedi quella belga o quella tedesca) hanno saputo rialzarsi solo tramite cambiamenti rivoluzionari del proprio calcio nazionale, in Italia si sta discutendo sul nulla. Non un'idea efficace su come valorizzare i giovani provenienti dall'intero territorio nazionale, magari attraverso la creazione di accademie regionali o provinciali; non una parola su come contrastare efficacemente il gap tecnico che separa il nostro calcio da quello di altri paesi. Albertini, che dovrebbe essere la mente fresca e giovane pronta a buttare sul tavolo idee rivoluzionarie, ha sinora mostrato carte deboli per contrastare la rete di concensi messa in piedi da Tavecchio. D'altra parte, essendo cresciuto sotto il nume tutelare di un altro grande vecchio come Matarrese, non ci possiamo aspettare certo la presa del Palazzo d'Inverno. Per questo la lotta al vertice tra i due candidati ha tutt'altro che il sapore di uno scontro generazionale.

La candidatura di Tavecchio puzza di marcio a distanza di km, o di decenni – come volete. Quando nel '99 fu eletto a capo della Lega Nazionale Dilettanti portava con sè un curriculum di tutto rispetto: condanna a 4 mesi di reclusione nel 1970 per falsità in titolo di credito continuato in concorso; 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 per evasione fiscale e dell’Iva; 3 mesi di reclusione nel 1996 per omissione versamento di ritenute previdenziali e assicurative; 3 mesi di reclusione nel 1998 per omissione o falsità in denunce obbligatorie; 3 mesi di reclusione nel 1998 per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento più multe complessive per oltre 7.000 euro. Non ho alcuna intenzione di fare un discorso giustizialista, anche perché non è questo il mio modo di ragionare, ma induce a pensare questa spiccata predisposizione agli affari in barba alle leggi dello Stato italiano.

Che Tavecchio sia un "manager lungimirante" non si nota soltanto dal folto numero di avvisi di garanzia ricevuti per varie irregolarità col Fisco, si nota anche dalle varie strutture che ha messo in piedi durante i suoi anni di potere alla LND. È con lui che nasce la Labsport srl, società legata a doppio filo con la LND e che dagli inizi del nuovo millennio si è occupata di rilasciare le autorizzazioni per gli impianti in erbetta sintetica (previo lauti pagamenti) alle società che ne facevano richiesta alla federazione. Non è un caso, infatti, che tra i soci della Labsport figurava il figlio di Antonio Armeni, Roberto, membro della Commissione impianti in erba sintetica della Lega.

Clientele e interessi economici, questo è il mantra che ha animato la politica calcistica di Tavecchio alla guida della lega dilettanti. Ma non c'è solo questo. Il manager lungimirante è stato l'artefice della creazione di una società "figlia" della LND, ovvero la LND Servizi, con la quale ha investito in affari immobiliari, tra i quali la poderosa struttura acquistata a Roma in piazzale Flaminio. La LND Servizi, però, non è soltanto un'affiliata  che investe nel mattone, ma è il vertice di un altro sistema di clientele e interessi che riguarda i diritti televisivi, principale bacino di credito degli attuali 30 milioni di attivo della società. Tavecchio obbligava le emittenti locali interessate alle dirette o alle differite delle partite della Lega dilettanti a pagare quote sostanziali per l'acquisto dei diritti televisivi proprio alla LND Servizi. Per le squadre di comuni al di sotto dei 50mila abitanti il prezzo era di 2500 €, al di sopra si pagava il doppio. Ovviamente la cessione di diritti televisivi a emittenti private significava anche il pagamento dei rispettivi compensi alle relative società dilettantistiche. Questo è un altro tassello fondamentale nella gestione del potere tramite le clientele affaristiche che Tavecchio è riuscito a creare in tutti questi anni.

Il complesso sistema della distribuzione dei diritti televisivi e dei compensi relativi ad essi da affidare alle squadre di calcio è il vero banco di prova dei due candidati. Da un lato Tavecchio ha con sè la maggior parte dei grandi club di Serie A, Milan su tutti, che ovviamente ha sempre spinto la FIGC a guardare più a casa Mediaset che al colosso americano SKY. Dall'altro lato, invece, c'è Albertini, volto noto del calcio italiano, molto amato anche all'estero, sponsorizzato fortemente da Andrea Agnelli e dall'intero gruppo FIAT, da sempre legato da una forte amicizia (economica) con lo squalo Murdoch. Tavecchio contro Albertini, Mediaset contro Sky, quindi. Per il momento sembra che gli interessi e i legami economici stiano dando ragione alla controllata da Fininvest.

Ad oggi, mentre si infoltisce il numero dei club di serie A che stanno ripensando il loro appoggio al manager lungimirante, le varie leghe di Serie B, Lega Pro e Lega Dilettanti sono tutte dalla sua parte. Nell'assemblea decisiva dell'11 agosto si voterà così: 278 delegati, di cui 20 della Serie A, 21 della Serie B, 60 della Lega Pro, 90 della LND, 52 della AIC (assocalciatori), 26 dell'AIAC (assoallenatori) e 9 dell'AIA (arbitri). I voti, però, avranno influenze diverse a seconda lella lega. La LND pesa il 34% dei voti sul totale, l'AIC il 20%, la Lega Pro 17%, la Serie A 12%, l'AIAC 10%, la Serie B 5%, l'AIA 2%. 

È inutile soffermarsi ancora sulle cifre della probabile vittoria, il sistema-Tavecchio parla da sé. Resta però da capire per quale motivo i principali registi del calcio italiano, ovvero i presidenti delle società, abbiano spinto la candidatura di un uomo come Tavecchio? Il suo modo di gestire la struttura calcistica italiana è ben nota, ed è proprio questo che ha spinto i vari Galliani, De Laurentis, Preziosi e Lotito ad appoggiare la sua candidatura. Si tratta esclusivamente di mantenere a galla tutto ciò che rappresenta l'attuale struttura del calcio italiano, ovvero clientele sportivo-economiche, interessi privati di singoli uomini al potere (di leghe o società), la lotta delle grandi contro le piccole, soldi a palate a chi rappresenta il calcio italiano all'estero e poltrone a chi si barcamena su livelli mediobassi.

In tutto questo, ancora una volta, lo sport è tenuto alla larga del dibattito elettorale. C'è da ristrutturare l'intero sistema federale che tiene ai margini i territori più lontani dal centro del calcio italiano; c'è da ristrutturare l'intero parco di competenze e responsabilità dei vari allenatori delle nazionali, per mettere insieme un modello comune di sviluppo calcistico basato sull'eccellenza e sulla valorizzazione dei giovani; c'è da innalzare il livello generale della Serie A, abbassando il gap tra big e squadre piccole, con attente politiche economiche e disciplinari.

Ma tutto ciò sembra che non interessi a chi si fa paladino del cambiamento: personaggi folkloristici, parodie di se stessi, funamboli di un pallone, ormai, sempre più scucito.

 

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