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Giovedì, 03 Luglio 2014 00:00

Ti voglio bene Kakà. Per non dimenticare.

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kakà

 

Caro Riccardo,

con molta probabilità non leggerai mai questa lettera, ma non sarà certo questo a trattenermi.

C'ho messo qualche giorno prima di prendere in mano una penna e iniziare a scrivere queste parole. Mi ci è voluto del tempo per rielaborare questo distacco, il secondo, l'ultimo. C'è chi si abitua facilmente alla lontananza, soprattutto quando ci si lascia più di una volta. Io no. Non mi abituo mai agli arrivederci, figuriamoci agli addii.

Le più belle storie d'amore sono sempre le più difficili da raccontare: è difficile farlo ad altri, figuriamoci a se stessi, riannodare i fili della memoria e andare a pescare qua e là tutte le emozioni che abbiamo vissuto, cercando di tirare fuori un filo conduttore.

Mentre ti scrivo mi accorgo che mai un giorno avrei pensato di perdere un'intera serata per scrivere una lettera d'amore ad un calciatore. E non tanto per il fatto che all'amore omoerotico preferisco la graziosità del gentil sesso (no, non stiamo parlando di quel tipo di amore), ma perchè mai e poi mai avrei pensato di legarmi sentimentalmente ad un uomo del calcio contemporaneo.

Già, perchè oggi è diventato sempre più difficile incontrare Uomini, con la U maiuscola, in grado di rappresentare simbolicamente un'intera squadra, una maglia, una città, un'intera tifoseria, di farsi carico di un amore che dura 365 giorni all'anno e di portarlo dentro di sé con orgoglio, nonostante le sconfitte, le delusioni e i momenti di difficoltà che si nascondono dietro ogni stagione.

Fino a qualche anno fa un calciatore simbolo restava nella propria squadra per anni, anche decenni, e al termine della sua carriera il numero che portava sulla maglia veniva conservato in quella teca preziosa che è la nostra memoria, senza che nessun altro potesse sporcarlo con il proprio sudore negli anni a venire. Questo è accaduto con le leggende rossonere di Franco e di Paolo, altrove è accaduto con quelle di Roberto, di Giacinto, di Diego Armando e per ultimo con quelle di Javier e di Charles; ma non con te. Tu non sei un calciatore come loro, semplicemente perchè il tuo calcio non è come il loro.

Quello che in molti chiamano vile denaro decise che la tua permanenza al Milan non poteva durare in eterno. Qualcuno maliziosamente, e forse stupidamente, ha pensato che il tuo addio in quell'estate del 2009 fosse partito dalla volontà di andare a guadagnare cifre spropositate laddove c'era qualcuno che poteva permettersi il lusso di spendere tutti quei soldi. Forse quel qualcuno fa fatica a ricordare quella splendida notte di gennaio, quando, affacciato alla finestra del tuo appartamento, giurasti amore eterno ai colori rossoneri, rifiutando la generosa offerta del Manchester City. E chi se la dimentica quella notte. Striscioni e cori fino a notte fonda ti hanno accompagnato sotto le coperte, mentre al di là di quella finestra si consumavano lacrime di commozione. 

In fin dei conti lo sapevamo tutti, lo sapevamo bene, che quella notte non sarebbe durata a lungo: rifiutata Manchester, saresti andato dritto nelle braccia di Madrid e addio alla tua cara Milano. Ma non importava, a noi interessava esclusivamente quel gesto: la maglia stretta al cuore e un bacio sullo stemma. Un gesto minimo, forse anche banale, ma che in realtà vuol dire tante cose. Vuol dire: "Io da qui non me ne vado, prima che il campionato finisca; prima di portare questa squadra fino in fondo, qualunque sia il porto. Un comandante non abbandona mai una nave in mezzo al mare". Vuol dire: "Io da qui potrò anche andarmene prima o poi (d'altra parte quei soldi fanno comodo al Milan, è un sacrificio che faccio volentieri), ma questi colori li porterò sempre dentro di me, al di là della maglia che indosserò sopra la mia pelle". E così è stato.

Lontano da Milano non hai mai rinnegato chi ti ha accolto come un fratello e ti ha cresciuto come un figlio. Troppo facile passare da una squadra all'altra ogni due o tre anni e confessare di essere felici di giocare ogni volta nella propria squadra del cuore! Ipocriti, paraculi, mercenari. E chi ribadisce che hai abbandonato Milano solo per soldi, evidentemente non si ricorda di quel messaggio che hai fatto circolare all'indomani della vittoria del nostro 18° scudo: "I Campioni dell'Italia siamo noi", un urlo di gioia che ha percorso chilometri, una condivisione di un amore che non conosce confini. 

Chi ha conosciuto il calcio al tempo dei vari Mazzola, Rivera, Riva o Zoff, forse non riesce a comprendere la portata di piccoli gesti come quelli che ho descritto. "Le vere leggende sono questi qui", direbbe. Per noi che, invece, stiamo crescendo al tempo dei contratti faraonici dei vari Messi e degli acquisti a prezzi inimmaginabili dei vari Bale, questi tuoi gesti non possono passare in sordina. Sottolineano l'uomo al di là del milionario, il tifoso al di là del calciatore, il sentimento al di là del dollaro.

D'altra parte, lo capimmo sin da subito che non eri un calciatore come tanti altri. A ventidue anni nessun vezzo di superbia sul tuo volto, nessuna durezza tipica degli arroganti. Un faccia d'angelo, innocente, quasi innocua con quegli occhialoni a fondo di bottiglia. Che poi, mi sono sempre chiesto: "Ma uno con quegli occhiali, come cazzo la fa a vedere la porta da 35 metri?" Chissà se avrà pensato la stessa cosa il povero Bucci, quando si prese quella bordata a Empoli, o il povero Toldo, quando si prese la prima delle due sassate da fuori area in quel derby recuperato e portato a casa, nonostante i due gol di svantaggio. Chissà cosa avranno pensato a Manchester quando hai messo a segno uno dei gol più belli di tutta la tua carriera. "Ma uno con quegli occhiali può beffarsi in quel modo lì di Fletcher, fare un sombrero a Heinze, allungarsi la palla di testa, e lasciare che Evra e Heinze si scontrino come due imbecilli e mettere a sedere pure Van der Saar?". Lascia stare che poi quella Coppa l'abbiamo vinta, lascia stare che non dovevamo nemmeno giocarla, lascia stare un sacco di cose, ma quando un calciatore si inventa un gol del genere non puoi che farti una risata e pensare "e adesso provate a non dargli il Pallone d'oro!"

Se fosse stato per me, il Pallone d'oro te l'avrei dato comunque, anche se non avessi segnato quel gol, anche se quella Coppa non l'avessimo vinta. Te l'avrei dato semplicemente perchè sei Kakà, sei stato stupendo e sempre lo sarai, non hai mai sbattuto la porta in faccia a nessuno e non hai mai insultato un tuo compagno di squadra. Ti avrei dato il Pallone d'oro perchè quando si è vinto, si è vinto tutti insieme, come ad Atene, e quando si è perso, si è perso tutti insieme, come a... vabbè che te lo dico a fare. Ti avrei dato il Pallone d'oro perchè nei momenti di crisi e di buio più totale non hai mai abbandonato la squadra, gli amici, i tifosi; non hai mai scaricato la colpa su qualcun altro, cercando il parafulmine di turno, come invece piace fare a qualcuno che crede di essere un "Senatore" solo perchè glielo ricorda la carta d'identità; non hai mai dato della figurina a nessun calciatore con il quale hai condiviso lo spogliatoio e non hai pensato o detto di essere un uomo vero, gettando merda addosso ai tuoi compagni.

No, niente di tutto questo. Una leggenda non ha bisogno di parole per dimostrare la propria grandezza, lascia che siano i poeti a raccontare le sue imprese. Una leggenda attraversa la storia quasi senza parlare, lascia che siano altri ad urlare e a sbraitarsi per una vittoria o per una sconfitta. Una leggenda se ne va sempre in silenzio, senza far rumore, per non farti svegliare; ma quando poi apri gli occhi e ti accorgi che se n'è andata capisci che quel silenzio ha lasciato un vuoto incolmabile, difficile da riempire, ma allo stesso tempo pesante.

Per tutto quello che ci hai fatto vivere una lettera d'addio non basta. Probabilmente te ne arriveranno anche altre, che magari leggerai a differenza di questa. Ad ogni modo grazie di tutto, per quello che hai fatto e per quello che avresti potuto ancora fare.

Lo sai, te l'ho già detto, difficilmente mi abituo agli arrivederci, figuriamoci agli addii. Perciò sappi che, prima o poi, verrà il giorno in cui le nostre strade si rincontreranno, e anche se non durerà per molto andrà bene lo stesso. Chi si ama, si cerca sempre.

 

Ti voglio bene Ricky, tuo Antonio.

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